Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]
- Автор: Симмонс Дэн
- Серия: Canti di Hyperion #4
- Год: 1999
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-04-45610-8
- Переводчик: Gaetano Luigi Staffilano
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Il risveglio di Endymion [The Rise of Endymion]». Краткое содержание книги:
L’addetto ai cavi ci fa segno di avanzare; A. Bettik e io saliamo insieme sulla piattaforma di salto. Da quel punto di connessione, venti o più cavi scendono in diagonale verso l’abisso e creano una nera ragnatela a perdita d’occhio. Il più vicino terminale dei cavi si trova a più di un chilometro e mezzo verso nord, su un piccolo dente di roccia che si staglia contro il bianco splendore del Chomo Lori, "Regina di neve", ma noi andiamo a est, al di là del grande vuoto fra le creste: il nostro punto d’arrivo dista più di venti chilometri e il cavo che scende in quella direzione si fonde nel bagliore serale della lontana parete di roccia e pare finire a mezz’aria. E la nostra destinazione si trova più di trentacinque chilometri al di là di quel punto, a nord e a est. A piedi impiegheremmo circa sei ore per fare il lungo viaggio a nord lungo la cresta Phari e poi a est, seguendo il sistema di ponti e di passerelle. Viaggiando per cavo e scivolo dovremmo impiegare metà tempo, ma l’ora è tarda e lo scivolo è molto pericoloso. Lancio ancora un’occhiata al sole basso e mi domando di nuovo se ho fatto la scelta più assennata.
«Pronti» brontola l’addetto ai cavi, un ometto bruno in chuba a riquadri cuciti insieme, tutto macchiato. Mastica radice di besil e si gira a sputare dal bordo, mentre ci accostiamo alla fune d’aggancio.
«Pronto» diciamo all’unisono A. Bettik e io.
«Mantenete la distanza» ringhia l’addetto. Mi fa segno di andare per primo.
Allento dalla imbracatura a corpo intero le bretelle da viaggio, faccio scivolare le mani sulla braca piena di attrezzi che chiamiamo reticella, trovo a tentoni la carrucola a due posizioni, la aggancio con un moschettone all’anello della bretella, faccio passare in un altro moschettone un attacco Munter come freno di riserva in aggiunta al freno della carrucola, trovo il mio migliore moschettone, lo uso per unire intorno al cavo le flange della carrucola, poi passo nei primi due moschettoni la fune di sicurezza, aggiungo alla fune un corto nodo Prusik e infine aggancio quest’ultimo alla imbracatura pettorale sotto le bretelle. Tutto questo richiede meno di un minuto. Alzo le mani, ingrano nella carrucola i comandi dell’anello a D e faccio qualche salto per provare sia il collegamento della carrucola sia gli agganci. Tutto regge bene.
L’addetto si sporge a ispezionare con occhi esperti l’aggancio dell’anello a doppio D e la morsa della carrucola. Muove la carrucola avanti e indietro, assicurandosi che i cuscinetti quasi privi di attrito scivolino dolcemente nella loro sede. Infine, con tutto il suo peso, fa forza sulle mie spalle e sull’imbracatura, tenendosi appeso come un secondo sacco da montagna; poi mi lascia e si assicura che anelli e freni reggano. Sono certo che non gliene frega niente se precipito e muoio ma, se la carrucola dovesse incepparsi da qualche parte lungo i venti chilometri di cavo in monofilamento intrecciato che corrono verso l’invisibile, toccherà a lui riparare il guaio, appeso alle staffe o a un seggiolino, sopra chilometri d’aria, mentre pendolari in attesa fremono. Pare soddisfatto dell’attrezzatura.
«Vai» dice e mi dà una manata sulla spalla.
Salto nel vuoto e intanto sposto più in alto sulla schiena il sacco da montagna. Le cinghie dell’imbracatura si tendono, il cavo s’incurva, i cuscinetti della carrucola ronzano appena e io comincio a scivolare più velocemente, man mano che rilascio il freno, pollici sui comandi dell’anello a D. Nel giro di qualche secondo saetto lungo il cavo. Sollevo le gambe e mi accomodo sul sedile dell’imbracatura, in quel modo che mi è diventato naturale negli ultimi tre mesi. La cresta K’un Lun, la nostra destinazione, brilla vivida, mentre l’ombra del tramonto comincia a riempire l’abisso sotto di me e l’ombra della sera si muove giù per la parete della cresta Phari alle mie spalle.
Percepisco nel cavo un lieve mutamento di tensione e un ronzio: A. Bettik inizia la discesa dietro di me. Mi lancio un’occhiata alle spalle e lo vedo abbandonare la piattaforma di salto, gambe dritte davanti a sé nella forma approvata, corpo che ballonzola sotto le bretelle elastiche. Riesco appena a scorgere la catena che collega al freno della carrucola la banda di cuoio del suo braccio sinistro. A. Bettik agita il braccio e io rispondo al saluto, ruotando nell’imbracatura per tenere d’occhio il cavo che sibila mentre continuo a saettare sopra l’abisso. A volte qualche uccello si posa sul cavo per riposare. A volte vi si forma all’improvviso una concrezione di ghiaccio. Molto raramente c’è la carrucola impigliata di qualcuno che ha avuto un incidente o che si è staccato dall’imbracatura per ragioni note solo a lui. Ancora più raramente, ma abbastanza da non dimenticarsene, qualcuno con un rancore e vaghe tendenze psicopatiche si ferma ad avvolgere intorno al cavo una zeppa o una camma a molla, lasciando una piccola sorpresa per il prossimo che giunge a gran velocità. La pena per questo crimine è la morte e il colpevole viene spinto giù dalla più alta piattaforma di Potala o di Jo-kung; ma questo è di poca consolazione per chi incontra per primo la zeppa o la camma.
Nessuna di queste eventualità si verifica, mentre scivolo sul vuoto lungo il cavo ultraleggero. L’unico rumore è il lieve ronzio del freno della carrucola, mentre modero la velocità, e il lieve fruscio d’aria. Siamo ancora in pieno sole e sul pianeta è tarda primavera, ma sopra gli ottomila metri l’aria è sempre fredda. Respirare non è un problema. Ogni giorno, da quando sono giunto su T’ien Shan, ringrazio gli dei dell’evoluzione planetaria perché, anche con gravità un po’ più leggera, 0,954 g standard, a questa altitudine c’è maggiore ricchezza d’ossigeno. Lancio un’occhiata alle nuvole vari chilometri sotto i miei stivali e penso all’oceano che ribolle in quella cieca pressione, agitato da venti di fosgene e di densa anidride carbonica. Su T’ien Shan non c’è una vera superficie terrestre, solo quella densa brodaglia di oceano planetario e innumerevoli picchi e creste che si alzano per migliaia di metri verso lo strato di ossigeno e la vivida luce del sole simile a quella di Hyperion.
Il pensiero mi stuzzica la memoria. Ricordo un altro pianeta di nuvole dove mi sono trovato solo qualche mese fa. Penso al mio primo giorno nella nave, prima di raggiungere il punto di traslazione, mentre guarivo dalla febbre e dalla gamba rotta, quando avevo detto oziosamente alla nave: "Chissà come ho varcato il teleporter, su quel pianeta. Il mio ultimo ricordo riguarda una gigantesca creatura…".
La nave aveva risposto proiettando un ologramma preso da una delle sue olocamere boa mentre se ne stava sul fondo del fiume dove l’avevamo lasciata. Era un’immagine migliorata alla luce delle stelle, pioveva, e mostrava l’arcata rilucente e verdastra del teleporter e cime d’alberi agitate dal vento. All’improvviso un tentacolo più lungo della nave era emerso dal teleporter, reggendo quello che pareva un kayak giocattolo avvolto da una massa di sbrindellato tessuto di paravela. Il tentacolo aveva fatto una singola, aggraziata, lenta torsione: paravela, kayak e la figura accasciata nell’abitacolo erano scivolati, si erano dimenati in realtà, per un centinaio di metri ed erano scomparsi fra le cime degli alberi.
"Perché non sei venuta a prendermi subito?" avevo domandato, senza curarmi di nascondere l’irritazione. Sentivo ancora male alla gamba. "Perché hai aspettato tutta la notte, mentre penzolavo nella pioggia? Potevo morire."
"Non avevo l’ordine di ricuperarla al suo ritorno" aveva risposto l’arrogante, idiota sapiente nave. "Poteva anche essere impegnato in chissà quale importante missione che non ammetteva interruzioni. Se non avessi avuto sue notizie nel giro di alcuni giorni, avrei inviato nella giungla un cingolato automatico per accertarmi che stesse bene."