Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]
- Автор: Райс Энн
- Серия: Cronache dei vampiri #4
- Год: 2001
- Язык: итальянский
- Год: Longanesi
- ISBN: 978-88-304-1915-5
- Переводчик: Cristina Messori
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «Il ladro di corpi [The Tale of the Body Thief - it]». Краткое содержание книги:
«No, non importa. Il medaglione era attaccato a una catena, in modo che potesse essere indossato al collo da una donna, per esempio?»
«Sì… Vuoi che lo cerchi? Se lo trovo, te lo darò.»
«No, non cercarlo ora. Forse in seguito. Addio, David. Verrò presto a trovarti.»
Riappesi e staccai la spina del telefono dalla presa nel muro. Dunque c’era stato un medaglione, un medaglione da donna. Ma per chi era stato fatto un oggetto simile? E perché io lo vedevo nei miei sogni? Claudia non avrebbe portato con sé la propria immagine in un medaglione. Se lo avesse fatto, di certo me ne sarei ricordato. Mentre tentavo di visualizzarlo, o di ricordarlo, mi prese una curiosa sensazione, mista di tristezza e timore. Mi sembrava di essere molto vicino a un luogo oscuro, un luogo carico di morte reale. E, come spesso accade nei miei ricordi, udii una risata. Solo che non si trattava della risata di Claudia, bensì della mia. Avvertii un senso di giovinezza soprannaturale, d’infinite potenzialità. In altre parole, stavo ricordando il giovane vampiro che ero stato in quei lontani giorni del XVIII secolo, prima che il tempo mettesse a segno i suoi colpi.
Ebbene, perché m’importava di quel dannato medaglione? Forse avevo preso quell’immagine dal cervello di James, mentre lui m’inseguiva. Era forse un sistema che lui aveva escogitato solo per irretirmi, giacché non avevo mai neppure visto un medaglione simile? Avrebbe fatto meglio a scegliere qualche altro gingillo appartenutomi davvero.
No, spiegare tutto con l’inganno era troppo semplice. L’immagine mi era apparsa in maniera troppo vivida, e si era affacciata nei miei sogni prima del mio incontro con James. Sentii un impeto di rabbia. Non era il momento: avevo altre cose cui pensare, no? Vattene, Claudia. Per favore, chérie, prendi il tuo medaglione e va’ via.
Per parecchio tempo rimasi seduto nell’ombra, consapevole del fatto che l’orologio stava ticchettando sulla mensola del caminetto e ascoltando i rumori occasionali provenienti dalla strada.
Tentai di ripercorrere i punti che David mi aveva esposto. Tentai. Ma tutto quello che pensavo era: quindi James può farlo, può farlo davvero. È lui l’uomo dai capelli bianchi nella fotografia, e ha operato lo scambio col meccanico nel manicomio di Londra. È possibile!
Di tanto in tanto tornava l’immagine del medaglione: mi figuravo la miniatura di Claudia dipinta a olio con grande perizia. Ma non provavo emozione, dolore, collera o angoscia.
Era James ciò cui si aggrappava tutto il mio cuore. James può farlo! James non sta mentendo. Io posso vivere e respirare in quel corpo! E quando il sole sorgerà su Georgetown, io lo vedrò con quegli occhi.
Raggiunsi Georgetown un’ora dopo mezzanotte. Aveva nevicato per tutta la sera. Sulle strade e davanti alle case c’erano grandi cumuli immacolati, mentre gli elaborati cancelli in ferro battuto e i davanzali delle finestre apparivano orlati di bianco.
Anche la città imbiancata mostrava un incantevole fascino: era costituita da eleganti edifici, per la maggior parte in legno, che esibivano le linee nette tipiche del XVIII secolo, con la sua tendenza all’ordine e all’equilibrio, sebbene molti palazzi risalissero ai primi decenni dell’Ottocento. Per molto tempo vagai lungo la deserta M Street, poi attraverso il campus silenzioso della vicina università, quindi per le vie illuminate che s’inerpicavano sul fianco della collina.
La villetta di Raglan James presentava una struttura particolarmente elegante: era realizzata in mattoni rossi e si affacciava proprio sulla strada. Aveva un grazioso ingresso con un pesante battente in ottone e fiancheggiato da due guizzanti lampade a gas. Massicce imposte vecchio stile ornavano le finestre, mentre, sopra la porta, occhieggiava una deliziosa lunetta a ventaglio.
Nonostante la neve sui davanzali, le finestre erano pulite e io potei guardare le stanze ordinate e luminose. All’interno dominava un’essenzialità contemporanea: semplici e impeccabili arredi in pelle bianca, molto moderni e ovviamente costosi. Alle pareti, erano appesi alcuni quadri: Picasso, de Kooning, Jasper Johns, Andy Warhol si mescolavano a diverse gigantografie di navi moderne. Nel salone, in teche di vetro, erano esposte riproduzioni di diversi transatlantici. I pavimenti smaltati risplendevano con un singolare effetto plastificato. Piccoli e scuri tappeti orientali dal disegno geometrico erano sparsi ovunque, mentre i molti oggetti ornamentali che decoravano i tavoli di vetro e gli stipi intarsiati in tek erano quasi tutti cinesi.
Curatissimo, alla moda, lussuoso e molto personale: era quello il carattere del luogo. Anche quella casa, come tutte le abitazioni dei mortali, mi dava l’impressione di essere un’infilata di scenografie teatrali. L’idea di diventare un mortale e di poter rimanere in una simile casa, per un’ora o forse più, mi sembrava davvero assurda.
In realtà, le piccole stanze erano così curate da sembrare impossibile che qualcuno le abitasse davvero. La cucina era piena di risplendenti pentole di rame, elettrodomestici dagli sportelli in vetro scuro, armadietti privi di maniglie visibili e piatti in ceramica color rosso vivo.
Eppure il nostro Raglan James non si vedeva.
Entrai in casa.
Il secondo piano era occupato dalla camera da letto. Basso e moderno, il letto non era nulla di più di un telaio in legno con un materasso. Severo ed elegante come il resto, era ricoperto da una trapunta a vivaci disegni geometrici, oltre che da numerosi cuscini bianchi. Il guardaroba era stipato di abiti costosi, come il cassettone cinese e un’altra piccola cassettiera intagliata a mano posta vicino al letto.
Le altre stanze risultavano vuote, anche se erano perfettamente pulite. Non c’era nemmeno traccia di computer: senza dubbio li teneva in qualche altro luogo.
Nella cappa del caminetto inutilizzato di una di quelle camere, nascosi una grande quantità di denaro che avrei adoperato più tardi. Ne nascosi una parte anche dietro uno specchio a muro di un bagno inutilizzato.
Si trattava di semplici precauzioni. In realtà non riuscivo a immaginare che cosa avrebbe significato diventare umano. Avrei potuto sentirmi abbastanza disorientato. Non lo sapevo e basta.
Dopo avere sistemato i dettagli, salii sul tetto e, da lì, scorsi James ai piedi della collina. Aveva appena svoltato l’angolo di M Street e teneva tra le braccia vari pacchetti. Di certo era andato a rubare: era impossibile che ci fossero negozi aperti poco prima dell’alba. Lo persi di vista quando cominciò a salire.
Poi apparve un altro strano visitatore. Senza fare rumori udibili da orecchi mortali, un grande cane sembrò materializzarsi dal nulla, allontanandosi poi dal vialetto in direzione del prato retrostante.
Ne avevo catturato l’odore non appena si era avvicinato, ma non lo vidi finché, percorrendo il tetto, non arrivai sul retro della casa. Mi sarei aspettato di udirlo prima, dal momento che lui di certo aveva annusato la mia presenza, avvertendo d’istinto che non ero umano e cominciando quindi a far sentire i suoi latrati.
Nel corso dei secoli, i cani mi avevano spesso riservato quel trattamento. Talvolta riuscivo addirittura a farli cadere in trance e dominarli. Ma temevo il loro rifiuto istintivo: ogni volta mi procurava una fitta di dolore.
Quel cane non aveva abbaiato né dato segno di essersi accorto della mia presenza. Era intento a fissare la porta sul retro della casa e i quadrati di luce gialla che, dalla finestrella della porta, ricadevano sulla spessa coltre di neve.
Approfittai dell’opportunità di studiarlo in assoluto silenzio: si trattava di uno dei cani più belli che avessi mai visto.
Esibiva un pelo morbido e folto, dalle splendide sfumature grigie e dorate e con una zona di pelo nero più lungo. Nel complesso, le sue fattezze ricordavano quelle di un lupo, ma era troppo grande per esserlo davvero. Inoltre non aveva quell’aria scaltra e furtiva tipica dei lupi. Al contrario, mentre se ne stava lì, seduto a fissare la porta, appariva davvero maestoso.