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La genesi della specie [Hominids - it]

Электронная книга - «La genesi della specie [Hominids - it]». Краткое содержание книги:

Durante un esperimento di calcolo quantistico Ponter Boddit, uno scienziato Neandertal, supera accidentalmente le barriere che separano il suo mondo da quello della specie umana e si ritrova in un universo parallelo, che gli appare carico di contraddizioni e di ambiguità. Messo in isolamento, l'alieno diviene un oggetto di studio per un gruppo di ricercatori ed esperti, e un'attrazione irresistibile per i media e per i politici delle varie nazioni, che ne reclamano l'ideale proprietà. Nello stesso tempo, nella dimensione dei Neandertal, il compagno di Ponter, Adikor Huld, viene accusato del suo omicidio. Riuscirà a provare la propria innocenza, pur non potendo neppure immaginare quanto gli è accaduto?
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«Quindi vorrebbe dire che quarantamila anni fa qualche Cro-Magnon ha improvvisamente cominciato a fare delle scelte, determinando la prima scissione dell'universo?»

«Non proprio» rispose Louise, che si era alzata a prendere un secondo caffè. «Il nodo da sciogliere è stabilire cos'è che ha dato il via al grande balzo in avanti.»

«Nessuno può dirlo» disse Mary.

«Si tratta di un punto di svolta testimoniato dai reperti archeologici, che segnano la nascita della consapevolezza dell'umanità, vero?»

«Suppongo di sì» rispose Mary.

«Ma a quel momento non si accompagna nessuna mutazione fisica di rilievo; non apparve all'improvviso una nuova forma di umanità che tutto a un tratto cominciò a creare opere d'arte. Cervelli dotati di una consapevolezza in embrione esistevano già sessantamila anni fa, ma non erano in grado di attivare questa funzione. Finché non accadde qualcosa.»

«Sì, il grande balzo in avanti. Ma come ho già detto, nessuno sa cos'è che l'ha determinato.»

«Ha mai letto The Emperor's New Mind di Roger Penrose?»

Mary scosse il capo.

«È un matematico di Oxford. Sostiene che la coscienza umana segue i principi di meccanica quantistica»

«E con ciò cosa intende?»

«Che quello che noi comunemente crediamo siano l'intelligenza e la sensibilità non è determinato dalle sinapsi dei neuroni, o da spiegazioni altrettanto primitive, bensì da particolari processi quantistici. Insieme a un certo Hameroff, un anestesiologo, sostiene che la superimposizione quantistica di elettroni isolati nei microtuboli delle cellule cerebrali determina il fenomeno della coscienza.»

«Ah!» fece Mary dubbiosa.

«Be', non capisce?» disse Louise sorseggiando il secondo caffè. «Questa teoria è in grado di spiegare il grande balzo in avanti. Probabilmente centomila anni fa i nostri cervelli erano gli stessi di oggi, ma la coscienza si attivò solo quando si verificò il fenomeno di meccanica quantistica, probabilmente dovuto al caso: l'unica scissione che ha dato vita a un nuovo universo è avvenuta proprio nel modo ipotizzato da Everett.»

Mary annuì; era una teoria estremamente interessante.

«E i fenomeni quantistici, per la loro stessa natura, danno luogo a una molteplicità di risultati» continuò Louise. «Quella fluttuazione quantistica, o qualunque cosa fosse, potrebbe aver attivato la consapevolezza nell'Homo sapiens, o anche nell'altra specie umana esistente quarantamila anni fa, l'uomo di Neandertal. Il primo sdoppiamento dell'universo sarebbe quindi avvenuto per un caso fortuito, un colpo di fortuna quantistico. Nel nostro mondo, le capacità di pensiero e di cognizione si attivarono in un nostro progenitore, nel mondo di Ponter in un suo avo. Ho letto che i Neandertal sono comparsi sulla terra circa duecentomila anni or sono, è vero?»

Mary annuì.

«Ed erano dotati di una calotta cranica superiore alla nostra?»

Mary annuì di nuovo.

«Ma nella nostra versione del mondo, nel nostro percorso evolutivo, la scintilla della consapevolezza nei cervelli dei Neandertal non si è mai accesa. Nei nostri invece sì, e questo ci conferì quel margine di superiorità — ingegnosità e conoscenza della realtà circostante — che ha determinato il nostro trionfo sulla loro specie, rendendoci padroni del mondo.»

«Ah! Ma nel mondo di Ponter…»

Louise annuì. «Nel mondo di Ponter è avvenuto l'esatto contrario: sono stati i Neandertal ad acquisire la consapevolezza e a sviluppare la cultura, l'arte e… l'ingegnosità. Lì sono stati loro a compiere il grande salto in avanti, mentre la nostra specie è rimasta allo stato semi-selvaggio come nei sessantamila anni precedenti.»

«Be', è un'ipotesi plausibile» disse Mary. «Potrebbe scriverci un bel saggio.»

«Anche qualcosa di più» replicò Louise mandando giù un sorso di caffè. «Se questa ipotesi fosse esatta, il nostro amico potrebbe tornare a casa.»

«Cosa?» esclamò Mary sentendosi mancare.

«L'ipotesi si basa in parte su quanto mi ha detto Ponter, in parte sulle nostre conoscenze fisiche. Supponiamo che l'universo non si sdoppi come fosse un'ameba, dove la cellula madre cessa di esistere, ma con un processo simile a quello che presiede la riproduzione dei vertebrati: cioè, l'universo originale continua a vivere anche dopo la creazione di un nuovo universo.»

«E questo cosa comporterebbe?»

«Be', se così fosse gli universi non avrebbero la stessa età. Apparirebbero perfettamente identici, ma l'uno avrebbe dodici miliardi di anni, e l'altro… be', poche ore di vita, e pur essendo giovanissimo dimostrerebbe anch'esso dodici miliardi di anni.»

Mary aggrottò la fronte. «Uhm, Louise, qualcosa mi dice che lei non crede alla teoria della creazione, eh?»

«Oui?» fece la ragazza, che poi scoppiò a ridere. «No, no, capisco a cosa allude, ma la mia è un'argomentazione prettamente fisica.»

«Se lo dice lei. Ma se tutto ciò fosse vero, Ponter come potrebbe tornare a casa?»

«Be', mettiamo che questo universo, quello in ci troviamo in questo momento, sia quello originale, che quindi sia stato l'Homo sapiens a sviluppare la consapevolezza; allora tutte le altre miriadi di universi abitati da Homo sapiens dotati di consapevolezza sono figli o nipoti o pronipoti del nostro.»

«È un'ipotesi un po' troppo ardita» opinò Mary.

«Lo sarebbe se non avessimo prove. Ma abbiamo la dimostrazione che il nostro universo è speciale: il fatto che Ponter sia finito proprio qui, anziché in altri mondi. Quando il suo computer quantistico ha processato tutte le altre versioni di se stesso esistenti in altri universi, cosa ha fatto? Be', ha individuato tutti gli universi diversi dal suo, e ha selezionato proprio quello che in origine si era separato dagli altri, quello cioè che quarantamila anni prima aveva intrapreso una strada diversa, con un tipo di umanità diversa. Ma non appena raggiunto un universo dove non esisteva un computer quantistico, esattamente nello stesso posto dove era stato tentato l'esperimento, il processo di fattorizzazione è fallito, e il contatto tra i due mondi si è interrotto. Ma se la gente di Ponter ripetesse esattamente l'esperimento che lo ha proiettato qui, penso che ci sarebbe una reale possibilità di ricreare il passaggio tra i due universi.»

«In queste sue ipotesi ci sono troppi se» rifletté Mary. «E comunque, se potessero davvero ripetere l'esperimento, perché non l'hanno già fatto?»

«Non lo so» si arrese Louise. «Ma se ho ragione, il varco verso il mondo di Ponter potrebbe aprirsi di nuovo.»

Mary sentì una fitta allo stomaco — non erano certo le patatine che aveva mangiato -, disorientata dal marasma di sensazioni che quell'ipotesi le scatenava.

43

Adikor Huld osservò con attenzione il robot minerario che Dern gli aveva procurato. Era un aggeggio dall'aria triste: un semplice assemblaggio di ruote dentate, pulegge e pinze automatiche, vagamente somigliante a un pino tozzo e spoglio. Sul metallo, qua e là, si vedevano chiaramente tracce di bruciato. In effetti, circa quattro mesi prima nella miniera era scoppiato un incendio. Alcuni dei componenti si erano fusi, altre parti erano rimaste danneggiate, e nell'insieme la macchina appariva annerita e fuligginosa. Dern gli aveva detto che quell'unità doveva essere demolita, quindi nessuno avrebbe indagato se fosse scomparsa.

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