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Sindrome atipica [Fatal - it]

Электронная книга - «Sindrome atipica [Fatal - it]». Краткое содержание книги:

Ossessioni. Ricordi rimossi, un'angoscia crescente, poi, all'improvviso, una scintilla che scatena un terrore sepolto in un angolo oscuro dell'anima. Raúl Jiménez, personaggio ambiguo legato al bel mondo di Siviglia, ma anche alla malavita e ai ricordi delle atrocità della Guerra civile, muore all'inizio della Semana Santa, il momento dell'anno più denso di religiosità e passione in una Spagna tutt'altro che solare, anzi, enigmatica e inquieta. L'ispettore capo Javier Falcón capisce ben presto di trovarsi di fronte a un crimine rituale, quasi iniziatico: l'assassino ha voluto impartire alla sua vittima una “lezione di vista”. Jiménez è stato legato e costretto a guardare una videocassetta, finché il suo cuore non ha ceduto…
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«Mi faccia il santo piacere di…»

In quel momento, in una convulsione di battiti inefficienti, il ritmo instabile della tachicardia ventricolare del boscaiolo degenerò in una fibrillazione ventricolare pericolosa per la sua vita.

«Quattrocento joule», ordinò Crook, senza guardare Matt. «Iniettategli anche cento milligrammi di Xylocaina. Rimandiamo per ora il Propranolol.»

In quel momento, la rianimazione, che avrebbe dovuto essere semplice e ben riuscita, poteva prendere o una o l’altra strada. Fortunatamente, un potere più grande di chiunque in quella stanza decise che non era giunta l’ultima ora per quel boscaiolo. Alla defibrillazione elettrica seguì la Xylocaina che avrebbe dovuto ricevere immediatamente, che a sua volta fu seguita da un’altra scarica e all’improvviso eccoli là, un decente pattern sul monitor e una funzionale pressione sanguigna.

«Ben fatto», si congratulò Matt.

Robert Crook non si degnò di rispondere.

Nel giro di pochi minuti lo stato cardiaco del paziente si era stabilizzato. Il colorito era migliorato e la pressione era salita e si manteneva costante. Crook fece cenno a Matt di spostarsi in un angolo, dove avrebbe potuto parlargli sottovoce senza farsi sentire.

«Mi creda sulla parola», mormorò aspramente, «e inizi a cercare un altro posto dove esercitare la professione. Qualche posto molto lontano da qui.»

«Ma qui mi piace», ribatté Matt. «Sono cresciuto qui. Ho sempre pensato che sarei invecchiato qui.»

«Ebbene, può benissimo invecchiare da qualche altra parte. Cioè, se vuole invecchiare. Ha oltrepassato i limiti, Rutledge.»

«Non so di che sta parlando.»

«Ad alcune persone verrà fatto del male, e io non sarei affatto sorpreso se lei fosse una di quelle.»

«Mi sta minacciando…»

«Dottor Crook?»

Julie Bellet stava indicando lo schermo del monitor, dove erano apparsi alcuni battiti irregolari.

«Altri cinquanta milligrammi di Xylocaina per endovena», ordinò con rabbia Crook, prima di rivolgersi di nuovo a Matt: «Lei non fa fesso nessuno».

Matt allungò il braccio e afferrò l’uomo per la cravatta e la camicia, senza farsi notare dalle infermiere.

«Neppure lei», ribatté con voce stridula. «Non mi minacci mai più.»

Stupito, le guance infuocate, Crok si staccò e, sistemandosi cravatta e camicia, tornò al capezzale.

Matt non ricordava di avere mai aggredito fisicamente qualcuno da adulto. Stupido! Totalmente stupido! Era stata una fortuna che nessuno avesse visto cosa aveva fatto. Con i pugni chiusi, roteò su se stesso e, senza lanciare neppure un’occhiata all’indietro, lasciò l’unità di Terapia Intensiva. Era evidente, pensò, che Crook sapeva della loro incursione nella discarica tossica. Ma l’avvertimento proveniva da Armand Stevenson o il cardiologo aveva oltrepassato i limiti della sua posizione alla BC C? E precisamente, cosa aveva inteso dire sostenendo che: «ad alcune persone verrà fatto del male?» Quali persone?

Gli Slocumb!

Matt andò subito nella camera di Nikki per vedere se l’agente di polizia era arrivato. Era rimasto lontano da Lewis Slocumb anche troppo. Arrivò alla camera proprio mentre l’agente Tarvis Lyons percorreva a pesanti passi il corridoio. Lyons era stato compagno di classe di Matt al liceo regionale di Montgomery. Il soprannome di Tarvis, «Fossile», si riferiva alla velocità con cui faceva quasi tutto. Matt si era meravigliato che Tarvis fosse riuscito a prendere il diploma, per di più con la fedina penale pulita, ma era rimasto addirittura scioccato quando, tornato a casa dopo l’internato, aveva scoperto che era entrato nella polizia. Difficile credere che qualcuno potesse affidargli un paio di manette, per non parlare di una pistola di servizio.

«Ehi, Ledge, che succede», lo salutò Lyons, usando il soprannome di Matt al tempo del liceo. La sua voce era di un’ottava più alta di quanto ci si sarebbe aspettati dalla sua stazza.

«Grimes ha mandato te?»

Matt sperò di non avere dato troppo rilievo al «te».

«Oggi è la mia giornata libera, il che significa che sono disponibile per gli straordinari. Il capo ha detto che c’è una bambola da sorvegliare.»

«Grimes ha chiamato bambola la dottoressa Solari?»

«Ehm, non ricordo esattamente.»

«È un medico, Tarvis. Cioè dodici anni di studi dopo il liceo. Credo si sia guadagnata qualcosa di più rispettoso di un semplice ‘bambola’ da parte tua. Verrà qui anche Grimes?»

«Ha detto che sarà qui tra poco per interrogarla.»

«Fa’ esattamente quello che ti dice.»

«È proprio quello che ha detto lui.»

«Cosa?»

«Ha detto che devi aspettare e fare esattamente quello che ti dice.»

Matt sospirò. «Senti, appostati qui fuori. Assicurati che o tu o una delle infermiere conosca personalmente chiunque venga qui a visitarla. Io devo lasciare l’ospedale per alcune ore. Terrò sempre acceso il cercapersone. Chiama il centralino dell’ospedale se hai delle domande e la telefonista mi troverà.»

«Ho capito, Ledge», commentò Lyons. «Giochi ancora a pallacanestro?»

«Sì, sì, anche se non ho più un gran braccio e, a dire il vero, nemmeno gambe.»

«Sei sempre stato un gran tiratore, Ledge.»

«Grazie, Tarvis. Tieni d’occhio la dottoressa Solari.»

Matt si fermò sull’uscio e lasciò che gli occhi si abituassero alla fioca luce della camera. Nikki dormiva, respirando rumorosamente attraverso la maschera a ossigeno. Preoccupato per ciò che aveva detto Crook, non vedeva l’ora di arrivare alla fattoria degli Slocumb. Corse nella saletta delle infermiere e prescrisse un controllo neurologico ogni mezz’ora per due ore, quindi uno ogni ora per cinque ore. Un’ultima occhiata a Tarvis Lyons che stava portando fuori da una stanza vuota una sedia, e via di corsa alla motocicletta.

Il viaggio fino alla fattoria gli parve interminabile. Ancora una volta, tutti i sensi di colpa che Matt aveva provato per avere messo in pericolo la vita di Lewis Slocumb riemersero. Crook era uno stupido, ma aveva ragione. Lui aveva passato il segno. Forse sarebbe stato meglio lasciar cadere l’intera faccenda, dimenticare la discarica tossica e ammettere di non poter dare del filo da torcere alla Belinda Coal Coke più di quanto avesse potuto fare suo padre. Gli vennero poi in menti i volti sfigurati di Darryl Teague e Teddy Rideout. Quanti altri come loro ce ne saranno? Quanti altri già ce ne sono? No, decise, mentre si fermava davanti alla fattoria, per nulla al mondo avrebbe fatto marcia indietro. Avrebbe soltanto fatto attenzione a non mettere nessun altro in pericolo in nome della sua crociata.

Proprio come Lewis l’aveva atteso sulla veranda la notte della loro escursione nella miniera, così ora ad attenderlo vi era Frank. Se ne stava appoggiato alla balaustra, un fucile dall’aspetto efficiente tra le braccia. Matt si chiese se i fratelli avessero in qualche modo saputo che stava arrivando. «Come sta?» domandò Matt.

«Se la sta passando piuttosto male, soprattutto per il dolore alla spalla. Ma è ancora vivo e non fa che imprecare.»

«Questo è un buon segno. Frank, mi spiace veramente di averci messo così tanto per tornare. Ho avuto molto da fare in ospedale. Non ho potuto allontanarmi prima.»

«Sapevamo che saresti tornato appena ti fosse stato possibile.»

Nessun accenno di irritazione o di diritto acquisito. Questi uomini, duri e forti, erano abituati a prendere la vita come veniva e a concedere ai loro amici il beneficio del dubbio. Lewis, che indossava solo un paio di jeans sbrindellati e nulla dalla vita in su, era nella camera al piano superiore, appoggiato a due cuscini in una poltrona dallo schienale diritto in legno di quercia. Aveva un ottimo colorito e la benda attorno al torace era inzuppata di sangue, come era prevedibile. Il sistema di drenaggio era intatto e la garza che aveva avvolto alla meglio all’estremità del preservativo era impregnata di sangue secco e di sangue che si stava seccando. Chiaramente l’apparato stava funzionando bene.

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