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Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]

Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:

L’inquisizione è tornata a colpire. Nell’anno del Signore 3131, la Chiesa, garante dell’immortalità fisica a tutti i suoi fedeli, ingaggia una crociata contro gli Ouster, indomiti mutanti di origine umana. E lancia nello spazio una spietata caccia a Aenea — la fanciulla ritenuta il nuovo messia — per carpire il segreto della sua forza misteriosa. Mentre Endymion è custodito nella cella della morte, la ribellione dei giusti sta per giungere al suo atto finale: tutto ruota intorno a Aenea, dotata di grandi poteri e portatrice di oscure verità… Dopo «Hyperion», «La caduta di Hyperion» ed «Endymion», Dan Simmons tocca con questo romanzo l’apice della forza visionaria e immaginativa. E conclude una delle più celebrate, irresistibili e sensazionali saghe fantascientifiche del nostro tempo.
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Al di là di Potala, centinaia di chilometri verso ovest, c’è il regno di creste di Koko Nor, con i suoi innumerevoli villaggi sospesi e i suoi pericolosi ponti. Molto a sud, lungo la grande dorsale detta Lobsang Gyatso, si estende il territorio della setta Cappello Giallo, che termina al picco Nanda Devi, dove si dice abiti la dea indù della felicità. A sudovest di queste zone, così lontano che vi splende ancora il sole, c’è Muztagh Alta con le decine di migliaia di abitanti islamici che custodiscono le tombe di Ali e di altri santi dell’Isiam. A nord di Muztagh Alta le creste corrono in territori che non ho mai visto, nemmeno dall’orbita durante l’avvicinamento, e che ospitano le alte case degli Ebrei Erranti lungo le vie di accesso al monte Sion e al monte Moriah, dove le città gemelle di Abramo e Isacco vantano le migliori biblioteche di T’ien Shan. A nord e a ovest di quelle città si alza il monte Sumeru — il centro dell’universo — e il picco Harney, anch’esso stranamente il centro dell’universo: tutt’e due si trovano seicento chilometri a sudest dei quattro picchi San Francisco, dove la popolazione hopi-eschimese sbarca il lunario sulle gelide creste e nelle fenditure ricche di felci, anch’essa sicura che i loro picchi delimitino il centro dell’universo.

Dritto a nord posso vedere la più grande montagna del nostro emisfero e il limite settentrionale del nostro mondo, dal momento che, alcuni chilometri più a nord di qui, la cresta scompare sotto nubi di fosgene: il Chomo Lori, "Regina di neve". Il tramonto illumina ancora la vetta ghiacciata del Chomo Lori, mentre l’Oracolo bagna di luce più delicata le sue creste orientali.

Dal Chomo Lori, le creste K’un Lun e Phari corrono a sud e la distanza fra l’una e l’altra aumenta fino a diventare insuperabile per i ponti a sud della funivia che abbiamo appena percorso. Giro la schiena al vento del nord, guardo a sud e a est, seguendo la sinuosa linea della cresta K’un Lun, e immagino di poter vedere le torce, duecento chilometri più a sud, dove la città di Hsi wang-mu, "Regina Madre dell’Ovest" ("ovest" è la zona a sud e a ovest del Regno di mezzo) ospita circa trentacinquemila persone al sicuro nei suoi stretti passi e nelle sue fenditure.

A sud di Hsi wang-mu (solo la vetta è visibile sopra la corrente a getto) si alza il grande picco del monte Koya, dove, secondo i fedeli che vivono in città scavate nel ghiaccio sulle pendici inferiori, Kobo Daishi, il fondatore del buddhismo Shingon, giace inumato in una tomba di ghiaccio priva d’aria, in attesa delle giuste condizioni per emergere dalla sua trance meditativa.

A est del monte Koya, fuori vista per la curvatura planetaria, c’è il monte Kalais, casa di Kubera, il dio indù della ricchezza, e anche di Shiva, che evidentemente non bada ai mille e più chilometri di spazio nuvoloso che lo separano dal proprio fallo. A quanto si dice, anche Parvati, moglie di Shiva, vive sul monte Kalais, ma non si sa che cosa pensi di quella separazione.

Durante il primo anno di permanenza sul pianeta, A. Bettik è stato sul monte Kalais e mi ha raccontato che il picco è bellissimo, uno dei più alti di T’ien Shan, quasi ventimila metri sul livello del mare: lo ha descritto come una scultura marmorea che si alzi da un piedistallo di roccia venata. Mi ha anche detto che sulla cima del monte Kalais, in alto sui campi di ghiaccio, dove l’aria è troppo rarefatta per consentire la respirazione e la formazione di vento, si trova un tempio di lega di carbonio dedicato alla divinità buddhista della montagna, Demchog, "Il supremamente felice", un gigante alto almeno dieci metri, azzurro come il cielo, drappeggiato di collane di teschi e gioiosamente abbracciato nella danza alla sua consorte. A. Bettik ha detto che quella divinità dalla pelle azzurra gli assomiglia un poco. Il palazzo costituisce il centro preciso della vetta arrotondata che si trova al centro di un mandala formato da minori picchi innevati e l’insieme abbraccia il sacro cerchio, il mandala fisico, dello spazio divino di Demchog, dove chi medita scoprirà la saggezza che lo libera dal ciclo di sofferenza.

In vista del mandala del monte Kalais, ha detto A. Bettik, e tanto lontano verso sud da essere sepolto sotto luccicanti ghiacciai profondi chilometri, si alza il picco Helgafell, la "Sala d’idromele dei morti", dove alcune centinaia di islandesi giunti durante l’Egira sono tornati alle usanze vichinghe.

Guardo a sudovest. Se un giorno potessi percorrere l’arco del circolo polare antartico, laggiù, incontrerei picchi come il Gunung Agung, l’ombelico del mondo (su T’ien Shan ce ne sono una decina), dove il festival Eka Dasa Rudra adesso ha iniziato da ventisette anni il suo ciclo di seicento e dove le donne balinesi si dice danzino con grazia e leggiadria impareggiabili. Più di mille chilometri a nordovest, lungo l’alta cresta dal Gunung Agung, c’è il Kilimachaggo, dove gli abitanti delle terrazze inferiori, dopo un appropriato intervallo, dissotterrano i propri morti dalle fenditure piene di terra grassa e portano le ossa molto al di sopra dell’atmosfera respirabile, grazie a dermotute cucite a mano e maschere a pressione, per riseppellire i parenti nel ghiaccio duro come pietra, a un’altitudine di circa diciottomila metri, in modo che dal ghiaccio i teschi guardino verso la vetta, in eterna speranza.

Al di là del Kilimachaggo, l’unico picco che conosco per nome è il Croagh Patrick, che ha la fama di essere privo di serpenti. Ma per quanto ne so, non ci sono serpenti da nessuna parte, su Montagne del cielo.

Mi giro verso nordest. Il gelido vento mi colpisce in pieno viso, mi spinge ad affrettarmi, ma spreco questo ultimo minuto per guardare verso la nostra destinazione. Anche A. Bettik pare non avere fretta, ma forse è l’ansia per il prossimo tratto in scivolo a spingerlo a soffermarsi lì un momento insieme con me.

Qui a nord e a est, al di là della parete a strapiombo della cresta K’un Lun, si estende il Regno di mezzo, con i suoi cinque picchi che brillano sotto la luce da lanterna dell’Oracolo.

A nord rispetto a noi, la via Pedonale e una decina di ponti sospesi attraversano il vuoto fino alla città di Jo-kung e al picco centrale del Sung Shan, detto "l’Altissimo" anche se è di gran lunga il più basso del Regno di mezzo.

Davanti a noi, collegato da sudovest solo mediante una ripida cresta di ghiaccio al sinuoso circuito della funivia, si alza lo Hua Shan, il "monte Fiore", il picco più occidentale del Regno di mezzo e (ma qui si può discutere) il più bello dei cinque picchi. Dallo Hua Shan, gli ultimi chilometri di funivia uniscono il monte Fiore alle creste a nord di Jo-kung dove Aenea lavora nel Hsuan-k’ung Ssu, il Tempio a mezz’aria, posto in una parete a strapiombo che guarda a nord al di là dell’abisso verso l’Heng Shan, la montagna sacra del Nord.

Un secondo Heng Shan a circa duecento chilometri verso sud, segna il confine del Regno di mezzo, ma è una modesta montagnola a confronto delle pareti a strapiombo, delle grandi creste e del vasto profilo della sua controparte settentrionale. Mentre guardo a nord tra il vento rabbioso e le coltri di nuvolaglia, ricordo la mia prima ora su quel pianeta, quando nella nave del console mi libravo fra il grandioso Heng Shan e il Tempio.

Mi rivolgo di nuovo a est e a nord: al di là dell’Hua Shan e del breve picco centrale Sung Shan vedo senza difficoltà, a più di trecento chilometri, l’incredibile vetta del T’ai Shan stagliata contro l’Oracolo che si leva. Quello è il Grande Picco del Regno di mezzo, alto 18.200 metri, con la città di Tai’an, "la Città di Pace", ammassata più in basso a 9000 metri e la sua leggendaria scalinata di 27.000 gradini che da Tai’an attraversa distese di neve, supera pareti di roccia e raggiunge il leggendario Tempio dell’imperatore di giada, sulla vetta.

Al di là della nostra montagna sacra del Nord ci sono le quattro montagne di Pellegrinaggio dei buddhisti: l’O-mei Shan, a ovest; il Chiu-hua Shan, la montagna dei Nove fiori, a sud; il Wu-t’ai Shan, la montagna delle Cinque terrazze, con il suo accogliente Palazzo Viola, a nord; e il P’u-t’o Shan, modesto ma d’indefinibile bellezza, nell’estremo oriente.

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