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Elminster: la nascita di un mago

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Elminster: la nascita di un mago
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El chiuse la bocca per tacere proteste e domande ormai inutili, poi la riaprì di nuovo ed esclamò tranquillamente: «Che gli dei ti assistano, Myrjala», e rimase a guardare la forra arida. Prima di iniziare la sua impresa doveva studiarla attentamente.

Gli artigli del drago avvolsero Elmara. La ragazza li guardò tranquillamente chiudersi su di lei, senza reagire, e le unghie gigantesche scemarono un istante prima di toccarla. Poi la brezza impetuosa dissolse le ultime nebbie dell’incantesimo, ed El si ritrovò di fronte Myrjala, sulla cima spoglia della collina, in quel giorno piovoso e ventoso di Elient, nell’Anno della Scomparsa dei Draghi. Le nuvole correvano veloci, basse nel cielo grigio e greve.

«Perché non mi hai colpita?», le domandò la maga inarcando le sopracciglia. «Hai escogitato qualche altro modo per rompere un incantesimo di artigli di drago?»

Elmara allargò le mani. «Non mi veniva in mente alcun modo per colpirti seriamente», affermò, «con gli incantesimi che mi sono rimasti. Sapevo che avrei potuto correre il rischio e sopravvivere, semplicemente. Al contrario, se avessi reagito, avrei potuto perdere una maestra… e, peggio, un’amica».

Myrjala la guardò negli occhi. «Sì», assentì tranquillamente, e fece un gesto circolare con la mano.

Improvvisamente, le due donne si ritrovarono in una cavità nel cuore della collina, il loro rifugio. L’una di fronte all’altra, separate da un fuoco accesosi da solo, opera di Myrjala, naturalmente.

Talora El rifletteva su quanto poco sapesse della vita e dei poteri della sua tutrice, sebbene di tanto in tanto, durante la sua formazione, si fosse resa conto di quanto dovesse essere potente la maga conosciuta in tutta Faerûn col nome di «Occhiscuri». Proprio in quel momento, mentre osservava la donna, ebbe un curioso presentimento.

La maga più anziana fissava il fuoco con occhi tristi. «Il tuo operato nella forra è supremo… hai fatto meglio di quanto abbia fatto io quando mi venne affidato lo stesso compito. Ora sei più forte di Myrjala nell’arte della magia». Sospirò, e aggiunse: «E adesso devi avventurarti da sola per sperimentare nuovi modi di usare gli incantesimi, e di modificare quelli che sai per renderli veramente tuoi… affinché tu possa padroneggiare completamente ciò che eserciti, senza stare per sempre nell’ombra di un mentore».

Lacrime non versate brillarono negli occhi scuri che sollevò per incontrare lo sguardo inorridito di Elmara. «Altrimenti», aggiunse lentamente, «trascorreranno i giorni e gli anni, ed entrambe ci indeboliremo sempre più, aggrappandoci per sempre alle gonne l’una dell’altra in cerca di sostegno».

Elmara rimase a fissarla in silenzio.

«Un mago è sempre solo», affermò Myrjala dolcemente, «e questa è la ragione. Sei d’accordo con le mie parole?»

El la guardò tremante, e sospirò. «Dunque dobbiamo separarci», mormorò, «e io devo andare da sola… ad affrontare i signori maghi».

«Non sei ancora pronta per la tua vendetta. Vivi, e impara ulteriormente dapprima. Vieni a cercarmi quando ti sentirai pronta per sfidare la Corona del Cervo e, se potrò, ti aiuterò. Tuttavia, se non ci dividiamo», asserì la maga a bassa voce, «non conquisterai nulla da sola, ed è proprio questo che devi fare».

Trascorse qualche attimo di grave silenzio, prima che Elmara annuisse riluttante. Poi lentamente disse: «C’è un segreto che non ti ho mai svelato; e non desidero che rimanga ancora nascosto. Se dobbiamo proseguire per strade diverse, trovo sia sbagliato non dirti la verità».

Slegò i lacci della tunica e la lasciò cadere. Myrjala osservò mentre Elmara, nuda nella luce del fuoco, mormorava le poche parole, ancora vivide nella sua mente da quel giorno in cui l’aveva condotta nella tomba… e il suo corpo mutò. Myrjala lasciò cadere le mani che aveva sollevato per un rapido incantesimo se ve ne fosse stato bisogno, e fissò l’uomo nudo oltre il fuoco.

«Questa è la mia vera natura», affermò lentamente l’uomo dal naso aquilino. «Sono Elminster, figlio di Elthryn… principe di Athalantar».

Myrjala lo scrutò con aria triste, gli occhi scurissimi. «Perché hai preso le sembianze di una donna?»

«Mystra mi ha trasformato per nascondermi dai maghi, poiché ormai conoscevano il mio aspetto… e, credo, per costringermi a imparare a guardare il mondo con gli occhi di una donna. Quando ti ho curato, mi hai conosciuto come donna… Temevo che il rivelarti la mia vera identità ti avrebbe sconvolto e avrebbe rovinato la fiducia tra noi».

Myrjala annuì. «Ero giunta ad amarti», rispose tranquillamente, «ma ciò… cambia le cose».

«Anch’io ti amo», affermò Elminster. «Ed è una delle ragioni per cui sono rimasta donna. Non volevo cambiare ciò che condividiamo».

La maga allora girò intorno al fuoco e l’abbracciò. «Elminster… o Elmara, o chiunque tu sia… vieni e mangia, un’ultima volta. Nulla potrà cambiare l’ottimo lavoro che abbiamo fatto insieme».

Era buio, e il fuoco si era quasi spento. Myrjala era un’ombra oltre le deboli fiamme quando voltò la testa e domandò dolcemente: «Dove andrai?»

Elminster alzò le spalle. «Non lo so… a ovest nel Calishar, forse».

«Nel Calishar?» Stai attento, Elminster…», la sua voce esitò sul nome poco familiare, pronunciandolo con difficoltà «… poiché quella terra è dominata da Ilhundyl, il Mago Pazzo».

«Lo so. Per ciò voglio andarci. Ho un conto in sospeso. Non posso continuare a vivere lasciando tutto incompiuto».

«Molti lo fanno».

«Io non sono “molti”, e non posso farlo». Fissò a lungo il fuoco. «Mi mancherai, ragazza… abbi cura di te».

«Che gli dei assistano anche te, Elminster». Poi si sciolsero in lacrime e si abbracciarono.

Quando si separarono, la mattina seguente, entrambi stavano piangendo.

Non appena vide l’intruso, Ilhundyl fece liberare i leoni nel labirinto, ma le bestie rimasero impietrite con la bocca aperta quando l’incantesimo dell’uomo le investì. Il mago dal naso adunco che aveva paralizzato i leoni si mise ad avanzare a grandi passi. Senza nemmeno rallentare l’andatura, si fece strada infallibilmente fra le mura e le porte illusorie, e attraversò la terrazza davanti al Grande Cancello, verso la porta nascosta. Ilhundyl strinse le labbra, e pronunciò parole che pensava non avrebbe mai dovuto usare.

Le statue di pietra si voltarono, scricchiolando. Nuvole di polvere caddero dalle loro articolazioni, e fulmini balenarono dai palmi delle loro mani. Le saette blu raggiunsero l’uomo dal naso adunco, ma questi le ignorò, ed esse colpirono lo scudo invisibile che lo avvolgeva, crepitando innocuamente.

Ilhundyl tamburellò con le sue lunghe dita sul tavolo di fronte a lui. Poi sollevò l’altra mano, fece un gesto e mormorò qualcosa. Alcuni golem uscirono dai solidi muri di roccia del Castello Magico e si mossero pesantemente verso il mago che continuava ad avanzare. Mentre gli andavano incontro, l’intruso solitario pronunciò un incantesimo. L’aria di fronte a lui si riempì improvvisamente di spade roteanti, che in una nuvola accecante fecero scaturire scintille dai colossi, che continuarono ad avanzare rigidamente e pesantemente attraverso quella tempesta d’acciaio.

Ilhundyl osservò la scena impassibile, poi si protese per suonare un campanello che stava sul suo tavolo. Quando una giovane donna in livrea accorse, col volto ansioso, il mago comandò con toni freddi e calmi: «Ordina a tutti gli arcieri di portarsi sulle mura del Grande Cancello. Devono uccidere a tutti costi quell’intruso».

La giovane si affrettò fuori dalla stanza mentre i golem si stringevano intorno all’intruso, sollevando enormi braccia per schiacciarlo come uva matura contro le pietre. Il mago alzò le mani. Forze invisibili tagliarono una fetta di pietra, staccando dal suo piede una gamba in movimento, e lentamente, ma con forza imponente, il primo golem cadde a terra.

Il Castello Magico tremò, e Ilhundyl si alzò rabbiosamente dalla sedia, in tempo per vedere crollare il secondo golem, inciampare nei resti del primo, e cadere a sua volta.

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