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I racconti inediti

Электронная книга - «I racconti inediti». Краткое содержание книги:

L’antologia di Jack Vance presenta al lettore i seguenti racconti di fantascienza: «ICABEM», «La selezione», «Il sifone plagiano», «Il fato del Phalid», «Il Tempio di Han», «Il figlio dell’albero» ed «I signori di Maxus».
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In fondo al gruppo Joe notò Hableyat che parlava con urgenza ai due missionari Druidi. Sembravano riluttanti. Hableyat alzò la voce. Joe lo udì dire: «Qual è la differenza? In questo modo avete almeno una possibilità, che vi fidiate oppure no delle mie motivazioni.» I Druidi finalmente sembrarono acconsentire. Hableyat marciò vivacemente in testa al gruppo e disse a voce alta: «Basta! Questa impudenza non deve continuare!»

I due Ballenkart si girarono di scatto, sorpresi. Con espressione dura, Hableyat disse: «Andate a chiamare il vostro padrone. Non sopporteremo oltre questo trattamento indegno.»

I Ballenkart sbatterono le palpebre, leggermente mortificati nel vedere messa in dubbio la loro autorità. Erru Kametin, con sguardo di fuoco, disse: «Cosa stai dicendo, Hableyat? Stai cercando di comprometterci agli occhi del Principe?»

«Deve imparare che noi Mang teniamo in gran conto la nostra dignità. Non ci muoveremo da qui finché non verrà a salutarci come si conviene a un ospite cortese.»

Erra Kametin rise sprezzante. «Resta qui, allora.» Si avvolse nel mantello scarlatto, si girò, e proseguì verso la Residenza. I Ballenkart si consultarono, e uno accompagnò i Mang. L’altro sorvegliò Hableyat con occhi truculenti. «Aspetta che il Principe venga a saperlo!»

Il resto del gruppo aveva girato un angolo. Hableyat tirò fuori con disinvoltura la mano da sotto il mantello, e scaricò un tubo addosso alla guardia. Gli occhi della guardia divennero colore del latte, e l’uomo crollò a terra.

«È soltanto stordito,» disse Hableyat a Joe, che si era voltato per protestare. E ai Druidi: «Svelti.»

Tenendo sollevate le vesti corsero a un vicino mucchietto di terra soffice. Uno scavò un buco con un bastone, l’altro aprì l’altare, e ne trasse teneramente la miniatura dell’Albero. Un piccolo vaso circondava le sue radici.

Joe sentì Elfane boccheggiare. «Voi due…»

«Silenzio,» scattò Hableyat. «Occupati dei tuoi interessi, se sei saggia. Questi sono Arcitearchi, entrambi.»

«Manaolo… un inganno!»

Le radici scesero nel buco. La terra venne pressata attorno alla pianticella. I Druidi chiusero l’altare, si spolverarono le mani, e ritornarono a essere monaci dalla faccia inespressiva. E il Figlio dell’Albero era ritto nel suolo di Ballenkarch, immerso nella calda luce gialla. Se non lo si guardava con particolare attenzione, sembrava solo un altro arbusto.

«E adesso,» disse Hableyat placidamente, «possiamo proseguire per la Residenza.»

Elfane fulminò con lo sguardo Hableyat e i Druidi, con occhi brucianti di rabbia e di umiliazione. «E per tutto questo tempo avete riso di me!»

«No, no, Sacerdotessa,» disse Hableyat. «Mantieni la calma, te ne imploro. Avrai bisogno di tutto il tuo ingegno quando affronterai il Principe. Credimi, la tua parte è stata molto utile.»

Elfane si volse alla cieca, come per correre via verso il mare, ma Joe la trattenne. Per un attimo Elfane lo fissò negli occhi, con i muscoli come filo spinato. Poi si rilassò, come svuotata di ogni vigore. «Va bene, ci andrò.»

Continuarono, e incontrarono a metà strada una squadra di sei soldati evidentemente mandati a fare loro da scorta. Nessuno badò al corpo privo di sensi della guardia.

Al portale vennero sottoposti a una perquisizione, rapida ma così dettagliata e completa da suscitare adirate proteste dai Druidi e uno strillo oltraggiato da Elfane. L’arsenale così scoperto era sorprendente: piccole armi coniche su entrambi i Druidi, il tubo stordente di Hableyat e uno stiletto a serramanico, la pistola di Joe, un piccolo tubo lurido che Elfane portava infilato nella manica.

Il soldato indietreggiò, fece un gesto. «Siete autorizzati a entrare nella Residenza. Badate di osservare le comuni forme di rispetto.»

Attraversando un’anticamera dipinta di animali grotteschi e semidemoniaci, entrarono in un grande salone. Le travi del soffitto erano tronchi enormi, sbozzati a mano e intagliati con decorazioni convenzionali, le pareti erano rivestite di canne intrecciate. Su ogni lato file di piante verdi e rosse correvano lungo la parete, e il pavimento era coperto da un soffice tappeto di fibra tessuto e tinto in uno strabiliante disegno scarlatto, nero e verde.

Sul lato opposto all’entrata c’era un palco, fiancheggiato da due massicce balaustre di legno rosso ruggine, e un seggio enorme a foggia di trono dello stesso legno rossiccio. Il trono era vuoto.

Venti o trenta uomini erano sparsi per il salone, uomini grandi e grossi, abbronzati dal sole, qualcuno con un paio di baffi ispidi; si muovevano con imbarazzo, a disagio, come se non fossero usi ad avere un tetto sopra la testa. Tutti indossavano brache rosse lunghe fino al ginocchio. Alcuni portavano bluse di vari colori, mentre altri erano a petto nudo, con mantelli di pelliccia nera gettati dietro le spalle. Tutti avevano delle pesanti sciabole alla cintura, e tutti fissavano i nuovi arrivati senza benevolenza.

Joe guardò da una faccia all’altra. Harry Creath non sarebbe stato lontano da Vail-Alan, il centro dell’attività. Ma non era in quella sala.

Accanto al palco, in gruppo, c’erano i Mang delle Correnti Rosse. Erra Kametin parlò alla donna in un aspro falsetto. I due procuratori ascoltavano in silenzio, girati a metà da un’altra parte.

Un cerimoniere con una lunga chiarina di ottone entrò nella stanza e suonò una vivace fanfara. Joe sorrise debolmente. Come una commedia musicale: guerrieri in uniformi sgargianti, ostentazione, pompa, formalità…

Di nuovo la fanfara, squillante, eccitante.

«Il Principe di Vail-Alan! Sovrano per prelazione su tutta la superficie di Ballenkarch!»

Un uomo biondo, esile vicino ai Ballenkart, salì con passo svelto sul palco, e si sedette sul trono. Aveva una faccia tonda e ossuta con rughe spiritose attorno alla bocca, mani nervose e incapaci di stare ferme, un’aria di allegra intelligenza, di impazienza irrequieta. Dalla folla salì un rauco «Aaaaah» di venerazione.

Joe annuì lentamente senza sorpresa. Chi altri?

Harry Creath mosse a scatti gli occhi per la stanza. Si posarono su Joe, lo oltrepassarono, tornarono indietro. Per un minuto lo fissarono esterrefatti.

«Joe Smith! In nome del cielo, cosa stai facendo quaggiù?»

Quello era il momento per il quale aveva percorso mille anni luce. E adesso la mente di Joe si rifiutava di funzionare correttamente. Balbettò le parole che aveva ripassato per due anni, in mezzo a tribolazioni, pericoli, fastidi, le parole che esprimevano l’ossessione di due anni: «Sono venuto a prenderti.»

Le aveva dette, era vendicato. La testardaggine che era quasi autosuggestione era stata placata. Ma le parole erano state pronunciate, e la faccia mobile di Harry esprimeva stupore. «Quaggiù? Tutta questa strada… per prendere me?»

«Esatto.»

«Prendermi per fare cosa?» Harry si appoggiò allo schienale e la larga bocca si aprì in un ghigno.

«Ebbene… hai lasciato una questione in sospeso sulla Terra.»

«Nessuna che io sappia. Dovresti farmi un breve riassunto per rinfrescarmi la memoria.» Si rivolse a una guardia alta con una faccia che sembrava di sasso. «Hai fatto perquisire queste persone per vedere se avevano armi?»

«Sì, Principe.»

Harry ritornò a Joe con una smorfia di scuse giocose. «C’è troppa gente interessata a me. Non posso ignorare i rischi ovvi. Allora, stavi dicendo che vuoi che ritorni sulla Terra. Perché?»

Perché? Joe pose la domanda a se stesso. Perché? Perché Margaret credeva di essere innamorata di Harry, e Joe credeva che fosse innamorata di un sogno. Perché Joe pensava che se Margaret avesse potuto frequentare Harry per un mese, invece che per due giorni, se avesse potuto vederlo nella vita di tutti i giorni, se avesse potuto riconoscere che l’amore non era una serie di salti e brividi come una corsa sulle montagne russe, che il matrimonio non era un ciclo mozzafiato di scappatelle…

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