Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Серия: Mercanti dello spazio #2
- Год: 1985
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:
E io avevo cose più importanti da fare. Volevo degli slogan. Combinazioni di parole che potevano o non potevano significare qualcosa (questo non era importante) ma che fossero brevi e facili da ricordare. Misi al lavoro il Dipartimento Ricerche, per trovarmi gli slogan e le parole d’ordine utilizzate nelle campagne politiche, e ben presto il mio monitor ne venne inondato. New Deal. Maggioranza silenziosa. Nuova frontiera. Potere al popolo. Togliamo il peso del governo dalle spalle degli Americani. Giù le mani da Cuba. Io aiuto Israele. Nella pubblicità la verità… No, quello non suonava giusto. Guerra alla povertà. Questo andava meglio, anche se quella guerra era stata persa. Ce n’erano a centinaia. Naturalmente la maggioranza non aveva alcun riferimento con il mondo in cui vivevamo, ma come dicevo ai miei sottoposti, non è importante quello che dice uno slogan, ma quello che la gente ci legge, e che tocca il loro subconscio. Era un lavoro lungo e faticoso, reso più complicato dal fatto che avevo perso qualcosa. Quello che avevo perso, era la sensazione che vincere fosse un fine in se stesso. In questo caso lo era… me lo aveva detto Mitzi. Ma io non lo sentivo più.
Comunque, trovai delle vere perle. Chiamai Dixmeister a vederle, scritte in bellissima calligrafia svolazzante dalla Sezione Artistica, con tema musicale e sfondo multisensoriale forniti dalla Produzione. Lui guardò a bocca spalancata il monitor, perplesso.
— Giù le mani da Hyperion. Veramente superbo, signor Tarb — disse automaticamente. Poi, dopo averci pensato: — Ma non sarebbe il contrario? Voglio dire, noi non vogliamo mollare Hyperion come mercato, no?
— Non sono le nostre mani, Dixmeister — dissi pazientemente. — Sono quelle dei Venusiani. Vogliamo che i Venusiani non interferiscano.
La sua espressione si illuminò. — Un capolavoro, signor Tarb — disse con aria rapita. — E questo: Libertà d’informazione. Significa nessun tentativo di censurare la pubblicità, giusto? E Togliamo il peso del governo dalle spalle dei consumatori?
— Significa l’abolizione dei cartelli di avviso nelle zone campbelliane — spiegai.
— Geniale! — E lo spedii a provare gli slogan sui candidati del giorno, per vedere chi riusciva a pronunciarli senza balbettare e sembrare confuso, mentre mi davo da fare per mettere in piedi un sistema spionistico che controllasse i candidati delle altre Agenzie. C’era un sacco da fare! Lavoravo dodici, quattordici ore al giorno, perdendo peso lentamente ma continuamente, qualche volta quasi mi addormentavo e mi sfuggiva la presa, durante i lunghi viaggi verso Bensonhurst. Non mi importava. Avevo dato la mia parola, e l’avrei mantenuta, a qualsiasi costo. Le pillole funzionavano ancora; da un bel po’ non mi veniva più neppure il desiderio di una Mokie.
Non mi veniva neanche il desiderio di qualsiasi altra cosa… a parte una, e quello non era il genere di impellente bisogno fisico che le pillole anestetizzavano così bene. Era uno struggimento mentale, un desiderio della memoria, la nostalgia del dolce tocco di una donna addormentata, e il suono del respiro proveniente da un corpo morbido stretto fra le mie braccia. Era Mitzi che volevo.
Non la vedevo molto. Una volta al giorno andavo a rapporto nel suo ufficio. Qualche volta era occupata in qualche altra riunione e mi trovavo di fronte Des Haseldyne che si agitava irritato sulla sedia, leggendo corrucciato le mie relazioni, che non erano mai abbastanza complete e abbastanza aggiornate per soddisfarlo. Qualche volta queste riunioni erano molto lontane. Sapevo che succedevano parecchie cose di cui non venivo informato, mentre loro cercavano di far funzionare quel piano balordo in cui mi ero imbarcato anch’io. Era una fortuna che fossi anestetizzato. Le pillole non cancellavano completamente gli incubi in cui le squadre d’assalto della Moralità Commerciale piombavano nel mio ufficio o nell’appartamento di Bensonhurst, ma rendevano sopportabili.
Anche quando Mitzi c’era, non ci toccavamo. L’unica differenza tra fare rapporto a Mitzi e farlo a Haseldyne, era che una volta ogni tanto mi chiamava «caro». I giorni passavano…
Poi, una sera tardi, stavo spiegando a uno dei nostri candidati le mosse tradizionali dei dibattiti televisivi: le sopracciglia alzate in segno di divertito scetticismo; le mascelle serrate con decisione; il cipiglio indignato e minaccioso dell’incredulità; l’occhiata di stupore e il ritrarsi, come se l’avversario avesse improvvisamente lasciato andare un peto. Mentre stavo istruendo la nostra marionetta nelle varie possibili storpiature del nome dell’avversario, entrò Mitzi. — Non ti voglio interrompere, Tenny — disse. Poi si avvicinò e mi mormorò all’orecchio: — Quando ha finito… Lavori troppo per farti il viaggio fino a Bensonhurst ogni sera. C’è un sacco di posto a casa mia.
Era ciò per cui avrei pregato, se mai avessi pregato.
Sfortunatamente, non fu molto soddisfacente. Le pillole non avevano solo reso grigio il mondo intorno a me, avevano reso grigio anche me. Non avevo la passione, la spinta, il desiderio travolgente. Ero contento di fare quello che facevamo, ma non mi sembrava che fosse poi così importante, e Mitzi era nervosa e tesa.
Suppongo che coppie sposate da molto tempo attraversino dei periodi in cui entrambi sono stanchi o irritabili, o sull’orlo dell’esaurimento nervoso, come me; e quello che fanno, lo fanno perché non hanno niente di meglio da fare al momento.
In effetti, sembrava che noi avessimo qualcosa di meglio da fare. Parlavamo. A letto. Ma non erano quel genere di discorsi. Parlavamo perché nessuno di noi due dormiva bene, e perché, dopo aver fatto l’amore in maniera che di rado era molto soddisfacente, era meglio parlare che far finta di dormire, e sentire la persona vicina fingere altrettanto.
C’erano certe cose di cui non parlavamo, naturalmente. Mitzi non fece mai parola della massa sommersa dell’iceberg, le riunioni misteriose a cui non mi era permesso partecipare, e di cui neppure dovevo sapere l’esistenza. Per parte mia, non espressi più i miei dubbi. Che la cospirazione venusiana procedesse alla giornata, era chiaro. L’avevo capito dal momento in cui Des Haseldyne mi aveva parlato di stimolazione limbale. Non ne discussi mai.
Ogni tanto pensavo alla lobotomia. Quando Mitzi gridava e si agitava nel sonno, sapevo che ci stava pensando anche lei.
Quello di cui soprattutto parlavo, erano i segreti di cui ero a conoscenza e che pensavo potessero aiutare i Venusiani: i piani dell’Agenzia, le operazioni segrete dell’Ambasciata, i dettagli della campagna nel Gobi. Ogni volta lei soffiava e diceva qualcosa come: — Un tipico esempio di brutalità pubblicitaria — e io dovevo pensare a qualche altra notizia top secret da svelarle. Avete mai sentito parlare di Sheherazade? lo ero lo stesso: raccontavo una storia ogni sera per restare vivo il giorno dopo, perché non mi ero dimenticato di quanto poco fossi indispensabile.
Naturalmente questo mi era di ostacolo in faccende più intimamente importanti.
Ma non era solo di questo che parlavamo. Io le raccontavo della mia infanzia, e di come la mamma mi aveva fatto l’uniforme con le sue mani quando ero entrato nei Giovani Inventori di Slogan, e dei miei anni di scuola, dei miei primi amori. E lei mi raccontava… be’, mi raccontava tutto. Cioè, tutto di se stessa. Molto meno su quello che intendevano fare i miei compagni di congiura, ma del resto questo non me l’aspettavo. — Mio padre arrivò su Venere con la prima nave — diceva, ed io sapevo che mi diceva queste cose per evitare il rischio di dire cose più rischiose.
Però era interessante. Mitzi era ossessionata dal ricordo di suo padre. Era stato uno di, quei rivoluzionari conservazionisti, della banda di Mitchell Courtenay, che odiavano a tal punto il lavaggio del cervello e la manipolazione della gente operati dalla società mercantile, che erano saltati dalla padella terrestre alle braci infernali di Venere. Quando mi raccontava la storia di suo padre agli inizi della colonizzazione, sembrava proprio la copia carbone dell’inferno. E suo padre non era stato un pezzo grosso. Solo un ragazzo. Il suo lavoro principale consisteva nello scavare dei buchi in cui vivere, con le mani nude, e portare fuori dalla nave i rifiuti per seppellirli, fra un turno e un altro. Mentre le squadre di operai costruivano i primi grandi tubi di Hilsch per sfruttare la risorsa più grande di Venere: l’immensa energia dei suoi venti densi e selvaggi, papà cambiava i pannolini alla prima generazione di bambini venusiani, nel nido d’infanzia. — Mio padre — diceva Mitzi con gli occhi umidi, — non era solo un ragazzo senza alcuna specializzazione, era anche un rottame, fisicamente. Troppo cibo schifoso quando era piccolo, e qualche malformazione della spina dorsale, che non era stata curata… ma questo non gli impedì mai di fare del suo meglio!