Lo scarabeo nel formicaio
- Автор: Стругацкий Аркадий Натанович, Стругацкий Борис Натанович
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Editori Riuniti
- Переводчик: Claudia Scandura
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Lo scarabeo nel formicaio». Краткое содержание книги:
— Permette, dove sta andando? — chiese Saul a voce alta.
— Alla cabina di comando, — rispose Vadim.
— Aspetti! Noi, per la verità, non abbiamo ancora fatto conoscenza…
La porta della cabina di comando era aperta, Anton aveva sentito che nel quadrato si borbottava qualcosa a proposito di Tachorg, di boscaglie e della teoria delle successioni storiche. Ora si mise ad ascoltare attentamente.
— Lei, mi pare, si chiama Vadim! — disse Saul.
— Di regola, — rispose serio Vadim. — Ma a volte mi chiamano Super Strutturalista, a volte Toro Volante, e in casi particolari Dimočka.
— Vadim, dunque… E quanti anni ha?
— Ventidue anni locali-terrestri.
— Locali… Ah sì, certo… Come ha detto? Locali-terrestri?
— Sì. Con i vecchi anni siderali non ho nulla a che fare.
— Certo. Proprio così pensavo. E suo padre, scusi, chi sarebbe?
— Chi sarebbe? Probabilmente quello che è ora, un agronomo.
— Eh… Capisco, capisco… Per la verità è proprio quello che intendevo,
Subentrò una pausa.
— Un bellissimo tavolo, — disse timidamente Saul.
Di nuovo una pausa.
— È un buon tavolo. Solido.
— E sua madre?
— Mia madre? Fa il guardiano. Lavora in una stazione mesonucleare.
Si sentiva Saul tamburellare nervosamente sul tavolo con i polpastrelli.
— Non faccia così, Vadim, — disse. — Non deve farci caso… Certo, io parlo in modo strano, e probabilmente anche un po’ ridicolo… Sa com’è… Il mio modo di vita… Il mio, per così dire, modus vivendi… Io ho una specializzazione ben definita. Sono tutto nel XX secolo. Come si diceva una volta, sono un topo di biblioteca. Eternamente nei musei, eternamente con vecchi libri…
— È l’influenza dell’ambiente.
— Sì, proprio così. Sto raramente in compagnia di altri, e ora è capitato. Conosce il professor Arnautov?
— No.
— Un grandissimo specialista. Il mio oppositore ideologico. Mi ha chiesto di controllare alcuni aspetti della sua nuova teoria. Naturalmente non potevo rifiutarmi, vero? Ecco perché mi ètoccato abbandonare… lari e penati. Ecco… Ma sto sempre a parlare di me!… Lei, mi pare, fa il linguista strutturale?
— Sì.
— Un lavoro interessante?
— Perché, ci sono forse lavori non interessanti?
— Già, certo… E di che cosa si occupa?
— Mi occupo di analisi delle strutture. Ma senta, Saul, io mi sono staccato da tutto quello che è terrestre. Le racconto piuttosto qualcosa sui Tachorg.
— No, grazie, sui Tachorg non c’è bisogno. Meglio qualcosa sul suo lavoro.
— Saul, le ho già detto che mi sono staccato.
— Ma che cosa vuol dire mi sono staccato? Adesso non pensa affatto al lavoro?
— Al contrario. Ci penso sempre. Penso sempre al lavoro che mi occupa al momento. Ora sono supermagazziniere e secondo pilota, nel caso che Anton all’improvviso rimanga disidratato. Ma mi pare che questo già… Allora, adesso ho proprio voglia di guidare un po’ la navicella.
— Farà ancora in tempo a guidarla! E poi la pregavo di raccontarmi non i particolari del suo lavoro, ma gli aspetti esteriori, per esempio… cosa fa quando arriva al lavoro. Una giornata di lavoro.
— Bene. Una giornata lavorativa. Mi sdraio sul calcolatore e penso.
— Sì… Un momento. Sul calcolatore? Ah sì, capisco. Fa il linguista e si sdraia sul… E poi?
— Penso per un’ora. Penso per una seconda. Penso per una terza…
— E alla fine?
— Penso per cinque ore, non ne viene fuori niente. Allora mi alzo dal calcolatore e me ne vado.
— Dove?
— Allo zoo, per esempio.
— Allo zoo? Perché allo zoo?
— Così. Mi piacciono gli animali.
— E il lavoro?
— Il lavoro… Torno il giorno dopo e di nuovo comincio a pensare.
— E di nuovo pensa per cinque ore e poi se ne va allo zoo?
— No. Di solito la notte mi vengono delle idee, e il giorno dopo ci penso solo un po’ su. E poi si brucia il calcolatore.
— Così. E va allo zoo?
— Che c’entra ora lo zoo? Ci mettiamo a riparare il calcolatore. Lo ripariamo fino al mattino.
— E poi?
— E poi finisce il giorno feriale e comincia il giorno festivo. Tutti hanno gli occhi fuori delle orbite e una sola cosa in testa: ecco ora si rompe di nuovo e si comincia daccapo.
— Beh, va bene. Questi sono i giorni feriali. Però non si può mica sempre lavorare…
— No, non si può, — disse Vadim con rammarico. — Io, per esempio, non posso. Alla fine ti senti esaurito, e ti tocca divertirti.
— Come?
— Come capita. Io, per esempio, vado in barca a vela sul ghiaccio. Le piace andare in barca a vela sul ghiaccio?
— Eh… Non mi è mai capitato.
— Com’è possibile, Saul! Le farò assolutamente fare un giro. Qual è il suo indice di salute?
— Indice di salute? Sono assolutamente sano. E su che cosa lavora ora?
— Sulle aggregazioni di strutture isolate.
— E a che cosa serve?
— Cosa vuol dire a che cosa serve?
— Beh, chi è che ne ricaverà profitto?
— Tutti quelli a cui interessa. Ecco, ora progettano un radiotrasmettitore universale. Un radiotrasmettitore universale deve saper aggregare le strutture isolate.
— Dica, Vadim, ma qui sulla navicella si può ascoltare musica?
— Certamente. Che cosa le piacerebbe? Vuole I trilli di Scheer? Con questa musica guidare la navicella è una bellezza.
— E Bach?
— Oh, Bach! Mi pare che abbiamo anche Bach. Sa, Saul, deve essere molto piacevole ascoltare musica insieme a lei.
— Perché?
— Non so. È sempre piacevole ascoltare la musica con qualcuno che se ne intende. Le piace Mendelssohn?
— Conosce Mendelssohn?
— Saul! Mendelssohn è il migliore dei vecchi! Spero che le piaccia Mendelssohn. Per la verità la navicella non è il posto migliore per ascoltarlo. Non le pare?
— Probabile… Io di solito ascolto Mendelssohn stando nel mio comodo studio…
Gli si è sciolta la lingua finalmente, pensò Anton. Guardò l’orologio. La navicella entrava nella zona di decollo sotto il Polo nord. Sullo schermo, nella profondità viola affioravano i puntini scuri delle astronavi, che aspettavano il via. Anton gridò verso la porta:
— Scusate se vi interrompo. Presto decolleremo. Dimka, mostra a Saul come si utilizza la camera di azzeramento della forza di inerzia.
Anton inoltrò alla stazione di controllo la richiesta del programma di volo e trenta minuti dopo, durante i quali la navicella nuotò nella stratosfera insieme a una ventina di altre astronavi grandi e piccole, ricevette il programma con sette varianti per il viaggio di ritorno e il permesso di partenza per lo spazio. Allora chiese ai passeggeri di chiudersi nelle cabine, andò in cabina anche lui, inserì il programma di passaggio e diede alla navicella il comando di via.
Come sempre, Anton ebbe un forte senso di nausea. Un’onda infuocata gli attraversò il corpo, la faccia e la schiena si ricoprirono di sudore freddo. Lo sguardo imbambolato, seguiva la lancetta rossa che con violenti strappi segnalava sul quadrante i cambiamenti di curvatura dello spazio. Duecento riman… quattrocento… ottocento… mille e seicento riman al secondo… Lo spazio si avvolgeva sempre più stretto intorno alla navicella. Il nitido cono nero della navicella diventava sempre più fluttuante, si dissolveva lentamente e all’improvviso scompariva del tutto, e al suo posto divampava sul sole un’enorme bolla di aria solida. La temperatura per un raggio di cento chilometri si abbassava bruscamente di cinque-dieci gradi… Tremila riman. La lancetta rossa si fermò. La deritrinitazione ipsion finì e la navicella passò sul subspazio. Dal punto di vista di un osservatore terrestre adesso era “distesa” lungo tutto quel tratto di centocinquanta parsec che separavano il Sole da EN 7031. Ora bisognava tornare nello spazio normale.