La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
C’erano quelli capaci di passare indifferentemente da una parte all’altra, di adeguarsi a qualunque politica. Jon Lukas era uno di loro, e si era comportato esattamente in quel modo. Se Mazian sapeva giudicare gli uomini, avrebbe sicuramente compreso chi era Jon Lukas, e l’avrebbe trattato come meritava. Ma Mazian non aveva bisogno di uomini onesti, ma soltanto di uomini che gli obbedissero e imponessero la sua legge.
E Jon sarebbe sopravvissuto, da una parte o dall’altra. Era l’ostinazione di sua madre, il rifiuto di morire; forse anche la sua, che non cercava di avvicinarsi a suo zio, qualunque cosa avesse fatto. Forse adesso Pell aveva bisogno di un governatore capace di cambiare schieramento e di sopravvivere, piegandosi al compromesso.
Ma lui non poteva farlo. Se avesse avuto di fronte Jon in quel momento… odio… un odio così profondo era un’esperienza nuova. Un odio impotente… come quello di Josh… ma avrebbe potuto vendicarsi, se fosse riuscito a sopravvivere. Non per danneggiare Pell. Ma per turbare il sonno di Jon Lukas. Finché c’era in libertà un Konstantin, chiunque avesse il controllo di Pell doveva sentirsi meno sicuro. Mazian, la Confederazione, Jon Lukas… nessuno di loro avrebbe avuto Pell, se prima non avesse liquidato lui; e lui avrebbe cercato di rendere quel compito molto difficile, finché era possibile.
CAPITOLO TERZO
La risposta non arrivava ancora. Emilio strinse la mano di Miliko e continuò a restare chino su Ernst, al comunicatore, mentre gli altri si stringevano intorno a loro. Non una parola dalla stazione; non una parola dalla Flotta; Porey e tutti i suoi erano partiti precipitosamente in un silenzio che continuava a durare.
— Lasci stare — disse a Ernst, e quando si levò un mormorio tra il personale, aggiunse: — Non sappiamo neppure chi comandi, lassù. Niente panico, chiaro? Non voglio sciocchezze. Se intendete restare intorno alla base principale e aspettare che i confederati sbarchino, benissimo. Non ho nulla da obiettare. Ma non lo sappiamo. Se Mazian viene sconfitto, è capace di distruggere questa base, capite? Pe renderla inservibile. Restate pure qui, se volete. Io ho altre idee.
— Non possiamo allontanarci abbastanza — disse una donna. — Non possiamo vivere, là fuori.
— Non abbiamo molte probabilità neppure qui — disse Miliko.
Il mormorio assunse toni di panico.
— Ascoltatemi — disse Emilio. — Ascoltatemi. Non credo che per loro sia tanto facile atterrare nella boscaglia, a meno che dispongano di un equipaggiamento che non riesco neppure a immaginare. E forse cercheranno di far saltare questa base; ma forse lo farebbero comunque, e io preferirei mettermi al riparo. Io e Miliko andiamo giù, lungo la strada. Non intendiamo lavorare per la Confederazione, se è così che finirà. E neppure restare qui a vedercela con Porey quando tornerà.
Questa volta il mormorio era più sommesso, una sensazione di pausa più che di panico. — Signore — disse Jim Ernst — vuole che resti qui al comunicatore?
— Vuole restarci?
— No — disse Ernst.
Emilio annuì lentamente, e si guardò intorno. — Possiamo prendere i compressori portatili, la cupola da campo… sistemarci in qualche posto sicuro. Possiamo sopravvivere là fuori. Le nostre nuove basi ce lo permettono. Possiamo farcela.
Molti annuirono, storditi. Era troppo difficile capire cosa avrebbero dovuto affrontare. Lui stesso non lo capiva, e se ne rendeva conto.
— Avvertite gli altri lungo la strada — disse. — Si preparino a partire, o restino, come preferiscono. Non costringo nessuno ad avventurarsi nella boscaglia, se crede di non farcela. A una cosa abbiamo già provveduto: la Confederazione non metterà le mani sugli indigeni. Quindi adesso assicuriamoci che non metta le mani su di noi. Prendiamo i viveri dalle scorte d’emergenza che non abbiamo segnalato a Porey, il comunicatore portatile, e le unità essenziali delle macchine che non possiamo portare con noi… e seguiamo la strada, addentrandoci in mezzo agli alberi con i camion fin dove potremo arrivare. Poi nasconderemo il materiale più pesante, e lo trasporteremo pezzo per pezzo alla nuova base. Potrebbero far saltare la strada e i camion, ma ogni altra soluzione richiederà tempo. Se qualcuno vuol restare qui a lavorare per la nuova gestione… o per Porey, nell’eventualità che ricompaia, lo faccia pure. Non posso oppormi e voglio neppure tentare.
Era quasi sceso il silenzio. Poi qualcuno uscì dal gruppo e cominciò a raccogliere i suoi effetti personali, e altri l’imitarono. Il cuore di Emilio batteva forte. Spinse Miliko verso il loro alloggio, per prendere le poche cose che potevano portare via. Poteva finire in un altro modo. Gli altri potevano mettersi d’accordo, consegnare lui e Miliko ai nuovi padroni, cercando in tal modo di ingraziarsi gli avversari. Avrebbero potuto farlo. Erano abbastanza numerosi… quelli di Q, e gli operai là fuori…
Dei suoi familiari… neppure una parola. Suo padre gli avrebbe mandato un messaggio, se avesse potuto. Se avesse potuto.
— Affrettati — disse a Miliko. — La notizia si sta già spargendo. — Infilò in tasca una delle poche pistole della base, mentre indossava la giacca più pesante; raccolse uno scatolone di bombole per i respiratori, prese una borraccia e l’ascia a manico corto. Miliko prese il coltello e un paio di coperte arrotolate, e uscirono di nuovo, nella confusione della gente intenta a fare i bagagli in mezzo al pavimento. Passarono in mezzo. — Spenga la pompa — disse Emilio a un operaio. — Tolga il connettore. — Diede altre istruzioni, e gli uomini e le donne che lo attorniavano si mossero, alcuni diretti verso i camion, altri per andare a compiere atti di sabotaggio. — Sbrigatevi — gridò Emilio. — Si parte fra quindici minuti.
— I Q — disse Miliko. — Cosa facciamo con loro?
— Saranno anche loro liberi di scegliere. Come pure gli operai regolari, se ancora non lo sanno. — Attraversarono la prima porta della camera di compensazione, poi la seconda e salirono i gradini di legno, verso il caos notturno, dove la gente si muoveva con tutta la rapidità consentita dall’aria rarefatta. Si sentì il rumore di un cingolato che si avviava. — Sii prudente! — gridò Emilio a Miliko, quando le loro strade si separarono. Scese il sentiero sassoso e risalì il dosso della collina dei Q, dove la cupola irregolare e rabberciata lasciava filtrare una fioca luce gialla. I Q erano all’esterno, già pronti, e sembrava che quella notte non avessero dormito più degli altri.
— Konstantin — gridò uno di loro, avvertendo gli altri, e l’annuncio si diffuse nella cupola in un baleno. Emilio continuò a camminare, e andò in mezzo a loro, con il cuore in gola. — Avanti, uscite tutti — gridò, e quelli cominciarono a muoversi, bisbigliando, allacciandosi le giacche e assestandosi le maschere. Dopo un momento, la cupola cominciò ad afflosciarsi, e dalla camera di compensazione uscì un soffio d’aria calda, insieme a una fiumana di persone che circondò Emilio. Erano silenziosi; un bisbiglio, niente di più. E quel silenzio non lo tranquillizzava. — Ce ne andiamo — disse Emilio. — Non abbiamo avuto notizie dalla stazione ed è possibile che ormai sia nelle mani dei confederati; non lo sappiamo. — A questo punto ci furono grida d’angoscia; altri cercarono di zittirli. — Non lo sappiamo, vi ripeto. Siamo più fortunati della stazione. Abbiamo un mondo sotto i nostri piedi, e viveri. E se saremo prudenti… anche aria da respirare. Quelli di noi che hanno vissuto qui a lungo sanno come fare… anche all’aperto. Potete scegliere, come noi. Restare qui e lavorare per la Confederazione, oppure venire con noi. Non sarà facile, là fuori, e non lo consiglierei agli anziani e ai più giovani, ma non sono certo che qui sarete al sicuro. Là fuori una possibilità l’avremo: penseranno che non valga la pena di venirci a cercare. È tutto. Non abbiamo sabotato nessuno dei macchinari che vi serviranno per vivere. La base è vostra, se volete; ma potete venire con noi. Noi andiamo… non deve interessarvi dove, a meno che non vogliate unirvi a noi. E se verrete, sarà su un piede di parità. Subito. Immediatamente.