Gli abitatori del miraggio [Dwellers in the Mirage - it]
- Автор: Меррит Абрахам Грэйс
- Год: 1977
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Gli abitatori del miraggio [Dwellers in the Mirage - it]». Краткое содержание книги:
«Sto pensando che non sarebbe una cattiva idea distogliere gli occhi e gli orecchi da questa estremità del parapetto. Se alcuni dei tuoi lupi lottassero e ululassero e saltellassero un po’ dalla parte dell’altro bastione per divertire le sentinelle, per noi qui sarebbe un aiuto.»
Lur lanciò un richiamo sommesso, come il guaito di una lupa. Quasi istantaneamente la testa del grosso lupo che l’aveva salutata alla nostra prima cavalcata si levò accanto a lei. Il pelo gli si rizzò, nel guardarmi. Ma non emise alcun suono. L’Incantatrice si buttò in ginocchio accanto a lui, gli cinse la testa con le braccia, sussurrando. Sembrava che si parlassero. Poi, all’improvviso come era comparso, il lupo sparì. Lur si alzò, e nei suoi occhi c’era un po’ del fuoco verde di quelli del lupo.
«Le sentinelle avranno di che divertirsi.»
Sentii un leggero brivido corrermi per la schiena, perché quella era autentica stregoneria. Ma non dissi nulla, e proseguimmo. Arrivammo al punto dal quale avevo scrutato la parete verticale. Scostammo le felci e guardammo la fortezza.
Era proprio così. Alla nostra destra, a una dozzina di passi di distanza, si levava la muraglia nuda del precipizio che, continuando sopra il ruscello bollente, formava il bastione più vicino. Il folto di felci in cui eravamo acquattati la raggiungeva, e veniva rigettata indietro, alla sua base, come un’onda verde. Tra il nostro riparo ed il fossato c’era uno spazio non più ampio d’una dozzina di passi, denudato dal pulviscolo bollente che vi ricadeva. Lì le mura della fortezza non distavano più di un tiro di giavellotto. Il muro ed il parapetto toccavano la parete di roccia, ma riuscivamo a scorgerli a malapena, attraverso i densi veli di vapore. Per questo avevo detto che il nostro anello più debole era forgiato dove erano più deboli anche le difese di Sirk. In quell’angolo, infatti, non c’erano sentinelle. Con il calore, il vapore e le esalazioni del geyser, non ce n’era bisogno… o almeno così pensavano a Sirk. Come poteva venire attraversato il fossato, proprio dove c’era la sua fonte bollente? Chi poteva scalare quella parete liscia e gocciolante? Tra tutte le difese, quel punto era inespugnabile, e non era necessario guardarlo… o almeno così pensavano. Perciò quello era il punto dove attaccare… se era possibile.
Lo studiai. Per ben duecento passi non c’era neppure una sentinella. Dietro la fortezza, da qualche parte, saliva il bagliore di un fuoco. Gettava ombre frementi sulle terrazze di rocce cadute oltre le pareti dei bastioni: ed era un bene perché, se fossimo arrivati là, al riparo, anche noi saremmo apparsi come ombre. Chiamai Ouarda con un cenno, e le additai le rocce che dovevano essere la mèta delle ragazze nude. Erano vicine al precipizio, dove s’incurvava verso l’interno, oltre il parapetto, ed erano circa all’altezza di una ventina di uomini, sopra al punto in cui stavamo nascosti. Ouarda chiamò a sé le ragazze e impartì loro le istruzioni. Quelle annuirono, abbassando rapidamente lo sguardo verso il calderone del fossato, e poi levandolo verso il precipizio luccicante. Vidi che alcune di loro rabbrividivano. Bene, non potevo rimproverarle per questo!
Tornammo indietro e trovammo la base della parete. Lì le rocce offrivano appigli sufficienti per i grappini della scala. Srotolammo la scala di corda. Appoggiammo alla parete la scala di legno. Indicai il cornicione che poteva essere la chiave di Sirk, consigliai le scalatrici meglio che potevo. Sapevo che il cornicione non poteva essere molto più largo di una spanna. Eppure sopra e sotto c’erano piccoli crepacci e fessure dove potevano aggrapparsi dita e piedi, perché vi crescevano ciuffi di felci.
Ne avevano di coraggio, quelle ragazze snelle! Affrancammo alle loro cinture corde lunghe e forti, che sarebbero scivolate tra le nostre mani, mentre quelle avanzavano. Loro si scambiarono occhiate, guardando le facce ed i corpi macchiati e risero. La prima salì la scala come uno scoiattolo, trovò appigli e cominciò a spostarsi trasversalmente. Dopo un attimo era scomparsa: il verde e il nero di cui era chiazzato il suo corpo si confondevano con il nero e il verde della parete. Lentamente, lentamente, la prima corda si snodò tra le mie dita.
Un’altra la seguì, e poi altre ancora, fino a quando io ebbi sei corde tra le mani. Le altre salirono e strisciarono lungo quel sentiero periglioso: le corde erano tenute nelle mani forti dell’Incantatrice.
Era una strana pesca! Con tutta la volontà protesa per tenere fuori dall’acqua quelle ragazze-pesci! Lentamente… per gli Dèi, quanto lentamente… le corde si svolgevano tra le mie dita! Tra le dita dell’Incantatrice… lentamente… lentamente… di continuo.
Ora la prima ragazza doveva essere sopra il calderone… Ebbi una rapida visione di lei, aggrappata alla roccia bagnata, avvolta dal vapore del calderone…
Quella fune si allentò nella mia mano. Si allentò, e poi scorse così rapida da tagliarmi la pelle… si allentò ancora… uno strattone, come di un grosso pesce che guizzasse via rapido… sentii la corda spezzarsi. La ragazza era caduta! Adesso era carne che si dissolveva nel calderone!
La seconda corda si allentò e tirò e si spezzò… e anche la terza…
Erano cadute in tre!
Sussurrai a Lur: «Tre sono cadute!»
«E altre due!» disse lei. Mi accorsi che aveva gli occhi chiusi, ma le mani che stringevano le corde erano ben salde.
Cinque di quelle ragazze snelle! Ne rimanevano soltanto sette! Luka… fai girare la tua ruota!
Le rimanenti corde continuarono a svolgersi tra le mie dita, lentamente, con molte soste. Ora la quarta ragazza doveva essere ormai avanti, sopra il fossato… doveva essere sopra il parapetto… doveva essere ormai molto avanti, verso le rocce… il cuore mi batteva in gola, quasi soffocandomi.
Per gli Dèi… ne era caduta una sesta!
«Un’altra!» gemetti, rivolto a Lur.
«E un’altra!» mormorò lei, gettando via l’estremità di una delle corde.
Ne erano rimaste cinque… soltanto cinque… Luka, ti erigerò un tempio a Karak… un tempio tutto tuo, dolce dea!
Cos’era? Un leggero strattone alla corda, ripetuto due volte! Il segnale! Una era passata! Onore e ricchezze a te, agile fanciulla…
«Sono cadute tutte tranne una, Dwayanu!» bisbigliò l’Incantatrice.
Gemetti ancora e la guardai…
Ancora le due torsioni… sulla mia quinta corda!
Un’altra era al sicuro!
«La mia ultima è passata!» mormorò Lur.
Tre! Tre nascoste fra le rocce. La pesca era finita. Sirk mi aveva tolto tre quarti delle esche.
Ma Sirk era presa all’amo!
Una debolezza quale non avevo mai conosciuta mi sciolse ossa e muscoli. Il viso di Lur era bianco come il gesso, ombrato di nero sotto gli occhi sbarrati.
Bene, ora toccava a noi. Le esili fanciulle che erano precipitate presto avrebbero avuto compagnia!
Presi la corda dalle mani di Lur. Inviai il segnale. Sentii la risposta.
Recidemmo le corde e ne annodammo le estremità a funi più robuste. E quando furono ritirate, annodammo ad esse un cavo più forte.
Strisciò via… via… via…
Ora la scala… il ponte che dovevamo varcare.
Era leggera ma forte, quella scala. Intessuta abilmente in un modo che avevo escogitato tanto, tanto tempo fa. Aveva dei rampini ad ogni estremità che, una volta agganciati, non si aprivano facilmente. Fissammo l’estremità della scala alla fune. Scivolò via, allontanandosi da noi… sopra le felci… sopra l’alito rovente del calderone… oltre questo.
Invisibile in quell’alito… invisibile contro il crepuscolo verde della parete di roccia… e andava e andava e andava…
Le tre ragazze l’avevano presa! La stavano fissando. La sentii raddrizzarsi e tendersi sotto le mie mani. La tirammo, dalla nostra parte e affrancammo i grappini.
La strada per Sirk era aperta!