Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]
- Автор: Райс Энн
- Серия: Cronache dei vampiri #4
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Longanesi
- ISBN: 978-88-304-1915-5
- Переводчик: Cristina Messori
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]». Краткое содержание книги:
Guardandola mi sentii rizzare i capelli. Sapevo, sapevo con assoluta certezza, che quel demone era lì dentro. Perché mai avrebbe dovuto cercarsi un nascondiglio più scomodo? In quella suite avremmo trovato un grosso baule accanto a una parete. Ero vagamente consapevole di come David stesse esercitando tutto il suo fascino sul cameriere, mentre gli spiegava di essere un medico e di voler dare un’occhiata al suo caro amico Jason Hamilton il prima possibile. Ma di non volerlo allarmare.
Ovvio che no, disse il cordiale cameriere, aggiungendo di propria iniziativa che il signor Hamilton dormiva tutto il giorno. E proprio in quel momento dormiva. Ecco il cartello NON DISTURBARE appeso alla maniglia della porta. Ma suvvia, non volevamo sistemarci nelle nostre camere? Stavano giusto arrivando i nostri bagagli.
Fui sorpreso delle nostre cabine. Le osservai entrambe quando furono aperte le porte e prima di ritirarmi nella mia. Ancora una volta, scorsi soltanto materiali sintetici, dall’aspetto simile a plastica e privi del calore del legno. Eppure le camere erano grandi, lussuose e collegate da una porta che le rendeva un’unica, enorme suite. Quella porta era chiusa.
Le due cabine erano arredate in modo identico, tranne qualche piccola differenza di colore, ed erano simili a camere d’albergo allungate, con grandi letti matrimoniali bassi ricoperti da un copriletto in colori pastello e con stretti tavolini da toilette integrati nelle pareti rivestite di specchi. C’erano l’enorme televisore de rigueur, un frigorifero astutamente occultato e perfino una piccola area soggiorno con un divanetto chiaro dalla linea piacevole, un tavolino da caffè e una poltrona imbottita.
La vera sorpresa, comunque, furono le verande. Una grande vetrata con porte scorrevoli si affacciava su piccoli portici privati, abbastanza ampi da ospitare tavoli e sedie. Che lusso, poter guardare oltre il parapetto la bella isola e la sua baia luccicante. E ciò significava che la Queen Victoria Suite doveva avere una veranda attraverso la quale la luce del giorno sarebbe entrata in tutta la sua intensità!
Non potei fare a meno di ridere dentro di me nel ricordare i vascelli del XIX secolo coi loro angusti boccaporti. E, sebbene non mi piacessero i colori pallidi e insulsi dell’arredamento e l’assenza totale di superfici in materiale pregiato, cominciavo a capire perché James fosse rimasto affascinato da quel piccolo regno molto speciale.
Nel frattempo, sentivo chiaramente David che continuava a parlare col cameriere, e la vivace cadenza inglese delle loro voci che pareva accentuarsi nel corso del dialogo, un dialogo che si faceva così rapido da impedirmi di distinguere tutte le parole.
Sembrava che tutto vertesse sul povero signor Hamilton, e che il dottor Stoker volesse introdursi in camera per dargli un’occhiata mentre dormiva, ma che il cameriere, assai preoccupato, fosse poco propenso a consentire una cosa simile. In effetti, il dottor Stoker voleva procurarsi una copia della chiave della suite, così da tenere il proprio paziente sotto stretto controllo, non si poteva mai sapere…
Soltanto a poco a poco, mentre disfacevo la mia valigia, mi resi conto che la conversazione, sebbene condotta in tono quieto e educato, si stava orientando verso una faccenda di bustarelle. Alla fine David disse nel modo più cortese e delicato possibile che comprendeva il disagio dell’altro e che, insomma, gli avrebbe offerto una bella cena la prima volta che fosse sceso a terra. E che se le cose fossero andate storte e il signor Hamilton si fosse risentito, be’, allora David si sarebbe preso tutta la colpa. Avrebbe confessato di aver sottratto la chiave dalla cambusa. Il cameriere non sarebbe stato coinvolto.
La battaglia sembrò chiudersi con una nostra vittoria. In effetti, pareva che David stesse utilizzando il suo potere di persuasione quasi ipnotico. Seguirono ancora un po’ di chiacchiere insignificanti, molto educate e convincenti, su come fosse malato il signor Hamilton, su come il dottor Stoker fosse stato mandato dalla famiglia per prendersene cura e su come fosse importante per lui dare un’occhiata alla pelle di quell’uomo. Ah, già, la pelle. Senza dubbio il cameriere aveva capito che si trattava di una malattia potenzialmente mortale. E, infine, l’uomo confessò che tutti gli altri camerieri erano a pranzo, che lui era solo sul Ponte Segnalazioni e che, sì, avrebbe voltato le spalle, se il dottor Stoker era sicurissimo…
«Mio caro, mi assumo la responsabilità di ogni cosa. Ora, ecco, la prego di accettare questo per tutto il disturbo che le ho causato. Vada a cena in qualche bel… No, no, non protesti. Lasci fare a me.»
Nel giro di pochi secondi lo stretto corridoio luminoso era deserto. Con un sorrisetto trionfale, David mi fece segno di uscire e di unirmi a lui. Aveva in mano la chiave della Queen Victoria Suite. Attraversammo il passaggio e lui la introdusse nella serratura.
La suite era immensa e suddivisa in due livelli separati da almeno quattro gradini ricoperti di moquette. Il letto si trovava sul livello più basso ed era piuttosto in disordine, con dei cuscini ficcati sotto le coperte per dare l’impressione che qualcuno stesse dormendo con le coperte casualmente tirate fin sopra la testa.
Il livello superiore ospitava la zona giorno e le porte che davano sulla veranda, davanti alle quali erano state tirate le spesse tende che schermavano quasi del tutto la luce. Scivolammo nella suite, accendemmo la luce sul soffitto e chiudemmo la porta.
I cuscini ammassati sul letto avrebbero ingannato chiunque avesse sbirciato all’interno dal corridoio, ma, a un esame ravvicinato, non sembravano affatto un valido stratagemma. Appariva solo un letto disfatto.
Dov’era allora il demone? Dov’era il baule? «Ah, là», sussurrai. «Dall’altro lato del letto.» Lo avevo scambiato per una specie di tavolo, coperto com’era da un arazzo. Ormai però era chiaro che si trattava di un grande baule di metallo nero, rifinito in ottone, molto lucido e senza dubbio abbastanza grande da poter contenere un uomo con le ginocchia piegate e disteso su un fianco. Il tessuto spesso dell’arazzo era fissato al coperchio con un po’ di colla, non c’erano dubbi. Io stesso, nel secolo scorso, avevo utilizzato di frequente quel trucco.
Ogni altra cosa era in perfetto ordine, e, a dire il vero, gli armadi traboccavano di abiti raffinati. Una veloce perquisizione dei cassetti dell’armadio non rivelò documenti importanti. Evidentemente portava addosso quei pochi che gli occorrevano, e lui si nascondeva nel baule. Da ciò che riuscimmo a vedere, non c’erano né oro né gioielli nascosti nella camera. Trovammo però il mucchio di buste già affrancate che il demone utilizzava per liberarsi dei tesori rubati, buste spesse e grandi.
«Cinque caselle postali», dissi, esaminandole. David annotò tutti i numeri nel suo piccolo taccuino di pelle, poi lo ripose in tasca e guardò il baule.
Gli sussurrai di stare in guardia. Quel demone poteva percepire il pericolo anche nel sonno. Non sognarti neanche di toccare il chiavistello.
David annuì. S’inginocchiò accanto al baule e appoggiò l’orecchio al coperchio, poi si ritrasse piuttosto in fretta e lo fissò con un’espressione feroce ed eccitata in volto.
«È proprio lì dentro», sussurrò, tenendo gli occhi fissi sul baule.
«Che cos’hai sentito?»
«II battito del suo cuore. Ascolta tu stesso, se vuoi. È il tuo cuore.»
«Voglio vederlo», dissi. «Mettiti là, fammi spazio.»
«Non credo che dovresti.»
«Sì, ma lo voglio fare. E poi devo controllare quel chiavistello, per ogni eventualità.» Mi avvicinai al baule e, non appena lo vidi da vicino, mi accorsi che il chiavistello non era stato nemmeno chiuso: o non era in grado di farlo telepaticamente, o non gliene importava. Tenendomi da un lato, allungai la destra e afferrai il bordo di ottone del coperchio. Poi lo aprii di colpo, sbattendolo contro la parete.
Il coperchio colpì il pannello con un rumore sordo, rimanendo aperto. Mi resi conto che stavo guardando una massa di morbida stoffa nera, appoggiata in modo casuale, che nascondeva il contenuto sottostante. Sotto la stoffa, non c’era nessun movimento. Nessuna mano bianca e potente cercò di afferrarmi alla gola.