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Dexter il delicato [Dexter Is Delicious - it]

Электронная книга - «Dexter il delicato [Dexter Is Delicious - it]». Краткое содержание книги:

Dexter diventa papà di una bimba, la piccola Lily Anne, e qualcosa in lui cambia radicalmente: per la prima volta prova un vero sentimento d’amore, emozioni e affetto; e soprattutto non sente più la voce dentro di sé che lo obbligava a uccidere. Decide così di non dedicarsi più al suo “hobby” notturno. Ma concentrarsi sulle gioie della vita familiare non è così facile per lui, soprattutto quando sua sorella Debbie lo coinvolge nelle indagini su un caso di rapimento che presto apre uno squarcio su una terrificante vicenda di cannibalismo…
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Spinsi il manico verso il basso, prima con delicatezza, poi sempre più forte, visto che la finestra non accennava ad aprirsi. Non volevo spingere troppo violentemente, per non staccare l’infisso e rompere il vetro, altrimenti avrei fatto molto più fracasso di una dozzina di cacciaviti contro il coperchio del cassonetto. Andai avanti per una decina di secondi, aumentando gradualmente la pressione, e proprio mentre stavo pensando di studiare qualcos’altro, la finestra si aprì verso l’alto con uno scatto secco. Mi fermai per un istante, l’orecchio teso verso eventuali movimenti o sirene d’allarme. Nulla. Allora mi tirai su, scivolai all’interno e richiusi la finestra alle mie spalle.

Mi guardai intorno. Mi trovavo in un corridoio che alla mia sinistra terminava sulla strada e a destra svoltava ad angolo. Lungo il corridoio c’era una porta. Aveva il chiavistello, ma nessuna maniglia. La spinsi con delicatezza e si aprì. La stanza era completamente buia, ma dal debole odore di Lysol e di urina che si percepiva nell’aria, sospettai di trovarmi in un bagno. Entrai, chiusi la porta e, tastando la parete, trovai un interruttore. Lo tirai su. Si trattava infatti di un piccolo bagno, dotato di lavandino, wc e armadio a muro. Per amor di precisione, l’aprii e la cosa più inquietante che vidi furono i rotoli di carta igienica. Nello stanzino non c’era nient’altro, meno che mai un posto dove nascondere un corpo, vivo o morto che fosse, così spensi la luce e uscii.

Avanzai circospetto verso il punto in cui il corridoio faceva angolo, infine mi fermai e mi guardai furtivamente intorno. Era tutto vuoto e illuminato da un’unica lampada di emergenza situata sopra una porta socchiusa. Notai altre due porte e, al fondo del corridoio, una rampa di scale in discesa.

Svoltai l’angolo e mi avvicinai al primo ingresso alla mia sinistra. Girai il pomello lentamente e con cautela. Il battente si schiuse. Entrai, chiudendo ancora una volta la porta alle mie spalle, e tastai sulla parete in cerca dell’interruttore. Lo azionai. La luce era ancora più fioca di quella d’emergenza nel corridoio, ma capii di essere finito in una sala privata per le feste. Sulla parete di sinistra c’era un televisore a schermo piatto e contro quella di destra un divano lungo e basso con davanti un tavolino. Alle spalle del divano scorsi un bancone ricoperto di marmo verdastro, dotato di un piccolo frigobar. La parete di fronte a me era coperta da un lungo drappo di velluto rosso.

Raggiunsi il bancone. C’erano alcune bottiglie, ma al posto dei bicchieri vidi una rastrelliera colma dei becher che si usano in laboratorio. Ne presi uno. Era in pyrex e su un lato era stampigliato a lettere d’oro: PRIMA BANCA NAZIONALE DEL SANGUE.

Scostai il drappo rosso dalla parete. Dietro c’era una porta. La aprii, tenendo sollevato il drappo per vedere all’interno. Era un semplice stanzino con il necessario per le pulizie: scopa, spazzolone, secchio e una borsa piena di stracci. Richiusi e abbassai il drappo.

Lungo il corridoio, la porta successiva era alla mia destra, sotto la luce d’emergenza. Era chiusa, così rimandai e mi diressi verso quella di sinistra. Mi infilai all’interno e trovai un’altra sala privata per le feste, una sorta di duplicato della prima.

Rimaneva soltanto la porta chiusa. Il buonsenso mi suggeriva che sono le cose più preziose a venir chiuse a chiave, ma anche che il chiavistello era bello resistente e che per aprirlo avrei lasciato chiare tracce del mio passaggio, e magari fatto scattare qualche allarme. Mi domandai se volevo restare invisibile o se, una volta salvata Samantha Aldovar, non avesse importanza che qualcuno sapesse della mia venuta. Con Deborah non ne avevamo parlato, e ora l’argomento stava assumendo una certa importanza. Ci ragionai su e stabilii che ero venuto fin lì per trovare Samantha e che dovevo cercarla ovunque, soprattutto nei posti in cui mi veniva impedito di guardare, per esempio dietro a questa porta chiusa.

Così mi feci coraggio e provai a forzare il battente con il cacciavite. Cercai di procedere con calma per lasciare il minor numero di segni possibile, ma alla fine fui più attento a non far rumore che a non danneggiare lo stipite in legno. Quando infine riuscii a spalancare la porta facendo leva con il cacciavite, sembrava che fosse stata presa a morsi da un branco di castori rabbiosi. In ogni caso si era aperta, ed entrai.

Per quanto potesse custodire chissà quali reconditi segreti, quella stanza avrebbe sconfortato chiunque, a parte un contabile. Senza dubbio doveva essere l’ufficio amministrativo del club; c’era una grande scrivania in legno, un computer e un mobile portadocumenti a quattro cassetti. Il computer era rimasto acceso; mi sedetti ed esaminai rapidamente i dati sull’hard-disk. C’erano alcuni file gestionali che dimostravano che i profitti del locale erano buoni, alcuni documenti di Word, lettere standard indirizzate a membri attuali e futuri del club. C’era un file discretamente pesante denominato Sabba.wpd protetto da un programma di sicurezza così vecchio che per decriptarlo mi sarebbero bastati due minuti. Ma io non li avevo, quindi mi limitai ad ammirare la loro ingenuità e proseguii.

Non c’era nulla che rivestisse il più lontano interesse, nessun file chiamato Samantha.jpg o qualcosa di simile che mi rivelasse dove lei si trovava. Controllai rapidamente nei cassetti della scrivania e nel mobile portadocumenti, e di nuovo non trovai nulla.

Perfetto: avevo sfasciato lo stipite della porta senza motivo. Non è che mi sentissi in colpa, ma avevo perso un bel po’ di tempo e dovevo cominciare a pensare di concludere la missione e uscire di lì. Sarebbero potuti arrivare gli addetti alle pulizie, oppure Kukarov ad ammirare lo stipite d’ingresso del suo ufficio.

Uscii, tirando la porta, e mi diressi verso le scale. Ero abbastanza sicuro che non fosse il caso di controllare la zona riservata al pubblico. Era praticamente impossibile che tutti gli invitati alla festa fossero cannibali: centinaia di persone non sarebbero state in grado di mantenere un simile segreto. Dunque, se Samantha si trovava davvero lì dentro, doveva essere in una zona inaccessibile ai più.

Per questo scesi le scale e attraversai la pista da ballo senza fermarmi a guardare in giro. Nel retro, dietro a quell’area sopraelevata in cui Bobby si era piazzato con la sua coppa, c’era un breve corridoio. Lo percorsi. Conduceva all’ingresso posteriore, che avevo notato dal vicolo, e alle cucine, che non avevano nulla di interessante. C’erano un piccolo fornello, un forno a microonde, un lavandino con una rastrelliera metallica per appendere le pentole e molti, splendidi coltelli. Dall’altra parte della stanza vidi una grande porta metallica che sembrava condurre a una cella frigorifera. E poi nient’altro, neanche una dispensa chiusa a chiave.

Per appagare la mia smania di perfezionismo, mi diressi verso la cella frigorifera. C’era una spessa finestrella di vetro, ad altezza occhi e, con mia sorpresa, notai una luce all’interno. Incuriosito dal fatto che a porta chiusa le luci non fossero spente, schiacciai il naso contro il vetro e sbirciai dentro.

La cella era larga circa un metro e ottanta e lunga due e mezzo. Sui lati c’erano file di scaffali, la maggior parte colmi di grossi barattoli, mentre, contro la parete posteriore, vidi un oggetto piuttosto strano per essere conservato in un frigorifero: una vecchia branda.

Cosa ancora più strana, la branda era occupata. Seduto in silenzio e avvolto in una coperta, c’era un fagotto con la forma di una giovane donna. Teneva la testa china e non si muoveva, ma quando la guardai, alzò lentamente il capo, come se fosse esausta o drogata. I nostri occhi si incontrarono.

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