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La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]

Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:

L’impero della Terra si estende attraverso una miriade di mondi, mondi antichi ma anche giovani e freschi e ribelli, disseminati nella sconfinata immensità degli spazi galattici. Un impero richiede forza e controllo: un impero diffuso attraverso gli anni luce è un impero destinato a sfaldarsi sotto la spinta di innumerevoli forze disgregatrici. Le colonie stellari più remote sono ansiose di affrancarsi dal gioco pesante del pianeta madre… che ha creato un’avida compagnia interstellare, la Multiplanetaria del Sole, per privare di ogni ricchezza i mondi dei pionieri. Ma la Lega delle Grandi Stelle decide di opporsi a queste spinte contraddittorie... e il nodo cruciale della situazione diventa una titanica stazione siderale situata nel sistema nel Sole di Pell, una colossale base cosmica nota nella Galassia umana come “la Porta dell’Infinito”. E in questa complessa partita a scacchi tra la Terra e la Confederazione dei Grandi Abissi, s’inserisce il fattore vitale della Lega dei Mondi Ribelli… uno scontro tra forze contrastanti ciascuna delle quali può muovere le stelle e i soli della Galassia, forze tra le quali nessuna sembra avere la possibilità di vincere realmente la battaglia… Un gigantesco, splendido affresco galattico, uno dei grandi cicli della fantascienza moderna: tutto questo, e molto di più, è La Lega dei Mondi Ribelli.

Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
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— È un assedio, signor Ayres. Blocchiamo i rifornimenti e disturbiamo le loro attività fino a quando si sentiranno a disagio. — Azov si girò verso Vittorio e lo fissò per un momento.

— Signor Lukas… dobbiamo impedire che abbiano accesso alla risorse delle miniere e alla Porta dell’Infinito. Un attacco laggiù… è possibile, ma da un punto di vista militare il prezzo sarebbe troppo alto. Quindi procederemo in un altro modo. Mazian tiene in pugno Pell; se verrà sconfitto lascerà soltanto rovine, farà esplodere la Porta dell’Infinito e la stazione, ripiegherà verso le Stelle delle Retrovie… verso la Terra. Vuole che il suo mondo diventi una base degli uomini di Mazian, signor Ayres?

Ayres gli lanciò uno sguardo turbato.

— Ah, Mazian ne è capace — disse Azov, senza distogliere gli occhi da Vittorio, freddamente. — Signor Lukas, questo è il suo dovere. Procurarsi informazioni… dissuadere quelli dei mercantili dal commerciare con la stazione. Capisce? Crede di poterlo fare?

— Sì, signore.

Azov annuì. — Signor Lukas, ci capirà se a questo punto dobbiamo accomiatare lei e il signor Jacoby.

Vittorio esitò, stordito; si rese vagamente conto che era un ordine e che l’espressione di Azov non ammetteva alternative. Si alzò. Dayin si congedò, e passò davanti ad Ayres. Rimasero Blass, Ayres e Azov. Il comandante dell’Hammer si preparava a ricevere ordini che lui avrebbe desiderato conoscere.

Avevano perduto diverse navi. Azov non aveva detto tutta la verità. Ma lui aveva sentito parlare l’equipaggio. Mancavano diverse navi.

Si fermò dove la curvatura nascondeva l’area di ritrovo, voltandosi a guardare Dayin, e si lasciò cadere su una panca.

— Tutto bene? — chiese a Dayin, per il quale non aveva mai nutrito un grande affetto; ma una faccia familiare era gradita in quel luogo così freddo, in quelle circostanze.

Dayin annui. — E tu? — Di solito, zio Dayin non era tanto cortese, con lui.

— Benissimo.

Dayin gli sedette di fronte.

— La verità — gli chiese Vittorio. — Quante navi hanno perduto nello scontro?

— Hanno subito gravi danni — disse Dayin. — Credo che Mazian gli sia costato caro. So che mancano alcune navi… la Victory e l’Endurance sono perdute, credo.

— Ma la Confederazione può costruirne ancora. Ne stanno chiamando altre. Quanto durerà?

Dayin scrollò la testa e alzò gli occhi verso il soffitto. I ventilatori ronzavano e coprivano il suono delle voci, ma non impedivano l’intercettazione. — Lo hanno messo con le spalle al muro — disse poi Dayin. — Loro possono ricevere rifornimenti all’infinito, ma Mazian è imbottigliato. Azov ha detto la verità. È costato caro; ma loro gli sono costati ancora di più.

— E noi?

— È meglio essere qui che a Pell, francamente.

Vittorio proruppe in una risata amara. Gli occhi gli si offuscarono; sentì un dolore improvviso alla gola, e scrollò la testa. — Sul serio — disse per quelli che probabilmente li stavano ascoltando. — Darò alla Confederazione il meglio che possa fare; è la migliore occasione che mi sia mai capitata.

Dayin lo guardò in modo strano, aggrottò la fronte e forse comprese il vero significato delle sue parole. Per la prima volta in venticinque anni, Vittorio provava un’autentica affinità con qualcuno. Il fatto che fosse Dayin, che aveva trent’anni più di lui e un’esperienza diversa… be’, lo sorprendeva. Ma un po’ di tempo nello spazio poteva far nascere uno spirito di cameratismo tra gli individui più distanti fra loro, e forse, pensò Vittorio, forse Dayin aveva già fatto quelle scelte, e Pell non era più la patria, per nessuno dei due.

CAPITOLO QUINTO

PELL: MOLO VERDE; ore 2000 pg; 0800 ag.

Il fuoco investì la parete. Damon si rannicchiò nell’angolo, e resistette per un istante quando Josh lo afferrò, ma poi balzò in piedi per correre via, e lo seguì, tra la folla urlante e atterrita che si riversava sui moli da verde nove. Qualcuno fu colpito, rotolò ai loro piedi, e loro lo scavalcarono e continuarono a correre, nella direzione dove li spingevano i militari.

Residenti della stazione, evasi dalla quarantena… non c’erano distinzioni. Fuggivano mentre gli spari crivellavano le travature e le facciate dei negozi, esplosioni silenziose nel caos di urla, spari diretti alle strutture e non all’involucro vulnerabile della stazione. I colpi passavano sopra le loro teste, adesso che la folla era in movimento; corsero finché i più deboli vacillarono. Damon rallentò imitando Josh, e si trovò sul molo bianco tra quelli che ancora fuggivano in preda al panico, gli ultimi che, atterriti, erano convinti che si continuasse ancora a sparare. Vide un riparo tra i negozi sul lato interno; si diresse da quella parte e Josh lo seguì, verso la porta di un bar che era stato chiuso per difenderlo dai rivoltosi: un posto tranquillo per riprendere fiato, al sicuro dalle eventuali sparatorie.

C’erano parecchi cadaveri sul molo. Morti da poco o da molto, chissà. Era diventato uno spettacolo abituale, in quelle ultime ore. Vi furono diversi atti di violenza, mentre loro stavano lì seduti, contro la porta… combattimenti tra abitanti della stazione ed evasi dalla quarantena. Molti si aggiravano, gridando nomi, genitori che cercavano i figli, amici o compagni che lanciavano appelli disperati. Qualche volta riuscivano a ritrovarsi… e una volta, un uomo identificò uno dei morti e si mise a urlare e a singhiozzare. Damon nascose il viso tra le braccia. Alla fine, alcuni condussero via l’uomo disperato.

Poi i militari inviarono nell’area distaccamenti di truppe corazzate, per rastrellare le squadre degli operai, e ordinarono di portar via i morti e di gettarli nel vuoto. Damon e Josh si nascosero nell’androne, e nessuno li vide; i soldati reclutavano i più scalmanati.

Finalmente tutti gli indigeni uscirono dai nascondigli, timidamente, a passo silenzioso, guardandosi intorno impauriti. Cominciarono a ripulire i moli, cancellando i segni di morte, fedeli alle loro abituali mansioni di pulizia e d’ordine. Damon li guardò con un lieve fremito di speranza; era la prima cosa positiva che aveva visto in tutte quelle ore, il fatto che i miti indigeni ritornassero al servizio di Pell.

Dormì un po’, come parecchi altri che si erano rintanati nei moli, e Josh faceva altrettanto, accanto a lui, raggomitolato contro la porta. Di tanto in tanto si svegliava quando la voce dell’altoparlante annunciava la ripresa di un’attività o prometteva che i viveri sarebbero stati distribuiti in tutte le aree.

Il cibo. Quel pensiero cominciava a ossessionarlo. Non ne parlava. Se ne stava con le braccia strette intorno alle ginocchia e si sentiva debole per la fame. Non aveva fatto colazione, non aveva pranzato né cenato… e non era abituato alla fame. Per lui era un pasto saltato in una giornata di duro lavoro. Un fastidio. Un disagio. Adesso diventava qualcosa d’altro. Dava un carattere nuovo alla sua resistenza ostinata; stravolgeva la sua mente; preannunciava nuove dimensioni di avvilimento. Se si fossero messi in coda dove distribuivano il cibo, probabilmente li avrebbero riconosciuti e catturati; eppure dovevano farlo, per non morire di fame. Il fatto stesso di rimanersene lì fermi sarebbe stato notato, mentre l’odore del cibo si diffondeva nei moli e tutti si agitavano, mentre passavano i carrelli spinti dagli indigeni. La gente assediava i carrelli, gridando; ma ciascuno di essi era scortato dai militari, e questo servì a riportare la calma, I carrelli, ormai semivuoti, si avvicinarono. Damon e Josh si alzarono e attesero.

— Io esco — disse alla fine Josh. — Tu rimani qui. Dirò che sei ferito, e ne prenderò abbastanza per tutti e due.

Damon scrollò la testa. Era coraggio e spirito di rivalsa, l’impulso di mettere alla prova la sua capacità di sopravvivere. Era spettinato e sudato e portava una tuta sporca e insanguinata. Se avesse rinunciato ad attraversare il molo per paura che un sicario gli sparasse o un militare lo riconoscesse, sarebbe impazzito. Almeno, sembrava che non chiedessero le carte d’identità per distribuire i viveri. Lui ne aveva tre, più la sua, che non osava adoperare; Josh ne aveva due oltre alla sua, ma le foto non corrispondevano.

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