Sindrome atipica [Fatal - it]
- Автор: Палмер Майкл
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-3549-9
- Переводчик: Marina Deppisch
- Жанр: Триллеры
Электронная книга - «Sindrome atipica [Fatal - it]». Краткое содержание книги:
Frank Slocumb e i suoi fratelli avevano dimostrato di essere degli infermieri in gamba. La stanza era sorprendentemente pulita e gli parve che le lenzuola fossero state lavate da quando era stato lì l’ultima volta. I tre uomini rimasero in un angolo della stanza, fieri e rispettosi, mentre lui lavorava.
«I tuoi fratelli sono stati bravi, Lewis», dichiarò Matt, auscultando con lo stetoscopio e notando che i suoni respiratori si estendevano in ogni area di entrambi i polmoni.
«Sapevano cosa sarebbe successo loro se non lo fossero stati. Allora, vivrò?»
«Frank ha detto che eri troppo irascibile per morire, e aveva ragione.»
Matt sistemò l’attrezzatura per una endovenosa e chiese che appendessero al soffitto un grosso filo di ferro che servisse da uncino. In meno di due minuti Lyle aveva inchiodato esattamente ciò di cui aveva bisogno. Matt vi appese il piccolo sacchetto in plastica che conteneva un potente antibiotico e lasciò che il farmaco entrasse nel braccio di Lewis.
«Questo garantirà che non insorga un’infezione», spiegò.
«Che mi dici di questo aggeggio?» chiese Lewis, indicando il tubo di aspirazione.
«Ecco», rispose Matt, «per quanto incredibile sia, pare che questo aggeggio ti abbia salvato la vita.» Senza alcun dubbio, pensò, doveva assolutamente inviare una lettera all’autore di Chirurgia d’urgenza. «Adesso, per come la vedo io, abbiamo tre opzioni. Lasciarlo dov’è, tirarlo fuori o cambiarlo.»
«Vuoi che votiamo?» domandò Frank.
I quattro fratelli risero alla sua battuta, che Matt non aveva afferrato.
«Come ritieni giusto tu, dottore», disse Lewis. «Preferirei comunque che non mi infilassi più niente nel petto. Non ho avuto il coraggio di dirtelo, ma quelle pinze che mi hai infilato l’ultima volta hanno fatto un male del diavolo.»
Per rispetto di Matt, i tre fratelli in piedi sghignazzarono il più sottovoce possibile.
«D’accordo, Lewis», accettò Matt, «lascerò le cose come stanno. Il problema è che, se tolgo il tubo troppo presto, il polmone potrebbe collassare di nuovo, e se lo lascio troppo a lungo, potrebbe insorgere un’infezione. In ogni caso, ragazzi, ascoltate, se dovesse insorgere un’infezione con febbre, tosse, dolore, pus o rossore attorno al foro, o altro di simile, tagliate immediatamente i punti e tirate fuori il tubo. Capito?»
«Capito», rispose Frank. «Hai fatto un bel lavoro, dottore.»
Matt tolse le bende, pulì la ferita e la fasciò di nuovo.
«Sentite», esordì. «Devo parlarvi di un’altra cosa. Credo che quelli della miniera sappiano che sono stato io a entrare in quella discarica di rifiuti. Non so per certo se sanno che c’era anche Lewis, ma volevo avvertirvi. Questo cretino all’ospedale, Crook, è nel consiglio. Mi ha fatto capire che qualcuno sarebbe rimasto ferito o ucciso per ciò che ho fatto, e che la colpa sarebbe ricaduta su di me.»
Lyle e Kyle si scambiarono occhiate furbesche.
«Che c’è?» domandò Matt. «Che avete voi due?»
Questa volta rispose Lewis.
«Sapevano che ero io, dottore. Ne siamo certi. A differenza di ciò che un sacco di gente di qui pensa, abbiamo anche noi degli amici, buoni amici per di più. Sentiamo molte cose.»
«E allora, che avete intenzione di fare per difendervi?»
I fratelli si scambiarono di nuovo occhiate d’intesa.
«Sappiamo prenderci cura di noi», rispose Lyle. «Credimi.»
Matt raccolse le sue cose, quindi fece cenno ai tre fratelli di uscire dalla stanza.
«Lewis, vuoi che ti aiuti a tornare a letto?» chiese.
«Ce la faccio da solo. Ma se il dottore è d’accordo, preferirei stare seduto in poltrona ancora un po’.»
«Mi fa piacere che te la stia cavando bene. Mi addolora ancora molto ciò che è successo. Non so per quale motivo Frank e i ragazzi continuassero a sorridere furbescamente, ma temo veramente che quei bastardi della miniera abbiano intenzione di darvi la caccia.»
«I miei fratelli non stavano affatto sorridendo furbescamente, dottore. È solo che…»
Il sibilo forte e ripetitivo di un segnalatore acustico lo interruppe. Immediatamente si sentirono pesanti passi sul pavimento in legno a pianoterra e su per le scale.
«Scusami, dottore», esclamò Lewis, alzandosi, sganciando la flebo dall’uncino improvvisato e trascinando la sedia in corridoio. «Abbiamo dei visitatori.»
Matt si affrettò dietro di lui, chiudendo la valvola regolatrice del flusso per evitare che il sangue rifluisse nel tubo della fleboclisi. I passi che aveva sentito erano quelli dei tre fratelli che si spostavano per la casa come se si fossero esercitati per questo momento molte volte. Qualcuno aveva già interrotto l’allarme. Kyle corse su per le scale e infilò una lastra di metallo di un metro e ottanta per novanta centimetri tra dove si era posizionato Lewis e la balaustra. Aprì poi l’armadio del corridoio e cominciò a impilare armi sul pavimento. Questa volta Matt notò una decina di schioppi, alcune pistole, parecchi fucili con potenti mirini e due armi semiautomatiche. Kyle lasciò due degli schioppi, una grossa pistola e un fucile vicino a Lewis, quindi gli mise in grembo una scatola in metallo nero con tastierino e numerosi interruttori. Passò poi le armi a Lyle attraverso la balaustra.
Stupito dalla dimensione e dalla portata del loro arsenale, Matt non poté fare altro che starsene alle spalle di Lewis e guardare.
«Quanti?» gridò Lewis.
«Quattro, credo», rispose Frank. «Mi pare che tra loro vi sia anche il vecchio Lonnie Tuggle. Non mi era mai piaciuto.»
Fotocamere! pensò Matt, incredulo. Da qualche parte tra gli alberi là fuori, i fratelli Slocumb, quelle leggendarie rozze creature del bosco, avevano installato un sistema d’allarme e fotocamere di sorveglianza.
«Frank», disse ad alta voce, «là fuori c’è la mia Harley. Vuoi che la sposti?»
«Dottore, pensi forse che lasceremo che accada qualcosa a quella tua splen-di-da moto? È già al sicuro nel granaio.»
«Lewis, sapevi che quegli uomini stavano arrivando?»
«Abbiamo sentito che poteva succedere.»
«Gesù», borbottò Matt. «Siete proprio degli strani eremiti. Ehi, fate attenzione», gridò. «Non voglio che vi capiti qualcosa di brutto. Nemmeno a me, a dire il vero.»
«Non è di noi che devi preoccuparti, dottore», ribatté Lewis. «Ora entra in quella stanza e tieni la testa bassa, nel caso fossero più stupidi di quanto pensiamo.»
Matt ubbidì e si lasciò cadere sulle ginocchia dietro la porta parzialmente aperta, a pochi passi da Lewis. Il più vecchio degli Slocumb, con tutti i suoi sessantadue o sessantatré anni, rimase al suo posto, con nel torace l’improvvisato tubo di drenaggio che ancora faceva colare il sangue attraverso il preservativo, il sacchetto della flebo sul pavimento ai suoi piedi, la mano destra stretta attorno alla pistola, la sinistra poggiata sulla scatola nera.
«Eccoli qui!» gridò Frank. «Due ancora in macchina. Due che stanno aggirando la casa a piedi.»
«Rimanete calmi, ragazzi», ordinò Lewis. «Non lasciatevi prendere dalla frenesia. Tutti zitti, tranne Frank.»
In quel momento si sentirono tre forti raspate alla porta d’entrata.
«È aperta», gridò Frank. «Fatemi vedere le mani entrando.»
Dal sud punto di osservazione, sbirciando oltre la lastra di metallo e attraverso la balaustra, Matt riuscì a vedere la porta che si spalancava. La grossa guardia di sicurezza della BC C che l’aveva scortato fuori della riunione con Armand Stevenson mise un piede dentro. Era alto almeno un metro e novanta per circa centotrenta chili, con la testa rasata poggiata sulle spalle come un pallone da pallacanestro. Matt non poteva vedere Frank, ma lo immaginò dall’altra parte della stanza, lo schioppo pigramente poggiato nella curvatura del gomito.