Alvin l'apprendista [Prentice Alvin - it]
- Автор: Кард Орсон Скотт
- Серия: Alvin Maker (it) #3
- Год: 1994
- Язык: итальянский
- Год: Longanesi
- ISBN: 88-304-1235-X
- Переводчик: Bernardo Draghi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Alvin l'apprendista [Prentice Alvin - it]». Краткое содержание книги:
Non che Alvin al ferro facesse niente di speciale, a parte un paio d’incantesimi quando ce n’era bisogno, e in questo non c’era niente d’insolito. Sapeva che non sarebbe stato giusto far bella figura a spese del maestro usando qualche potere segreto: sarebbe stato come ricorrere al coltello in un incontro di lotta. Se avesse usato il suo dono per conferire al ferro caratteristiche fuori del comune, tra l’altro, non gliene sarebbero venuti che guai. Perciò lavorava affidandosi all’occhio e alla forza del braccio. I muscoli che gli guizzavano nel dorso, nelle spalle e nelle braccia se li era guadagnati tutti, uno per uno. E se alla gente i suoi lavori piacevano più di quelli di Makepeace Smith, ebbene, questo avveniva perché Alvin era più bravo, e non perché il suo dono lo mettesse in posizione di vantaggio.
Comunque fosse, Makepeace doveva aver avuto sentore di ciò che stava accadendo, e alla fucina si faceva vedere sempre meno. Forse aveva capito che così gli affari andavano meglio, ed era abbastanza modesto da cedere il passo dinanzi al talento del suo apprendista… Ma Alvin non ne era affatto convinto. Più probabilmente Makepeace se ne stava alla larga perché la gente non si accorgesse di come ogni tanto egli gettava lo sguardo sopra la spalla di Alvin per capire che cosa quest’ultimo facesse meglio di lui. Oppure era geloso, e non poteva sopportare di vedere il suo apprendista al lavoro. Infine poteva darsi che Makepeace avesse semplicemente poca voglia di lavorare e, siccome il suo apprendista se la cavava benissimo anche senza di lui, perché allora non andare a prendersi una bella sbornia con i ratti di fiume, in qualche taverna della Foce?
O forse, per qualche capriccio del caso, Makepeace in realtà si vergognava di tenere Alvin con sé approfittando dei termini del contratto, anche se Alvin era sicuramente pronto a mettersi in proprio. Per un maestro artigiano era riprovevole tenere con sé un apprendista dopo che questi aveva imparato il mestiere, solo per godere dei frutti del suo lavoro senza corrispondergli un giusto salario. Grazie ad Alvin, in casa di Makepeace Smith entravano dei bei soldini, questo lo sapevano tutti, e intanto il ragazzo restava povero in canna, dormiva sul soppalco e, quando scendeva in città, non aveva mai un soldo in tasca. Certo, Gertie lo nutriva adeguatamente, ed era la miglior cuoca della città, Alvin lo sapeva bene, visto che ogni tanto andava a mangiare da qualcuno dei suoi amici. Ma il buon cibo non era la stessa cosa di una buona paga. Col cibo uno si saziava, e finiva lì. Con i soldi invece si potevano comprare o fare delle cose… Si poteva essere liberi. Il contratto che Makepeace Smith conservava nel cassettone di casa sua, il contratto firmato dal padre di Alvin, faceva di Alvin uno schiavo, né più né meno di un qualsiasi Nero nelle Colonie della Corona.
Una differenza c’era, però. Alvin poteva contare i giorni che mancavano alla libertà. Era agosto. Mancava meno di un anno. La primavera seguente sarebbe stato libero. Nel Sud non c’era schiavo che potesse dire la stessa cosa, o che potesse anche solo sperarla. Alvin se l’era ripetuto più volte nel corso degli anni, quando il peso della sua condizione gli era sembrato insopportabile; se quei Neri continuavano a vivere e a lavorare senza la minima speranza di libertà, allora anche lui avrebbe potuto resistere altri cinque anni, altri tre anni, un altro anno, sapendo che un giorno sarebbe a ogni modo finita.
Comunque quel pomeriggio Makepeace Smith si guardò bene dal farsi vedere, e quando Alvin ebbe finito il lavoro che gli era stato assegnato, invece di pulire e rimettere a posto gli attrezzi, invece di avvantaggiarsi, salì al deposito sulla sorgente a prendere le misure della porta e delle finestre. Siccome il deposito era stato costruito per tenere in fresco il latte e il burro, le finestre ovviamente non si potevano aprire; però la maestra certamente non avrebbe gradito di abitare in una casa senza un filo d’aria, perciò Alvin prese le misure anche alle finestre. Non che avesse deciso di costruire lui stesso i telai nuovi, visto che quello del falegname non era il suo mestiere, ma insomma il legno lo sapevano lavorare un po’ tutti… Intanto cominciò col prendere le misure di questo e di quello, e quando arrivò alle finestre tirò diritto.
Prese le misure di un sacco di cose. Per esempio del punto in cui ci si poteva mettere una bella stufetta di ferro, dato che, durante l’inverno, quel posto avrebbe dovuto essere riscaldato; e già che c’era, pensò anche alla base in pietra che bisognava costruire per sostenere il peso della stufa, e alla guaina per il tubo, insomma a tutto quello che ci voleva per trasformare il deposito in una casetta calda e confortevole, adatta a una signora.
Alvin non si preoccupò di annotare le misure. Non lo faceva mai. Dopo aver messo dita, mani e braccia da tutte le parti, quelle misure le sapeva a mente; e qualora se ne fosse dimenticato o una misura si fosse rivelata sbagliata, sapeva benissimo che in un batter d’occhio avrebbe potuto rimediare. Era una specie di pigrizia, e lui lo sapeva, ma in quei giorni ricavava ben pochi vantaggi dal suo dono, e se ogni tanto si concedeva qualche piccola scorciatoia non gli pareva poi così grave.
Arthur Stuart arrivò quando Alvin aveva quasi finito. Alvin non disse nulla, né Arthur sentì il bisogno di commentare; se una persona si trova sempre vicina a te non senti la necessità di salutarla, perché a malapena ti accorgi della sua presenza. Tuttavia, quando Alvin dovette prendere le misure del tetto, si limitò a dirlo, e poi gettò Arthur Stuart sul tetto con la stessa facilità con cui Peg Guester sollevava i coltroni di piume dai letti della locanda.
Arthur si arrampicò sul tetto come un gatto, senza curarsi minimamente dell’altezza. Misurò il tetto con i passi contando a voce alta, e quando ebbe finito non si curò nemmeno di accertarsi che Alvin fosse pronto ad acchiapparlo, ma si lanciò direttamente giù. Sembrava quasi che Arthur pensasse di saper volare. E se là sotto c’era Alvin, ebbene, avrebbe anche potuto essere vero, perché il ragazzo aveva braccia così lunghe che poteva acchiappare Arthur in tutta tranquillità e posarlo a terra con la stessa delicatezza di un’anatra selvatica che si posa su uno specchio d’acqua.
Quando i due ebbero finito le loro misurazioni, tornarono alla fucina. Alvin prese alcune barre di ferro dalla catasta, ravvivò il fuoco nella forgia, e si mise al lavoro. Arthur azionava il mantice e gli passava gli attrezzi: lo faceva ormai da tanto tempo che in pratica era diventato l’apprendista di Alvin, e a nessuno dei due era mai venuto da pensare che ci fosse qualcosa di male. Semplicemente lo facevano insieme, con tale facilità che a guardarli sembrava una specie di danza.
Un paio d’ore dopo, Alvin aveva finito. Avrebbe potuto metterci la metà del tempo, solo che per qualche motivo si era messo in testa di dover fabbricare una serratura per la porta, una serratura vera, come quelle che i benestanti di Hatrack si facevano venire da Filadelfia, cioè con una vera chiave, e un catenaccio a molla che scattava da solo quando uno si chiudeva la porta alle spalle, cosicché non bisognava dare un giro di chiave tutte le volte.
In più, Alvin incise all’interno della serratura alcuni talismani segreti, perfette figure esagonali capaci di dar sicurezza a chi avrebbe abitato in quella casa e di tenere a bada chiunque avesse cattive intenzioni. Una volta che la serratura fosse stata chiusa e montata, nessuno avrebbe visto quei disegni, ma essi avrebbero funzionato ugualmente, perché quando Alvin disegnava un esagono le misure erano così precise che esso gettava una rete di esagoni per parecchie braccia su entrambi i lati, formando una parete invalicabile.
Ogni tanto Alvin si chiedeva che cosa li facesse funzionare. Che l’esagono fosse una figura magica, dato che partecipava del tre e del due, non potevano esserci dubbi; e Alvin sapeva bene che, se si mettevano degli esagoni su un tavolo, questi si componevano perfettamente uno con l’altro, un po’ come dei quadrati, ma con maggior forza, dato che si univano sia secondo linee verticali e orizzontali sia secondo linee diagonali. L’esagono non era semplice e debole come il quadrato, che difatti raramente si trovava in natura; l’esagono invece era presente nei cristalli, nei fiocchi di neve, nelle celle degli alveari… Creare un unico esagono equivaleva a crearne un vasto tessuto, per cui gli esagoni perfetti che Alvin aveva nascosto all’interno della serratura si sarebbero estesi su tutta la superficie della casa, proteggendola dai pericoli esterni in modo altrettanto efficace che se egli avesse forgiato una rete di ferro e ne avesse ricoperto l’intero edificio.