Gli abitatori del miraggio [Dwellers in the Mirage - it]
- Автор: Меррит Абрахам Грэйс
- Год: 1977
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Gli abitatori del miraggio [Dwellers in the Mirage - it]». Краткое содержание книги:
Non andai a Karak. Trascorsi la giornata esercitandomi con le spade e nella lotta, e nuotai nel Lago degli Spettri… dopo che il mio mal di testa fu passato.
Lur ritornò quasi al cader della notte.
«Le hai prese?» domandai.
«No,» mi rispose. «Sono riuscite ad arrivare a Sirk sane e salve. Siamo arrivati appena in tempo per vederle già a metà del ponte levatoio.»
Trovai che la cosa l’avesse lasciata indifferente, ma non ci pensai più. E quella notte Lur fu gaia… e tenerissima con me. Talvolta era così tenera che mi parve di percepire un altro sentimento nei suoi baci. Mi parve che sapessero… di rammarico. E non pensai più neppure a quello.
XIX
LA PRESA DI SIRK
Cavalcavo di nuovo attraverso la foresta, verso Sirk, con Lur alla mia sinistra e Tibur accanto a lei. Alle mie spalle venivano le mie due capitane, Dara e Naral. Dietro veniva Ouarda, con dodici ragazze snelle e forti, dalla pelle chiara stranamente macchiata di verde e di nero, tutte nude, eccetto una stretta cintura intorno alla vita. Poi venivano quattro dozzine di nobili, capeggiati da Rascha, l’amico di Tibur. E dietro di loro marciavano in silenzio mille delle migliori guerriere di Karak.
Era notte. Era essenziale raggiungere il limitare della foresta prima dell’ultimo terzo dell’intervallo tra la mezzanotte e l’alba. Gli zoccoli dei cavalli erano fasciati, in modo che nessun orecchio acuto potesse udirne lo scalpiccio lontano, ed i soldati marciavano in formazione aperta, senza far rumore. Erano trascorsi cinque giorni da quando avevo guardato la fortezza per la prima volta.
Erano stati cinque giorni di preparativi meticolosi e segreti. Soltanto l’Incantatrice ed il Fabbro sapevano ciò che io avevo in mente. Per quanto avessimo agito in segreto, si era sparsa la voce che ci stessimo preparando a compiere una sortita contro i Rrrllya. Io ne ero ben contento. Soltanto quando ci eravamo radunati lo stesso Rascha, o almeno così pensavo, venne a sapere che eravamo diretti verso Sirk. Era una precauzione perché non arrivasse a Sirk la notizia che poteva metterli in guardia; sapevo bene che i nostri nemici avevano molti amici a Karak… potevano averne persino tra coloro che ci stavano seguendo. La sorpresa era il fattore determinante del mio piano. Per questo motivo gli zoccoli dei cavalli erano fasciati. Pertanto procedevamo in silenzio attraverso la foresta. E perciò, quando udimmo il primo ululato dei lupi di Lur, l’Incantatrice scese da cavallo e scomparve nella luminosa oscurità verde.
Ci fermammo per attendere il suo ritorno. Nessuno parlava: gli ululati s’interruppero; Lur riapparve tra gli alberi e rimontò in sella. Come cani bene addestrati, i lupi bianchi si sparsero davanti a noi, fiutando il terreno su cui dovevamo procedere, come esploratori spietati ai quali non poteva sfuggire né una spia né chiunque, per caso, stesse andando a Sirk o venendo da Sirk in quel momento.
Io avrei voluto colpire molto prima, e mi ero irritato per il ritardo, ero stato riluttante ad esporre a Tibur il mio piano. Ma Lur mi aveva fatto osservare che, se il Fabbro doveva esserci utile per espugnare Sirk, necessariamente dovevamo fidarci di lui, e che lui sarebbe stato meno pericoloso se fosse stato informato ed entusiasta, che se fosse stato tenuto all’oscuro e si fosse insospettito. Bene, era vero. E Tibur era un combattente di prim’ordine, e aveva amici molto forti.
Perciò mi ero confidato con lui e gli avevo detto ciò che avevo osservato quando per la prima volta mi ero soffermato, a fianco di Lur, davanti al fossato bollente di Sirk: i ciurli vigorosi delle felci che si estendevano, in una linea quasi ininterrotta ed irregolare, attraverso la nera parete verticale, dalla foresta fin sopra la sorgente del geyser e sopra i parapetti. Ero convinto che rivelasse una spaccatura o una crepa nella roccia, che aveva formato un cornicione. Lungo quel cornicione, scalatori dai nervi saldi e dai piedi sicuri avrebbero potuto strisciare, arrivando non visti fino alla fortezza… E là avrebbero fatto per noi ciò che avevo in mente.
A Tibur avevano brillato gli occhi, e aveva riso come non l’avevo più sentito ridere dopo il mio giudizio di Khalk’ru. Aveva fatto un unico commento.
«Il primo anello della tua catena è il più debole, Dwayanu.»
«È vero. Ma è forgiato là dove la catena della difesa di Sirk è egualmente più debole.»
«Tuttavia… non vorrei essere il primo a doverne fare la prova.»
Nonostante la mia sfiducia, avevo provato un senso di calore nei suoi confronti, a quella sua franchezza.
«E allora ringrazia gli Dèi perché pesi troppo, Fabbro,» gli avevo detto. «Non riesco a immaginare i tuoi piedi che gareggiano con le felci nel cercare un appiglio. Altrimenti avrei scelto proprio te.»
Avevo abbassato gli occhi sullo schizzo che avevo tracciato per chiarire il mio piano.
«Dobbiamo colpire in fretta. Quanto tempo ci vorrà per prepararci, Lur?»
Avevo rialzato gli occhi in tempo per scorgere l’occhiata fulminea che quei due si erano scambiati. Se anche provai un sospetto, fu momentaneo. Lur aveva risposto in fretta.
«Per quanto riguarda i soldati, potremmo partire anche stanotte. Non so quanto tempo ci vorrà per scegliere le scalatrici. Poi dovrò metterle alla prova. E ci vorrà tempo.»
«Quanto tempo, Lur? Dobbiamo agire in fretta.»
«Tre giorni… cinque giorni… farò più presto che posso. Non sono in grado di prometterti altro.»
Avevo dovuto accontentarmi di quello.
Ed ora, cinque notti più tardi, stavamo marciando su Sirk. Nella foresta non c’era né buio né luce: una strana semioscurità in cui non eravamo altro che ombre. Le falene scintillanti volteggiavano sopra di noi: il luccichio dei fiori era la nostra torcia. Tutto, intorno a noi, esalava la fragranza della vita. Ma noi eravamo impegnati in un’impresa di morte.
Le armi dei soldati erano coperte, perché uno scintillio non ci tradisse; le punte delle lance erano verniciate di scuro… non c’erano baluginii di metallo su nessuno di noi. Sopra le tuniche dei soldati c’era la Ruota di Luka, in modo che non si confondessero gli amici con i nemici, quando fossimo arrivati dentro le mura di Sirk. Lur aveva voluto il Simbolo Nero di Khalk’ru. Io non l’avevo voluto.
Arrivammo al punto dove avevamo stabilito di abbandonare i cavalli. In silenzio, le nostre forze si separarono. Al comando di Tibur e di Rascha, gli altri si addentrarono tra gli alberi e le felci, fino all’orlo della radura di fronte al ponte levatoio.
Con l’Incantatrice e con me veniva una dozzina di nobili, Ouarda con le ragazze nude, e un centinaio di soldatesse. Ognuna di queste portava sulle spalle arco e faretra, chiusi in una custodia ben protetta. Avevano la corta ascia da combattimento, la lunga spada e il pugnale. Trasportavano la scala di corda che avevo fatto preparare, simile a quella che avevo usato tanto, tanto tempo prima per affrontare problemi del tipo di quello di Sirk… e senza i suoi aspetti più proibitivi. Trasportavano anche un’altra scala a pioli, lunga e flessibile, di legno. Io ero armato solo dell’ascia e della lunga spada, Lur e i nobili avevano i martelli e le spade.
Avanzammo furtivi verso il torrente, il cui sibilo diventava più forte ad ogni passo.
All’improvviso mi fermai ed attirai Lur a me.
«Incantatrice, sai veramente parlare con i lupi?»
«Veramente, Dwayanu.»