Shadrach nella fornace [Shadrach in the Furnace]
- Автор: Силверберг Роберт
- Год: 1978
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0616-6
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Shadrach nella fornace [Shadrach in the Furnace]». Краткое содержание книги:
Il Khan è ormai giunto al novantatreesimo anno d’età e lo mantengono in vita i trapianti che gli pratica il suo medico personale, Shadrach Mordecai, talmente devoto al proprio paziente da portare, impiantati nel corpo, una serie di “sensori” telemetrici con i quali controlla d’istante in istante le condizioni di Genghis Mao.
Un’altra importante funzione di Mordecai è quella di dirigere tre distinte ricerche mediche, tutt’e tre miranti ad assicurare al vecchio tiranno l’immortalità fisica. La più avanzata delle tre è il Progetto Avatar, consistente nel trapiantare il cervello, e dunque la personalità, del Khan nel corpo di un uomo più giovane.
Mordecai sa che il corpo in cui dovrà trapiantare il cervello del Khan è quello dell’erede designato, un giovanotto ignaro del suo destino (e, in generale, non troppo sveglio) chiamato Mangu; ma dopo qualche tempo scopre di dover sostituire Mangu. Inizia così per Mordecai un pericoloso gioco d’azzardo: se il piano difensivo da lui elaborato avrà successo, egli potrà diventare il padrone del mondo. Se non avrà successo, dovrà fare dono del suo corpo al rapace Genghis Mao.
Come morirò, come sarà la mia dipartita? Credo di aver paura degli assassini più di ogni altra cosa. Lasciare il mondo è una cosa, naturale e inevitabile. Esserne cacciati è completamente diverso, un affronto al sé, un insulto all’io. Non sarò capace di tollerare il momento di una simile specie di licenziamento. O la sensazione di transizione, gli attimi che precedono la fine, ritrovarsi faccia a faccia con l’assassino, contemplare l’addio alla vita mentre lui mi si avvicina col suo coltello, con la sua pistola o quel che sarà. Che sia anche una bomba, se dev’essere così. Che sia del veleno a effetto istantaneo versato nella mia zuppa. Ma non ci saranno assassini. Sono protetto troppo efficientemente. L’errore è stato non proteggere Mangu nello stesso modo. Comunque, Mangu non era Gengis Mao: la sua perdita non è stata per lui quello che la mia perdita sarà per me. L’idea di morire mi è completamente estranea. Sono troppo ricco di spirito, occupo uno spazio troppo grande nella coscienza dell’umanità; la mia sottrazione al mondo è più di quanto il mondo possa accettare. Sicuramente è più di quanto possa accettare io. Ma perché tutta questa morbosità? Strano, considerando come mi sento bene. Una tremenda carica di vitalità da quando ho fatto il trapianto dell’aorta. Le operazioni mi danno forza. Dovrei farmi fare qualche lavoretto agli organi tutte le settimane. Cambiare reni il primo di ogni mese, mettere una milza nuova il quindici. Sì. Nel frattempo, sano come sono, la morte non rinuncia a fare giochini con la mia anima mentre dormo. Credo che sia un divertimento, un passatempo delizioso, giocare con delle fantasie di morte. Abbiamo bisogno di una certa tensione nella vita, per trovare sollievo da quella insopportabile sensazione di direzione dell’esistenza. Quello scorrere degli eventi, ogni giorno segue il giorno precedente, alba, mezzogiorno, tramonto, buio, può essere una sensazione opprimente, paralizzante. E allora? La delizia di soffermarsi a immaginare la fine di ogni sensazione, vale a dire, la fine di tutte le cose. C’è gioia nel pensare a ciò che è lugubre. Specialmente, ma non solo, quando riguarda altri. C’è un termine tedesco, Schadenfreude, la gioia della tristezza, il piacere che si trae contemplando le sventure altrui. Questo secolo sfortunato è stato l’età dell’oro della Schadenfreude. Abbiamo conosciuto l’estasi della vita alla fine di un’era, tutti insieme siamo stati testimoni di tanti momenti beati di declino e rovina. Il bombardamento delle cattedrali nel 1914, le truppe inglesi sterminate nel fango, i massacri sovietici, il primo grande disastro economico, la guerra che l’ha seguito, Auschwitz, Hiroshima, il tempo degli assassinii, la caduta dei governi, la Guerra Virale, la decomposizione organica; così tante cose su cui versare lacrime, anche se naturalmente erano sempre gli altri a soffrire molto di più, e questo rende le lacrime più dolci. Nove oscuri decenni, e io ho sentito il sapore di ciascuno, e perché non dovrei guadagnare adesso un po’ di distanza interiore, rivoltare il principio, volgerlo all’interno: perché non piangere un po’ sulla morte di Gengis Mao? C’è più piacere nel lutto che nella morte. Gusterò e piangerò con la fantasia la mia dipartita. Quanto rimpiango la mia scomparsa! Il dolore più profondo per la mia morte è il mio. Adoro queste fantasticherie: mi sento così squisitamente triste per me stesso. Ma sto morendo davvero? Convoco Shadrach. Mi comunica i valori di questa mattina. Tutto normale, tutto sanissimo. Sono un fenomeno. Non me ne andrò dal mondo quest’oggi. Lunga vita al Khan! Diecimila anni al Khan!
Béla Horthy lo rintraccia nel corridoio di uno dei piani bassi della Gran Torre del Khan e dice, fingendo di non guardarlo: — Frank mi dice che intendi restare qui.
— Per il momento — dice Shadrach. — Ho bisogno di pensare.
— Pensare è utile. Sì. Ma perché pensare restandotene a Ulan Bator?
— È qui che vivo.
— Per il momento — dice Horthy. Fa un giro su se stesso e guarda dritto Shadrach, con fare deciso. La vivacità abituale dei suoi occhi da ipertiroideo è velata dalla preoccupazione. Dev’essere uno dei cospiratori anche lui, capisce Shadrach senza scoprirsene terribilmente sorpreso. Horthy gli dice in tono dolce: — Scappa, Shadrach.
— A cosa servirebbe? Mi prenderanno.
— Ne sei sicuro? Buckmaster non l’hanno ancora preso.
— Non hai paura a dire cose del genere? Potrebbero esserci…
— Rilevatori nei muri?
— Sì.
— Rilevano tutto. Registrano tutto. E allora? Chi è in grado di esaminare tutti i nastri? I Citpol annegano nei dati. Tutti i canali-spia sono inondati da fiumi di cospirazione, per la maggior parte folle e immaginaria. Non ci sono sistemi filtro che possano eliminare il rumore inutile. — Horthy strizza l’occhio. — Vattene. Come ha fatto Buckmaster.
— È inutile.
— Non credo. Ti consiglio la fuga. Ti consiglio caldamente la fuga. Sai, c’è chi riesce a pensare meglio mentre sta fuggendo.
Horthy sorride. Stringe la mano di Shadrach per un attimo.
Mentre Horthy se ne va, Shadrach gli grida dietro: — Ehi! Ci sei dentro anche tu?
— Dentro a che? — chiede Horthy, e ride.
28 maggio 2012
Altri sogni cupi. Sono andato in piazza Sukhe Bator e ho scoperto che mi avevano eretto una statua nel centro dello spiazzo, un colosso, alto almeno cento metri, fatto di bronzo, con una patina verde che si stava già sviluppando. Le mie braccia aperte in un gesto di benedizione. La mia faccia aveva un aspetto spaventoso: rugosa, cavernosa, orrenda, la faccia di un uomo vecchio cinquecento anni. E la statua non aveva le gambe. Finiva a mezza coscia, Gengis Mao su dei moncherini, ma la statua fluttuava a mezz’aria, come se le gambe ci fossero state una volta ma fossero state troncate via e la statua fosse rimasta all’altezza originaria. Un vecchio stava spazzando via dei fiori appassiti, e gli ho detto: “Gengis Mao è morto?”, e lui ha detto: “Morto e sparito, hanno rimandato i pezzi a Dalan-Dzadagad, e a mai più rivederci”. I pezzi. Hanno rimandato indietro i pezzi. Questo non mi piace. Ho la morte un po’ troppo in testa in questi giorni. Il gioco ha perso di sapore. Devo fare qualcosa.
Dopo colazione, ho deciso di fare un’ispezione ai laboratori dei progetti. Quando ti preoccupa la morte, fa’ un salto a trovare quelli che ti vogliono aiutare a vivere in eterno.
Idea saggia. Mi sono sentito meglio immediatamente. La prima visita di persona da mesi. Dovrei andare più spesso.
Ho visitato Fenice per primo, con a capo Sarafrazi, timida, occhi meravigliosi, un bel volto. Una paura folle di me. Mi ha mostrato le sue scimmie, le sue cisterne di sostanze chimiche, i suoi cervelli in salamoia nei recipienti di vetro. Mi ha fatto previsioni ottimistiche, con quella voce tesa, profonda. Mi farà tornare giovane, dice. Io non ne sono tanto sicuro, ma le ho detto di andare avanti così. Paralizzata dalla paura, era. Ho pensato che stesse per inginocchiarsi davanti a me quando ho fatto per andarmene.
Da lì sono andato a Talos. Sono arrivato senza avvertire, ma la tipa, Lindman, è rimasta lo stesso fredda come il ghiaccio. Secondo i rapporti, è la nuova amante di Shadrach. Non riesco a capire cosa ci trovi lui. C’è qualcosa che non mi piace nella bocca di quella donna, le rovina la faccia. Sembra la bocca di un roditore feroce. Nel suo laboratorio ha un Gengis Mao di plastica, molto grande, al di sotto della vita è tutto incompiuto, solo un’intelaiatura, niente gambe. Niente gambe. La Statua Commemorativa di Gengis Mao. “Finisca le gambe”, le ho detto. Mi ha rivolto uno sguardo strano. Mi ha detto che le gambe erano il tocco finale, e che ora era più importante portare a termine l’ingegneria interna. È decisa, non accetta commenti futili, neanche da me. Neanche dal Presidente del Comitato Rivoluzionario Permanente. Io, Gengis II Mao IV Khan, ordino… no. Il robot di Lindman sa strizzare l’occhio, sa sorridere, sa salutare con la mano. Con me c’era Gonchigdorge, che ha detto: “Due gocce d’acqua, signore, una somiglianza notevole”, ma io non sono d’accordo. Ingegnoso, ma meccanico. Non mi piacerebbe che fosse il mio successore. Non farò interrompere il Progetto Talos, non ora perlomeno, ma non credo che riuscirà a produrre ciò che mi serve. Poi sono passato al laboratorio di Nikki Crowfoot, Avatar. Ah! Sì! Una bella donna, anche se in questi giorni è tesa, depressa, chiusa in se stessa. Si sentirà in colpa per Shadrach, immagino. E fa bene. Ma rimane una leale servitrice del Khan. È un pregio questo? “Quando sarete pronti per il trasferimento?”, le ho chiesto. Ha detto: “È questione di mesi, ormai”. A questa notizia ho sentito una tale scarica di eccitazione che Shadrach mi ha telefonato da sopra per sentire se stavo bene. Gli ho detto di farsi gli affari suoi. Ma sono io gli affari suoi. In ogni caso, Avatar mi dà speranza. Presto indosserò della carne nuova, sana. Prima che sia caduta la prima neve quest’anno, parlerò al mondo con le labbra di Shadrach, respirerò con i polmoni di Shadrach.