Dexter il delicato [Dexter Is Delicious - it]
- Автор: Линдсей Джеффри
- Серия: Dexter (it) #5
- Год: 2012
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-61733-4
- Переводчик: Cristiana Astori
- Жанр: Триллеры
Электронная книга - «Dexter il delicato [Dexter Is Delicious - it]». Краткое содержание книги:
— Che cosa intendi per nightclubbing? — domandò Debs.
Vince alzò le spalle. — Be’, ti lascio immaginare — fece. — Andare in giro per i locali notturni di South Beach. Ne ho già viste. — Tornò a osservare il gettone nero, e gli diede un colpetto con la mano guantata. — z — ripeté.
— Vince. — Mi trattenni educatamente dal mettergli le mani intorno alla gola e stringere fino a fargli schizzare gli occhi dalle orbite. — Se sai che cos’è questa roba, per cortesia, spiegalo a Deborah prima che ti faccia fuori.
Mi guardò contrariato e mise avanti le mani. — Ehi, calmatevi, Cristo. — Gli diede un altro colpetto. — È un gettone d’entrata, z sta per Zanne. — Ci guardò sorridente. — Zanne, non vi dice niente? Il locale notturno. — A quelle parole mi sentii pizzicare lungo la spina dorsale, ma, prima che potessi grattarmi, Vince continuò a palpare il gettone e a parlare. — Senza uno di questi non ti fanno entrare. Procurarseli non è facile. Ci avevo provato. Perché è un club privato… di quelli aperti tutta la notte, anche quando gli altri chiudono, e avevo sentito che là dentro si fanno follie.
Deborah scrutava il gettone come se si aspettasse di sentirlo parlare. — E com’è che Deke ne aveva uno? — chiese.
— Forse gli piaceva far festa — osservò Vince.
Deborah guardò prima lui, poi il cadavere di Deke. — Sicuro — disse. — Sembra appena tornato da un rave. — Poi domandò: — Fino a che ora resta aperto quel posto?
Vince alzò le spalle. — Praticamente tutta la notte — rispose.
— È un locale a tema, le zanne si riferiscono ai canini dei vampiri. Quindi sta aperto fino all’alba. Possono permetterselo perché è privato e l’ingresso è riservato ai soci.
Deborah annuì e mi afferrò per un braccio. — Andiamo — disse.
— Dove?
— Secondo te? — ringhiò.
— No, aspetta un secondo — protestai. Non aveva nessun senso.
— Com’è possibile che quel gettone sia finito nella camicia di Deke?
— Che cosa vuoi dire? — fece Debs.
— La camicia non ha tasche — osservai. — E non è il tipo di oggetto che tieni in mano quando ti sbarazzi di un cadavere. Quindi qualcuno deve avercelo infilato dentro. Apposta.
Per un istante Deborah rimase immobile. Non respirava neppure. — Potrebbe essere caduto e… — Si interruppe, forse rendendosi conto dell’implausibilità di quel che stava dicendo.
— Non è possibile — feci. — E non ci credi neanche tu. Qualcuno vuole farci andare in quel locale.
— Bene — disse lei. — E allora andiamoci.
Scossi il capo. — È una follia, Debs. Si tratta senza dubbio di una trappola.
Digrignò i denti, testarda. — Samantha Aldovar è chiusa in quel club — dichiarò. — E io intendo farla uscire.
— Non puoi sapere dove si trova — obiettai.
— È là dentro — replicò Debs. — Lo so.
— Deborah…
— ‘Fanculo, Dexter. Non abbiamo altri indizi.
Ancora una volta ero l’unico ad accorgermi della locomotiva in corsa che ci stava finendo addosso. — Dio mio, Debs, è troppo pericoloso. Qualcuno ha messo lì il gettone perché andassimo in quel club. È di sicuro una trappola, oppure una falsa pista.
Ma Deborah scosse il capo e mi trascinò per il braccio, conducendomi oltre la scena del crimine. — Me ne fotto se è falsa — disse. — Perché è l’unica pista che abbiamo.
25
Il club si trovava lungo Ocean Drive, a South Beach, ai margini della zona che riprendono sempre in TV per pubblicizzare la sgargiante movida notturna della Miami più trendy. Tutte le sere, la passeggiata era affollata di gente praticamente svestita, che esibiva corpi invitanti. Camminavano su e giù, passando davanti agli alberghi déco animati dalle insegne al neon, dalla musica a tutto volume e da altra folla che entrava e usciva dagli edifici in un perenne moto browniano in versione ultrachic. Pochi anni prima, quegli stessi palazzi erano pensioni da quattro soldi, piene di anziani semiparalizzati che avevano deciso di trasferirsi al Sud per morire al sole. Una stanza che prima costava cinquanta dollari a notte, ora si pagava dieci volte tanto, con l’unica differenza che gli albergatori erano più carini e che quei palazzi venivano ripresi dalla TV.
Anche a quell’ora di notte c’era gente in giro, sebbene si trattasse più che altro dei superstiti: quelli che avevano festeggiato alla grande e non erano più in grado di tornare a casa, e gli irriducibili che non volevano gettare la spugna benché tutti i locali fossero chiusi.
Tutti eccetto uno.
Zanne si trovava in fondo all’isolato, in un palazzo meno buio e silenzioso degli altri, però l’ingresso principale non era su South Beach, ma nel vicolo dalla parte opposta. Facemmo il giro dell’edificio e scorgemmo un bagliore nerastro e un’insegna piuttosto piccola con scritto zanne a caratteri gotici. Non c’erano dubbi: la lettera zeta era la stessa che compariva sul gettone nero rinvenuto insieme alla camicia di Deke. Al di sotto troneggiava un cupo portone chiodato e dipinto di nero, che nell’immaginario di un ragazzino avrebbe dovuto evocare l’ingresso di una segreta.
Deborah non si disturbò a cercare parcheggio. Infilò la macchina sulla passeggiata e balzò fuori, in mezzo ai passanti che si stavano diradando. La imitai, rapido, ma quando tentai di raggiungerla era già a metà del vicolo. Mentre ci avvicinavamo al portone, un tonfo ritmico risuonò nelle pieghe del mio cervello. Era un suono fastidioso e insistente che mi veniva da dentro e che premeva perché facessi qualcosa, subito, senza però suggerirmi cosa. Pulsava incessantemente, a velocità doppia rispetto a un normale battito cardiaco, per poi trasformarsi in un suono vero e proprio quando ci trovammo davanti al lucente portone.
Notai un piccolo cartello, scritto in lettere dorate dello stesso carattere gotico del gettone e dell’insegna. Diceva: CLUB PRIVATO, INGRESSO RISERVATO AL soci. Deborah non si lasciò intimidire. Afferrò il pomello e lo spinse: il portone non si aprì. Gli diede una spallata, ma senza risultato.
Le passai davanti. — Perdonami — dissi, e premetti il piccolo pulsante sotto il cartello.
Debs contrasse le labbra, irritata, ma non disse nulla.
Dopo pochi secondi il portone si spalancò, e per un istante fui colto da un certo imbarazzo. L’uomo che era venuto ad aprire e ci fissava sembrava il fratello gemello di Lurch, il domestico della Famiglia Addams. Era alto più di due metri e indossava la classica tenuta da maggiordomo, completa di giacca a coda di rondine. Fortunatamente, per non acuire il mio già forte spaesamento, si rivolse a noi con un forte accento cubano. — Ghiamado? — disse.
Deborah mostrò il distintivo; dovette tendere il più possibile il braccio per avvicinarlo al viso di Lurch. — Polizia — intimò. — Ci faccia entrare.
Il maggiordomo puntò il dito lungo e nodoso verso il cartello con scritto CLUB PRIVATO. — è un glub brìvado — disse.
Deborah lo scrutò e Lurch, nonostante fosse alto quasi mezzo metro più di lei e indossasse una divisa più cool della sua, fece mezzo passo indietro. — Fammi entrare — gli ingiunse Debs — altrimenti torno con un mandato, e con un funzionario della migra, e tu ti pentirai di essere nato.
Non so se per paura dell’ufficio immigrazione o dello sguardo torvo di mia sorella, ma Lurch si fece da parte e ci aprì la porta. Deborah mise via il distintivo e si precipitò dentro, e io la seguii.
All’interno del locale, il rumore pulsante che fuori mi aveva infastidito si era trasformato in un vero e proprio tormento. Su quel battito insopportabile dominava un suono acuto ed elettronico, due note giustapposte che non si armonizzavano tra loro, ma davano origine a un altro motivo di una decina di secondi che veniva ripetuto all’infinito. Il motivo era inframmezzato da una voce profonda ed elettronicamente distorta che sussurrava sopra la musica; una voce bassa e perversa, suggestiva, molto simile a quella del Passeggero.