La luce morente [Dying of the Light - it]
- Автор: Мартин Джордж Рэймонд Ричард
- Год: 1979
- Язык: итальянский
- Год: Armenia Editore
- Переводчик: Franco Giambalvo
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «La luce morente [Dying of the Light - it]». Краткое содержание книги:
«Un vagabondo, un viaggiatore senza meta, una scoria della creazione: il pianeta Worlorn era tutte queste cose. Per innumerevoli secoli aveva continuato a cadere, da solo, senza scopo, precipitando tra i freddi e solitari spazi che si aprono fra le stelle. Ma lui non apparteneva a nessuna di quelle stelle. In un certo senso non faceva nemmeno parte della galassia, anche se rotolava attraverso il piano della galassia come un chiodo che attraversa la tonda superficie di un tavolo. Non faceva parte di niente...» Poi Worlorn passa vicino alla Ruota di Fuoco, la supercostellazione che gli darà qualche anno di luce prima che esso piombi di nuovo nella notte senza fine cui sono destinati i mondi senza sole.
E nel momento in cui il pianeta solitario si avvicina, forse per l’ultima volta, al fuoco della vita, gli uomini decidono di trasformarlo per i loro fini riposti. La luce morente è una storia di superscienza, ma anche di esseri umani posti di fronte a un ennesimo simbolo dell’esistenza precaria che conduciamo, sul Margine dell’universo.
É il primo romanzo di George R.R.Martin, un grande affresco spaziale del lontano futuro, dove tutto è azione, poesia, meraviglia.
Il suo viso era pallido e vuoto. «Mandato a chiamare?».
«Sì, sai», disse lui. «La gemma mormorante».
«Già», disse lei incerta. «Si trova a Larteyn»,
«Naturalmente», disse lui. «Nel mio bagaglio. Tu me l’hai mandata».
«No», disse lei. «No».
«Ma mi sei venuta incontro!».
«Ci avevi mandato un segnale laser dalla nave. Ma io… Credimi, quella era la prima volta che ho sentito parlare del tuo arrivo. Io non sapevo che cosa pensare. Pensavo che prima o poi me l’avresti spiegato, anche se naturalmente non c’era nessuna fretta».
Dirk disse qualcosa, ma la torre pianse la sua nota bassa e le sue parole furono portate lontano. Dirk scosse il capo. «Tu non mi avevi mandato a chiamare?».
«No».
«Ma io ho ricevuto la gemma mormorante. Su Braque. La stessa gemma, esperincisa. Impossibile da falsificare». Poi si ricordò qualcos’altro. «Ed Arkin ha detto…».
«Sì», disse lei. Si stava mordendo le labbra. «Non capisco. Deve essere stato lui a mandarla. Eppure era mio amico. Avevo bisogno di qualcuno con cui parlare. Non capisco». Lei piagnucolò.
«La testa?», chiese Dirk in un soffio.
«No», disse lei. «No».
Lui la guardò in faccia. «È stato Arkin a mandarla?».
«Sì. Era l’unico. Deve essere stato lui. Ci siamo incontrati su Avalon, subito dopo che tu ed io… sai. Arkin mi ha aiutata. Sono stati tempi difficili. C’era anche lui quando tu hai mandato la tua gemma a Jenny. Io piangevo eccetera eccetera. Ne ho parlato con lui e ne abbiamo discusso. Anche più tardi, quando io ho incontrato Jaan, Arkin ed io eravamo vicini. Era come un fratello!».
«Un fratello», ripeté Dirk. «Perché avrebbe dovuto…».
«Non lo so!».
Dirk era pensoso. «Quando tu mi sei venuta incontro allo spazioporto, Arkin era con te. Eri tu che gli avevi chiesto di venire? Io contavo sul fatto che tu fossi sola, ricordo».
«È stata un’idea sua», disse lei. «Be’, gli avevo detto che ero nervosa. Per il fatto di rivederti. Lui… lui si è offerto di venire con me per sostenermi moralmente. E poi ha detto che voleva conoscerti. Sai, del resto gli avevo parlato di te su Avalon».
«E quel giorno quando tu e lui ve ne siete andati nella foresta… sai, quando mi sono messo nei guai con Garse e con Bretan… cosa è successo?».
«Arkin aveva parlato di… una migrazione di scarabei corazzati. Invece non c’era niente, ma siamo dovuti andare a controllare. Siamo scappati fuori di corsa».
«Perché non mi hai lasciato detto dove andavi? Io credevo che Jaan e Garse ti avessero picchiata, che ti tenessero lontana da me. La notte prima, tu avevi detto…».
«Lo so, ma Arkin mi aveva detto che te lo avrebbe riferito lui».
«E poi mi ha convinto a scappare», disse Dirk. «E a te, immagino che ti abbia detto che per convincermi avresti dovuto…».
Gwen annuì.
Lui si voltò verso la finestra. L’ultima luce era scomparsa dalle vette delle torri. In alto c’era una manciata di stelle che scintillava. Dirk le contò. Dodici. Una dozzina esatta. Si chiese se alcune di loro fossero davvero delle galassie dall’altra parte del Grande Mare Nero. «Gwen», disse lui, «Jaan se ne è andato questa mattina. Da qui a Larteyn e ritorno, con l’aerauto… quanto ci vorrà?».
Lei non rispose, e Dirk si voltò a guardarla di nuovo.
Le pareti erano piene di fantasmi e Gwen tremava alla loro luce.
«Avrebbe dovuto essere già di ritorno a quest’ora, non è vero?».
Lei annuì e si sdraiò di nuovo sul pallido materasso.
La Città Sirena cantava la sua ninna nanna, il suo inno al riposo finale.
11
Dirk attraversò la stanza.
Il fucile a laser era appoggiato alla parete. Lo sollevò ancora una volta, sentì il materiale vagamente oleoso che in realtà era plastica nera. Passò il pollice sulla testa di lupo. Sollevò l’arma all’altezza della spalla, prese la mira e sparò.
Il lampo di luce durò per lo meno un secondo, sospeso nell’aria. Mosse leggermente il fucile e la penna luminosa si mosse anche lei. Quando la luce sparì e sparì anche l’immagine che continuava a persistere sulla retina, vide che aveva aperto un buco irregolare nella finestra. Il vento vi si riversava soffiando forte, in una strana dissonanza con la musica di Lamiya-Bailis.
Gwen si alzò barcollando dal letto. «Che cosa? Dirk?».
Lui si strinse nelle spalle ed abbassò il fucile.
«Che cosa?», ripeté lei. «Che stai facendo?».
«Volevo essere sicuro di saperlo fare funzionare», spiegò lui. «Io… io vado».
Gwen aggrottò la fronte. «Aspetta», disse. «Cerco gli stivali».
Lui scosse il capo.
«Anche tu?». Lei aveva una faccia dura, brutta. «Non mi serve protezione, accidenti».
«Non è questo», disse lui.
«Se questa è una qualche mossa idiota per farti apparire un eroe ai miei occhi, ti dico subito che non ha funzionato», disse lei mettendo le mani sui fianchi.
Lui sorrise. «Per la verità, Gwen, questa è una qualche mossa idiota per farmi apparire un eroe ai miei occhi. I tuoi occhi… i tuoi occhi non hanno ormai più nessuna importanza».
«Ma allora perché?».
Lui bilanciò incerto il fucile. «Non lo so», ammise lui. «Forse perché mi piace Jaan e gli sono debitore. Forse perché debbo ripagargli il torto di essere scappato, dopo che lui aveva avuto fiducia in me e mi aveva nominato keth».
«Dirk», cominciò lei.
Lui gli fece cenno di star zitta. «Lo so… ma questo non è tutto. Forse è perché Kryne Lamiya ha più suicidi di qualsiasi altra città del festival, ed io sono uno di quelli. Scegli tu il motivo che preferisci, Gwen. Uno qualsiasi di quelli detti sopra». Un debole sorriso gli si dipinse sul viso. «Forse è perché qui ci sono solo dodici stelle, lo sai? Per cui che differenza può fare, che ne dici?».
«Che cosa credi di ppter fare?».
«Chi lo sa? E poi che importa? A te importa qualcosa, Gwen? Pensaci bene». Lui scosse il capo ed il movimento gli fece andare i capelli sulla fronte ancora una volta, così dovette interrompere il gesto e tirarsi indietro i capelli. «A me non importa che a te importi», disse con uno sforzo. «Tu hai detto, o sottinteso, che abitare a Sfida era stata una scelta egoista. Be’, può darsi. E forse lo sono ancora. Comunque ti voglio dire qualcosa. Qualsiasi cosa io voglia fare, non ti chiederò mai di guardarti le braccia prima, capisci cosa voglio dire?».
Era una buona battuta finale, ma arrivato vicino alla porta lui si intenerì un poco, esitò e si voltò indietro. «Rimani qui, Gwen», le disse. «Soltanto questo. Tu non sei ancora guarita. Se tu dovessi scappare, Jaan ha parlato di una caverna. Conosci qualche caverna?». Lei annuì. «Bene, allora vai là, se è necessario. Altrimenti resta qui». Agitò la mano in un goffo addio fatto con il fucile, poi si girò e se ne andò via troppo in fretta.
Giù sulla terrazza d’atterraggio le pareti erano pareti e basta… non c’erano spettri, né murali, né luci. Dirk raggiunse a tentoni l’aerauto che cercava, poi attese al buio che gli occhi si abituassero. Il suo relitto non era un prodotto della tecnologia Kavalar: era una piccola macchina a due sedili, una goccia di plastica un po’ nera e un po’ d’argento e di metallo leggero. Non era corazzata, si capisce, e l’unica arma che portava era il fucile laser che Dirk teneva sulle ginocchia.
Era solo un po’ meno morta di tutto il resto di Worlorn, ma quel po’ era sufficiente. Quando lui batté sul manometro dell’energia, la macchina si svegliò e gli strumenti illuminarono la cabina con i loro raggi pallidi. Mangiò in fretta una barretta di proteine e studiò i quadranti. La scorta di energia era bassa, troppo bassa, ma avrebbe dovuto bastare. Non avrebbe dovuto usare i fari; ce l’avrebbe fatta con la pallida luce stellare. E si poteva anche risparmiare sul riscaldamento, almeno finché avesse avuto il giubbotto di pelle che lo avrebbe riparato dal freddo.