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Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]

Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:

Sono passati trent’anni da quando Frederik Pohl inventò quei Mercanti dello spazio che Kingsiey Amis nelle sue Mappe dell’inferno mise al disopra dello stesso 1984 di Orwell. Fu allora che dagli uffici di Madison Avenue le grandi compagnie pubblicitarie assunsero il controllo della Terra, ma fecero lo sbaglio di mandare un’astronave sul pianeta Venere. Oggi Venere è il rifugio dei refrattari e dei ribelli, il simbolo dell’anti-pubblicità, la bandiera dei nemici della produzione e del consumo. I rapporti tra i due pianeti si fanno ogni giorno più difficili. La situazione insomma è così tesa, che Frederik Pohl ha sentito la necessità di scrivere un nuovo romanzo sullo scottante argomento. E l’ha scritto.
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E naturalmente lui rispose solo: — Sta’ zitto.

— Ma certo — dissi annuendo. — Be’, ti dispiace se prendo del caffè?

— Non muoverti — scattò lui, poi ci ripensò, e disse con riluttanza:

— Te lo prendo io, ma tu non muoverti. — Andò in cucina, ma senza staccarmi gli occhi di dosso. Sa il cielo cosa si aspettava. Io rimasi immobile, come mi era stato ordinato, ascoltando le voci che giungevano dalla camera da letto, in una discussione accalorata. Non riuscivo a distinguere le parole. D’altra parte, non ne avevo bisogno. Potevo immaginarmi benissimo di cosa stessero discutendo.

Quando uscirono, scrutai le loro facce. Erano tutte serie. Quella di Mitzi era impenetrabile. — Siamo giunti a una decisione — disse cupamente. — Siedi e bevi il tuo caffè, e te la dirò.

Bene, era il primo raggio di speranza in un cielo nuvoloso. Ascoltai con attenzione. In primo luogo — disse lei lentamente, — è stata colpa mia. Avrei dovuto farti uscire un’ora fa. Lo sapevo che c’era una riunione.

Annuii, per far vedere che ascoltavo, cercando di decifrare le loro espressioni. Nessuna mi fornì qualche indizio. — Sì? — dissi vivacemente.

— Perciò sarebbe sbagliato, moralmente sbagliato — disse lei, pronunciando ogni parola a un certo intervallo dal] altra, come se le soppesasse una ad una, — affermare che tu abbia qualche colpa. — Fece una pausa, come se si aspettasse da me una risposta.

— Grazie — dissi nervosamente, sorseggiando il caffè. Ma lei non continuò. Si limitò a guardarmi, e cosa strana, l’espressione della sua faccia non cambiò, ma la faccia sì. Divenne indistinta. I tratti si mescolarono. L’intera stanza si oscurò e parve restringersi… Mi ci volle tutto quel tempo per accorgermi che il caffè aveva un leggero sapore strano.

In quel momento, non avrei mai voluto aver scritto quella lettera di suicidio. Lo desiderai con tutto il mio essere, fino a quando i miei desideri smisero di funzionare, e così pure i miei occhi, e le mie orecchie, e così pure, nel mezzo di un urlo silenzioso di terrore, con cui invocavo ancora una possibilità, pregavo di vivere un altro giorno, il mio cervello.

Il mondo era sparito, mi aveva lasciato.

2

Anche allora Mitzi doveva aver combattuto aspramente per me. Quello che mi avevano infilato nel caffè non era stato letale, dopo tutto. Mi aveva solo fatto addormentare profondamente.

Nel sogno qualcuno gridò: «Prima chiamata, fra cinque minuti!», e io mi svegliai.

Non ero più nell’appartamento di Mitzi. Ero in una piccola cella disadorna, con una porta e una finestra, e fuori era buio.

Una volta convintomi del fatto strano di essere vivo, mi guardai attorno. Non ero legato, come scoprii con mia sorpresa, né pareva che fossi stato picchiato, di recente. Ero sdraiato piuttosto comodamente su un lettino, con un cuscino sotto la testa, e una leggera coperta sul mio corpo mezzo spogliato. Vicino al letto c’era un tavolo. Sul tavolo c’era un piatto con dei cereali, un bicchiere di Vitafrut, e fra i due una busta del tipo utilizzato per i messaggi di Agenzia segretissimi. L’aprii e la lessi in fretta, prima che scadesse il tempo. Diceva:

Caro Tenny, non puoi più continuare a vivere da drogato. Se sopravviverai alla disintossicazione, ci rivedremo. Buona fortuna!

Non c’era alcuna firma, ma un P.S.:

Abbiamo molti amici al centro che ci diranno come te la cavi. Devo dirti che sono autorizzati ad assumere iniziative autonome.

Rimuginai nella mente le parole «iniziative autonome»… e ci misi un momento di troppo, perché la carta prese fuoco e mi scottò le dita. Lasciai cadere le braci in fretta e furia e mi guardai attorno.

Non c’era molto da vedere. La porta era chiusa a chiave. La finestra era di vetro infrangibile, sigillata. Evidentemente quel centro non voleva che io abbandonassi la disintossicazione. La cosa aveva un aspetto minaccioso, e non c’erano più le pillole verdi ad attutire la sensazione. Comunque, c’era da mangiare e io avevo una gran fame. Evidentemente ero rimasto addormentato a lungo. Mentre allungavo una mano verso il Vitafrut, si scatenò l’inferno. La voce che urlava nel mio sogno non era un sogno. Adesso urlò: — Ultima chiamata! Tutti fuori! — E non c’era solo la voce. Era accompagnata da sirene e campane, per essere sicuri che avessi sentito; la serratura della porta si aprì, e nel corridoio si sentì un rumore di piedi in corsa, accompagnato da colpi battuti su ogni porta. — Fuori! — gridò un individuo in carne ed ossa, guardandomi torvo e facendomi segno col dito.

Non vidi ragione per protestare, dal momento che era almeno due misure più grosso di Des Haseldyne.

Indossava una tuta da ginnastica blu. E così pure una dozzina di altri individui, quelli che urlavano. Avevo visto un paio di short, e li avevo afferrati all’ultimo minuto, sentendomi terribilmente nudo… ma non solo. Oltre agli aguzzini in tuta, c’erano una ventina di altri esseri umani, che uscivano dall’edificio, tutti svestiti quanto me, e con un’aria altrettanto infelice. Ci spinsero fuori, nell’aria umida e piena di smog, ancora buia, anche se si scorgeva uno scoraggiante chiarore rossastro in un angolo del cielo, e noi ci stringemmo 1 uno all’altro, aspettando che ci dicessero cosa dovevamo fare. Era, come sotto le armi pensai.

No, mi sbagliavo. Era molto peggio che sotto le armi. L’addestramento militare almeno inizia con individui in discreta salute. Fra i miei compagni, non c’era nessuno che lo fosse anche lontanamente. Ce n’era di tutte le forme e dimensioni, tranne che buoni. C’era una donna che doveva pesare più di un quintale e mezzo, e un paio d’altri, di entrambi i sessi, che forse pesavano meno, ma in compenso erano molto più piccoli, e straripavano da sopra le cinture. C’erano degli spaventapasseri più magri di me e almeno altrettanto consumati. C’erano uomini e donne piuttosto anziani, che non parevano del tutto disumani, a parte il fatto che avevano dei tic che non riuscivano a controllare: portavano in continuazione la mano alla bocca, nei gesti ripetuti all’infinito del fumare, del mangiare, del bere. Ma non avevano niente in mano. Ah già, pioveva.

I guardiani ci spinsero in un gruppo disordinato in mezzo a un quadrato di cemento, circondato da bassi edifici simili a baracche militari. Sulla porta dell’edificio da cui eravamo appena usciti, c’era una scritta:

CENTRO INTOSSICAZIONI ACUTE
DIVISIONE TERAPIA INTENSIVA

Uno degli istruttori soffiò in un fischietto, vicino al mio orecchio destro. Quando il suono smise di rimbalzarmi nel cranio, vidi che un’amazzone, con la stessa tuta degli altri, ma fornita di una striscia d’oro sulla giacca, camminava impettita verso di noi. Ci guardava con disgusto. — Mio Dio — disse rivolta al pazzo con il fischietto, — ogni mese sono peggio. E va bene. Voi! — sbraitò, salendo su una cassetta per vederci meglio, e sottolineando i suoi ordini con un colpo del suo fischietto che quasi mi staccò la testa e la mandò a rotolare verso le baracche. — Fate attenzione! Vedete quel cartello? «Divisione terapia intensiva.» La parola più importante è intensiva. Noi ci sforzeremo intensamente. Voi vi sforzerete intensamente, ve lo garantisco io. Ma malgrado tutti i nostri sforzi, di solito non abbiamo successo. Basta leggere le statistiche. Su dieci di voi, quattro usciranno puliti… e ci ricascheranno entro un mese. Tre svilupperanno sintomi fisici o psiconeurotici incapacitanti, e avranno bisogno di un trattamento prolungato. Prolungato fino alla fine della loro vita, che di solito è molto breve. E due di voi non arriveranno alla fine della cura. — Fece un sorriso gentile… lei almeno doveva pensare che fosse gentile. Erano passate almeno sei ore di troppo senza che prendessi una pillola, e in quel momento neanche la Madonna mi sarebbe sembrata gentile.

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