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Shadrach nella fornace [Shadrach in the Furnace]

Электронная книга - «Shadrach nella fornace [Shadrach in the Furnace]». Краткое содержание книги:

Siamo nel 2012 e la popolazione del mondo è stata decimata dalle guerre batteriologiche. Il nostro pianeta è dominato da un vecchio e astuto tiranno che si fa chiamare Genghis II Mao IV Khan e che abita in un palazzo a forma di torre, nella Mongolia.
Il Khan è ormai giunto al novantatreesimo anno d’età e lo mantengono in vita i trapianti che gli pratica il suo medico personale, Shadrach Mordecai, talmente devoto al proprio paziente da portare, impiantati nel corpo, una serie di “sensori” telemetrici con i quali controlla d’istante in istante le condizioni di Genghis Mao.
Un’altra importante funzione di Mordecai è quella di dirigere tre distinte ricerche mediche, tutt’e tre miranti ad assicurare al vecchio tiranno l’immortalità fisica. La più avanzata delle tre è il Progetto Avatar, consistente nel trapiantare il cervello, e dunque la personalità, del Khan nel corpo di un uomo più giovane.
Mordecai sa che il corpo in cui dovrà trapiantare il cervello del Khan è quello dell’erede designato, un giovanotto ignaro del suo destino (e, in generale, non troppo sveglio) chiamato Mangu; ma dopo qualche tempo scopre di dover sostituire Mangu. Inizia così per Mordecai un pericoloso gioco d’azzardo: se il piano difensivo da lui elaborato avrà successo, egli potrà diventare il padrone del mondo. Se non avrà successo, dovrà fare dono del suo corpo al rapace Genghis Mao.
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— Valutare? Valutare? Ma certo, dovevo aspettarmi di sentirti dire qualcosa del genere! — Ficifolia, nonostante il tentativo di non dare nell’occhio, non riesce a controllare le emozioni; alza la voce; gesticola con forza. — Lo sai, Shadrach, questo non è mai stato il posto per te. Non sei abbastanza matto per trovarti a casa tua qui. Sei così calmo, ragionevole, vuoi sempre pensarci su, vuoi fermarti a valutare quando hai il coltello alla gola… e come sei atterrato qui? Questo è un posto per dei folli. Parlo seriamente. I pazzi stanno dirigendo il manicomio, e il pazzo capo è il più fuori di tutti; e tu semplicemente non c’entri niente con noi. Ti viene in mente qualcosa di più folle di un mondo pieno di gente che sta marcendo, amministrato da qualche migliaio di burocrati imbottiti di Antidoto e guidato da un signorotto mongolo di novant’anni che progetta di vivere in eterno? Questo sarebbe normale? Questo è il risultato logico di cinquecento anni di imperialismo occidentale? E gli occhi-spia in ogni angolo? I vettori di sorveglianza che registrano queste stesse parole in questo preciso momento, per darle in pasto a dio solo sa che razza di macchina, dove potrebbero non essere digerite per tremila anni? I poliziotti robot? I vivai di organi? Chiunque inizi anche soltanto ad accettare questo mondo per quello che sembra è un pazzo; ed è questo che siamo, tutti, dei pazzi, da chi sta più in alto giù giù fino all’ultimo di noi, Avogadro, Horthy, Lindman, Labile, io, tutta la squadra. Tranne te. Così solenne, così controllato, così fatalista. Lavoro, lavoro, tu e Warhaftig, fate il vostro lavoro, attaccate un nuovo fegato nella pancia del Khan, non sorridete, non vi dite mai che è pazzesco guadagnarsi da vivere in questo modo, non percepite neanche la follia, perché siete così intimamente sani di mente… no, Warhaftig no: lui o è un robot o è un pazzo anche lui, ma tu, Shadrach, imperturbabile, farcito di congegni elettronici e neanche questo ti turba. Non hai mai voglia di urlare, di sbavare? Devi proprio accettare tutto? Accetti anche l’idea che Gengis Mao ti sfratterà da quel cazzo di testa, la tua testa? Accetti… — Bruscamente Ficifolia si frena, riprendendo il controllo di sé, dopo un lieve sussulto e una rapida serie di tic e di contrazioni dei muscoli della faccia. Con più calma, con una voce completamente diversa, dice: — Seriamente, Shadrach, sei nei guai grossi. Dovresti sparire finché puoi ancora.

Shadrach scuote la testa. — Nascondermi non è nel mio stile.

— E morire?

— Non in modo particolare. Ma non mi nasconderò. Non è da me. La mia gente ha finito di nascondersi. I giorni della ferrovia sotterranea sono finiti per sempre.

— “La mia gente ha finito di nascondersi”! — dice Ficifolia, facendo il verso a Shadrach in tono duro, con voce acuta. — Cristo. Cristo! Forse ti ho sottovalutato. Forse sei pazzo come tutti gli altri. Gengis Mao ti ha condannato a morte, ti ha messo sulla lista nera, e per te l’orgoglio razziale viene prima della sopravvivenza. Bravo, Shadrach! Molto nobile. Molto stupido.

— E dove potrei andare? I giocattolini del Khan mi spieranno dovunque. I giocattolini che gli hai inventato tu.

— Ci sono dei modi.

— Mascherarmi? Dipingermi la pelle di bianco? Mettermi una parrucca bionda?

— Potresti sparire come ha fatto Buckmaster.

Shadrach resta paralizzato. — Posso fare a meno di battute del genere in questo momento, Frank.

— Non sto parlando dei vivai. Parlo di sparire. Buckmaster l’abbiamo “fatto sparire” noi.

— Buckmaster non è morto?

— Vivo e vegeto. Abbiamo modificato il libro mastro del personale il giorno in cui è stato condannato. Abbiamo ritoccato cinque o sei bit, e ora i registri mostrano che Roger Buckmaster è finito ai vivai di organi il giorno tale, e che è stato ritagliato a dovere. Una volta che è nei registri, è più vero della realtà stessa. La realtà delle macchine è un ordine di realtà superiore alla realtà-realtà. Se ora Buckmaster appare su uno dei rilevatori del Khan, il computer deciderà che il dato è privo di senso e lo respingerà, perché si sa che Buckmaster è morto, e per definizione i morti non se ne vanno in giro per strada.

— Dove si trova?

— Questo ora non ha importanza. Quel che importa è che l’abbiamo salvato, e che possiamo salvare te.

— Abbiamo? Chi è questo noi?

— Neanche questo ha importanza.

— Dovrei credere a qualcosa di quello che mi hai detto, Frank?

— No. Certo che no. Sono tutte palle. A dire il vero, sono una spia del Khan e sto cercando di incastrarti. Cristo, Shadrach, usa la testa! Credi che stia cercando di metterti nei guai? Tu sei nei guai. Sto rischiando il culo per…

— Okay. Lascia che ci pensi, Frank.

— E allora pensaci, in fretta.

— Voi fate il vostro gioco di prestigio e io sparisco. Ora non ho più un’identità e non ho più un lavoro. Posso fare il medico, se me ne sto nascosto in una cantina? Io dovevo fare il medico. Magari non il medico di Gengis Mao, ma il medico di qualcuno sì, Frank. Se non faccio quel lavoro, non sono nessuno, sono uno spreco di capacità e di talento. Non sarò niente agli occhi di me stesso. A cosa servirebbe sparire per fare una vita del genere? E per quanto tempo dovrei starmene nascosto? Se devo passare il resto della mia vita rinchiuso in una cantina, non sarebbe tanto peggio lasciare che Gengis Mao mi usi per Avatar. Forse sarebbe anche meglio.

— Potresti essere costretto a nasconderti fino al giorno in cui Gengis Mao morirà. Ma poi…

— Poi? Quale poi? Gengis Mao potrebbe andare avanti a vivere un altro centinaio d’anni. Io no.

— Neanche lui — dice Ficifolia, con uno strano tono di minaccia nella voce.

Shadrach lo fissa meravigliato. Non è sicuro di credere anche a una sola sillaba di tutto questo. Buckmaster è vivo? Ficifolia è un sovversivo? C’è un complotto per liberarsi del Khan? Dentro di lui ribollono mille domande, ed è assetato di risposte; ma con la coda dell’occhio nota degli uomini in divisa grigia e blu, due Citpol in pattugliamento. Dunque, per ora non ci saranno risposte. Anche Ficifolia li vede e, dopo un cenno quasi impercettibile, dice: — Pensaci su. Fa’ le tue valutazioni, poi fammi sapere cosa vuoi fare.

— Bene.

— Ha mai visto una piena del genere?

— D’altronde non era mai caduta tanta neve come quest’inverno — dice Shadrach, mentre i Citpol passano oltre.

18

27 maggio 2012

Una notte piena di incubi. Ragnatele in bocca, radici che mi crescevano dalle dita. Premonizioni di morte. Si sta avvicinando la fine di Gengis Mao? Morboso, morboso. Svegliarsi e non esserci più. Il grande scontro col silenzio. Mi fa male. Svegliarsi e non esserci più. Essersene andati da qualche altra parte. O forse da nessuna parte, il grande buco nero. Più a lungo si vive, più strettamente ci si aggrappa alla vita: vivere diventa un vizio di cui è difficile liberarsi. Come sarebbe vuoto il mondo, se io dovessi lasciarlo. Puf, niente più Gengis Mao. Un vuoto! I venti soffierebbero qui dai quattro angoli della terra, per riempire lo spazio lasciato da me. Tornado. Uragano.

Oh, adoro pensare alla morte.

La morte può essere così istruttiva. La morte può dirti tante cose su come sei veramente. La morte può essere addirittura piacevole, immagino. La morte come esperienza di guarigione, sì, il vecchio corpo martoriato che cede volentieri lo spirito! Per qualcuno, immagino, è l’estasi più grande mai sperimentata.

Io ne sono terrorizzato.

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