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Lo scarabeo nel formicaio

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Lo scarabeo nel formicaio
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— Come no! — disse Anton. — Pianeti così ce ne sono a iosa. Ma noi è tutto l’inverno che ci prepariamo ad andare a caccia su Pandora.

— Io personalmente, — continuò Vadim, — ho già regalato ai conoscenti i crani dei Tachorg non ancora uccisi.

— E poi, che cosa faremmo su un pianeta nuovo? — disse piano Anton. — Non siamo una spedizione scientifica, non siamo degli specialisti. Ecco, Vadim è linguista, ed io sono pilota di astronavi… Non saremmo in grado neppure di redigere una prima descrizione… Oppure, forse, lei ha un’idea?

Lo sconosciuto aggrottò le sopracciglia cespugliose.

— No, non ho nessuna idea, — disse deciso. — Semplicemente ho bisogno di andare in un pianeta sconosciuto. E la questione è: mi potete aiutare oppure no?

Vadim si mise a giocherellare con la chiusura lampo del suo giubbotto. Il tono dello sconosciuto lo infastidiva: non era il tono a cui era abituato. E, ciò nonostante, la situazione era difficile. Per uno che parte per andare a divertirsi è difficile discutere con uno che ha bisogno di partire per affari. Argomenti Vadim non ne aveva, e perciò aveva già deciso di prendere a pretesto i modi dello sconosciuto quando avvenne uno strano fatto.

Dietro agli alberi un cane si mise ad abbaiare. Era l’airedale Trofim dello zio Saša, un vecchio stupido cane con segni di origine aristocratica e un latrato incredibilmente profondo. Con ogni probabilità abbaiava perché sul naso gli si era posata una vespa e lui non sapeva cosa fare, ma la faccia dello sconosciuto all’improvviso si contorse in modo terribile. Si ranriicchiò e balzò lontano. Vadim non capì nemmeno cosa stesse succedendo. Lo sconosciuto si raddrizzò e a passi studiatamente lenti tornò al suo posto. La fronte gli luccicava per il sudore. Vadim gettò un’occhiata ad Anton, il cui viso era calmo e pensieroso.

— Allora, — disse. — Nella seconda periferia ci sono molte nane gialle che hanno dei discreti pianeti di tipo terrestre. Possiamo andare là. Prendiamo per esempio EN 7031. Si preparava già una spedizione, ma è stata rimandata. Sembrava che non fosse interessante. I volontari non amano le nane gialle, preferiscono le stelle giganti, meglio i sistemi binari… Le va bene EN 7031?

— Sì, certo, — disse lo sconosciuto. Aveva già ripreso il controllo di se stesso. — Però solo se si tratta di un pianeta deserto.

— Non è un pianeta, — corresse gentilmente Anton. — È una stella. Un sole. Ma ci sono anche dei pianeti deserti, con ogni probabilità. Ma lei, come si chiama?

— Mi chiamo Saul, — disse lo sconosciuto e per la prima volta sorrise. — Saul Repnin. Sono uno storico. Ventesimo secolo. Ma mi sforzerò di rendermi utile. So cucinare, guidare macchine terrestri, cucire, riparare le scarpe, sparare… — Tacque. — E inoltre, so come tutto questo si faceva nei tempi passati. Conosco anche le lingue: il polacco, lo slovacco, il tedesco, un po’ di francese e di inglese…

— Peccato che non sappia guidare l’astronave, — sospirò Vadim.

— Sì, peccato, — disse Saul. — Ma non fa niente, l’astronave la guiderete voi.

— Non sospirare, Dimka, — disse Anton. — È ora che anche tu veda gli strani paesaggi dei pianeti senza nome. Ballare si può anche sulla Terra. Fa’ vedere quanto vali quando non ci sono ragazze, cascamorto…

— Sospiravo di entusiasmo, — disse di rimando Vadim. — In fin dei conti cosa sono questi Tachorg? Animali ingombranti e noti a tutti…

Saul si informò gentilmente:

— Spero di non avervi forzato troppo la mano, e che il vostro consenso sia libero e volontario.

— Ma infine, — disse Vadim, — Che cos’è la libertà? Una necessità consapevole. E tutte le altre cose non sono che sfumature.

— Passeggero Saul Repnin, — disse Anton. — La partenza è per le dodici in punto. La sua cuccetta è la terza, a meno che non voglia occupare la quarta, la quinta, la sesta o la settima. Venga, le faccio vedere.

Saul si chinò per prendere la cartella e da sotto l’ascella gli scivolò un grosso oggetto nero che cadde pesantemente sull’erba. Anton inarcò le sopracciglia. Vadim guardò e inarcò anche lui le sopracciglia. Era uno skorcer, un pesante revolver disintegratore a canna lunga, che sparava scariche di milioni di volt. Oggetti simili Vadim li aveva visti solo al cinema. In tutto il pianeta non c’era più di un centinaio di esemplari di questa strana arma, e venivano dati solo ai capitani delle astronavi che sbarcavano nei posti più lontani.

— Che sbadato, — borbottò Saul. Raccolse lo skorcer e se lo infilò sotto l’ascella; poi prese la cartella e annunciò: — Sono pronto.

Anton lo fissò per qualche minuto, come se volesse chiedergli qualcosa. Poi disse:

— Andiamo Saul. Tu, Vadim, metti in ordine a casa e porta al vecchio il suo strumento. È nel bagagliaio. Intendo lo strumento, naturalmente!

— Agli ordini, capitano, — disse Vadim e andò in garage.

Difficile essere ottimista, pensava. Ma che cosa è un ottimista? Gli venne in mente che in qualche vecchio vocabolario si diceva che l’ottimista è una persona piena di ottimismo. Sempre lì, un po’ più su si diceva che l’ottimismo è una percezione del mondo vivace e gioiosa, in base alla quale l’uomo crede nel futuro, nel successo. È una buona cosa essere un linguista, tutto torna subito al suo posto. Rimane soltanto da combinare la percezione del mondo vivace e gioiosa con l’arrivo a bordo di un matto pericolosamente armato…

Prese dal bagagliaio il bisturi e i bioelementi e si diresse dallo zio Saša. Il vecchio stava accoccolato accanto al Ramforinch rosso.

— Zio Saša, — disse Vadim. — Ecco il suo nuovo bisturi e…

— Non c’è più bisogno, — disse lo zio Saša. Scivolò fuori da sotto il Ramforinch. — Grazie. Mi hanno regalato questo. — Diede una pacca al Ramforinch, sul fianco lustro. — Pare sia molto resistente, vero?

— Chi gliel’ha regalato?

— Un giovanotto vestito tutto di bianco.

— Ah, ecco, — disse Vadim. — Dunque era sicuro di venire con noi. Oppure aveva intenzione di farsi strada nella navicella a colpi di revolver?

— Cosa? — chiese lo zio Saša.

— Zio Saša, — disse Vadim, — sa che cos’è uno skorcer?

— Skorcer? Sì, certo che lo so. È un dispositivo a microscarica delle macchine tessili automatiche. Per la verità, ora non ce ne sono più, ma mi ricordo che settanta anni fa… Ma perché, quel tizio in bianco è un ex tessitore?

— Forse è anche un tessitore, ma il suo skorcer, zio Saša, non è certo a microscarica.

Vadim tornò pensieroso nel suo cottage. A casa buttò le lenzuola nel condotto per la spazzatura, spense l’attrezzatura automatica domestica e, uscendo sulla veranda, scrisse a matita sulla porta «Partito per le vacanze. Si prega di non entrare». Poi, andò da Anton. Mentre metteva in ordine il cottage di Anton, continuava a riflettere. In fin dei conti non tutto era perduto. Di Tachorg, bisogna ammetterlo, ormai se ne aveva abbastanza. Pandora, per essere sinceri, era più che altro un posto di villeggiatura molto alla moda. C’era solo da meravigliarsi che ce l’avesse fatta a resistere per tre stagioni consecutive. Che vergogna, pensò con improvviso entusiasmo. Eppure c’è Stato un periodo in cui mi pavoneggiavo con una collana di denti di Tachorg al collo e descrivevo Pandora in termini entusiastici. Gettare in faccia a Samson il teschio di un Tachorg, che banalità! Samson merita di più, e Samson sarà immortalato. Un pianeta ignoto è un pianeta ignoto. Sui pianeti ignoti si aggirano belve ignote. Loro, poveracce, non sanno come si chiamano. Ma io lo so già. Là mi procurerò il primo «Samson non bipede a orecchie membranose» della storia oppure, diciamo, un «Samson a dentatura piena e schiena a gobbe»… Lanciare addosso a Samson il cranio di un Samson era una cosa che ancora non era stata fatta.

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