La stagione dei mutanti [The Mutant Season - it]
- Автор: Хабер Карен, Силверберг Роберт
- Год: 1992
- Язык: итальянский
- Год: Sperling & Kupfer
- ISBN: 88-200-1341-X
- Переводчик: Roldano Romanelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La stagione dei mutanti [The Mutant Season - it]». Краткое содержание книги:
«I tuoi quando tornano?»
«Martedì.»
Districate le gambe, Jena gli si avvicinò, porgendogli una narcocicca. Lui ne morse l’estremità, sentendosi rapidamente pervadere dalla familiare corrente impetuosa. L’attimo dopo, con la vista annebbiata, si abbandonò completamente contro i cuscini. Jena gli si fece ancora più accanto, stringendosi a lui.
«Allora, come stai?» gli domandò con voce rauca.
Michael esitò un istante, pensando a Kelly. Poi la ritmica pulsazione della nenia lo travolse. Al diavolo, si disse. Kelly era lontana, irraggiungibile. Jena era invece vicinissima, evidentemente pronta e vogliosa. Kelly non l’avrebbe mai saputo, pensò, mentre circondava Jena con un braccio.
Morbida. Dio, com’era morbida. La tuta pareva seta. Pareva pelle. Guidò la mano giù giù lungo il braccio di lei fino alla vita, per poi risalire, con avide dita protese alla ricerca di un’ancor più cedevole morbidezza. Tentò la scollatura della tuta, la trovò aperta, insinuò un dito in missione esplorativa. Quel che trovò fu l’eccitato turgore di due capezzoli. Sospirando, Jena si protese verso l’audacia di quella mano.
Michael la baciò, sentendo le labbra di lei dischiudersi e la lingua guizzare impetuosa contro la sua. Il bacio parve prolungarsi all’infinito, mentre sull’onda della nenia palpitante Jena si muoveva ritmicamente contro il suo corpo. La consapevolezza, come concentriche increspature alla superficie di un laghetto, rifluì verso l’esterno, riducendosi a un sensuale turbinio cui faceva da sottofondo la pulsazione del suo sangue. Quando riaprì gli occhi si scoprì allungato sul divano, con Jena semidistesa sotto di lui. Gli indumenti di entrambi giacevano ammucchiati sul pavimento.
Un incalzante titillare di lingue invisibili percorreva la sua pelle cercando ogni punto segreto, ogni più sensibile terminazione nervosa, facendolo gemere di piacere. Sollevatasi appena su un gomito, Jena l’osservava pigramente a occhi socchiusi.
«Ti piace?» sussurrò, rivolgendogli un sorriso felino.
Mille immagini erotiche gli danzavano nella mente, voluttuoso mandala che l’accerchiava in un assedio fiammeggiante. Affondò le mani nei cuscini, col cuore che cominciava a martellargli.
«Jena… Dio mio…»
«A essere sincera, non sono stati i tuoi genitori a chiamarmi», gli confessò gaiamente. «Li ho cercati io da Halden, dicendomi preoccupata per il fatto di saperti solo.»
«Davvero?»
«Certo. E sapevo pure che la tua Kelly era fuori città.»
«Ah sì?» Michael cercava di concentrarsi su quello che Jena gli stava dicendo, ma era un’impresa quasi disperata.
Lei ridacchiò. «Si capisce. Come facevo quindi a non pensare che tu potessi davvero sentirti solo?…» Gli insinuò una mano in mezzo alle gambe, blandendolo lentamente. Egli s’inarcò per assecondare quelle carezze.
«… e vedo che avevo ragione.» Quando ritrasse la mano, il carezzevole andirivieni non si arrestò. Michael avrebbe voluto dirle che non era lei, quella cui anelava il suo desiderio, ma riuscì solo a mordersi un labbro per trattenersi dal dirle di continuare, di non fermarsi…
«Dimmi un po’: è capace, la tua ragazza normale, di farti questo? È capace di leggerti dentro e scoprire ciò che preferisci, e come, e quando, e poi metterlo in pratica su di te, intensificato mille volte, senza neppure toccarti?»
Abbandonato a quei magici tocchi invisibili, Michael cominciava a sudare, a farsi rovente, incandescente.
«Non sapevo che fossi una duplice…» ansimò.
Si accrebbe il sorriso felino. «Esatto. Telepatica e telecinetica. I tuoi genitori hanno ragione. Saremmo proprio una bella coppia. Materiale genetico di prim’ordine.» E ridacchiò, soggiungendo: «Chissà, magari potremmo addirittura mettere al mondo quel supermutante per cui son tutti così infervorati…»
«Ma scrutare le menti è proibito…»
«Basta che non si risappia in giro. E non credo proprio che alla prossima assemblea andrai a dire a tutti quanti come mi sono insinuata nella tua testolina per darti il piacere più intenso e completo che tu avessi mai provato…» Ormai quasi faceva le fusa, Jena. E mani invisibili continuavano ad affaccendarsi tra le gambe di Michael, stuzzicandolo, sconvolgendolo, innalzandolo pian piano a uno stato di frenetica esaltazione.
Il mandala prese a roteare, e convulsamente sfaccettarsi in plurime immagini scintillanti di Michael e Jena appassionatamente impegnati in tumultuose gesta carnali, come un fregio vivente scaturito da un tempio indiano fatto di luce. Ora egli giaceva sopra di lei, ora sotto. Qui lei gli s’inginocchiava dinnanzi, là gli si avviticchiava come un serpente.
«Lo so, lo so bene che non t’interesso ancora», gli flautò sommessamente Jena. Scivolò giù in mezzo alle sue cosce, e piano, piano, incominciò a lambirlo. Esalando un sospiro di piacere, Michael chiuse gli occhi. «Ma non ti scorderai di oggi. E ogni volta che sarai con lei, ripenserai a cosa vuol dire farlo con me. E tornerai a cercarmi. Vedrai, vedrai…»
L’attrasse su di sé, bocca contro bocca per farla tacere. Jena spalancò le gambe, e con un solo movimento egli fu dentro di lei, udendo un fragore di tuono ingigantirsi nel cervello mentre inarrestabilmente precipitava verso il compimento. Negli ultimi istanti si disse che Jena sbagliava, che dopo quella sera egli non avrebbe più pensato a lei, e cercò di mantenere ben salda in mente l’immagine di Kelly, ma quell’immagine si offuscò, si dissolse, e quando venne, gridando, ansimando e sospirando, centro d’una caleidoscopica girandola d’altri Michael intrappolati nell’arazzo incantato, non seppe quale nome di ragazza invocassero le sue labbra.
Prese a ronzare, sul monitor, l’avvisatore di chiamata. Andie lo ignorò. Voleva completare gli appunti sulle ricerche mutagene in Brasile, da consegnare a Stephen come base per la relazione della sottocommissione.
L’avvisatore insisteva.
«Caryl?»
Nessuna risposta. Doveva essere a fare colazione.
Imprecando, Andie allungò una manata che aveva come obiettivo il tasto di attivazione della segreteria automatica, ma sbagliò mira e beccò invece il tasto di risposta normale. Lo schermo s’illuminò, e lei si ritrovò a faccia a faccia con Karim.
«Andie?»
«Oh, ciao, Karim. Senti, mi devi scusare, ma in questo momento sono davvero occupatissima…»
«Non ne dubito. Ma si tratta di una cosa importante.»
Andie sospirò, cercando di far trasparire il meno possibile l’esasperazione che la pervadeva. Nelle sue attuali condizioni di spirito, l’ultima cosa che desiderava era proprio mettersi a fare conversazione con Karim. «Va bene, ti ascolto. Allora, cosa c’è?»
«Perché non lo dici tu a me?»
«Che significa?»
Karim si accigliò. «Ascolta, preferirei discuterne in privato, ma da quando è arrivato il tuo nuovo capo la cosa è diventata non dico difficile, ma praticamente impossibile. Non potremmo vederci a pranzo? Bere qualcosa insieme? Incontrarci nel corridoio cinque minuti?»
«Karim, debbo assolutamente finire questi appunti.»
«Andie, te lo chiedo per favore.» Le parve così vulnerabile che non ebbe il coraggio di liquidarlo con un netto rifiuto. Controllò il suo ruolino. Avrebbe potuto incontrarlo mentre Stephen si studiava gli appunti.
«Ti va bene fra tre quarti d’ora?»
«Perfetto. Da Henry?»
«Ci vediamo là.»
Un’ora dopo, Andie entrava nel bar tutta trafelata. Quei benedetti appunti le avevano richiesto più del previsto. Sebbene l’ora di pranzo fosse trascorsa da un pezzo, la sala principale era ancora mezzo piena. Nel prendere posto, Andie si sentiva sudata e a disagio. Karim la salutò freddamente con un cenno del capo.