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Le Fasi del Caos

Электронная книга - «Le Fasi del Caos». Краткое содержание книги:

Una delle ultime invenzioni di Asimov è l’universo immaginario (ma non troppo) in cui si svolgono le avventure narrate in Le fasi del caos. Dopo aver passato una vita a raccontare le vicende di una galassia popolata soltanto da uomini e robot, Asimov immagina qui un intrigo che vede coinvolte, oltre a quella umana, altre cinque razze che conoscono il volo interstellare: razze spesso ostili e sospettose l’una dell’altra, fra cui l’uomo non fa certo brutta figura. Stabilite questo premesse, che presto daranno luogo a una serie di rapide quanto pericolose avventure, Asimov passa la mano ad alcuni brillanti scrittori; suoi allievi ideali, che svolgono la vicenda all’insegna della suspense, ma senza dimenticare una punta di ironia in omaggio al loro ispiratore.
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Dopo una momentanea pausa spesa a maledire il tempo, la mancanza di pressione nell’aria, la qualità generale dell’intelligenza nelle gerarchie superiori di Pssstwhit, e la stessa Harriet (se non altro perché non si sentisse esclusa) lei fece scattare in fuori il seggiolino laterale dicendo: — Salti su. Le farò vedere le cose più belle di RosePasse.

Forse avrebbe dovuto togliere la sella da amazzone, ma voleva assicurarsi della forza della parte superiore di quel corpo prima di dar vita al suo piano.

Lui s’arrampicò e, dopo essersi bene assicurato, le chiese: — Perché la medicina di Erthuma non le restituisce l’uso delle gambe?

Lei si strinse nelle spalle. — Sono una su un milione. Per qualche ragione oscura, la tecnica rigenerativa su di me non funziona. — Indirizzò la carrozzella verso ovest, diretta alle montagne che s’intravedevano a distanza, verso Fallaway Point. — Non che abbiano smesso di provarci. Ogni sei mesi circa arriva qualcuno con una nuova teoria. Per un po’ di giorni faccio da cavia, poi se ne vanno a correggere la loro teoria.

— Che la loro pelle possa cadere marcita e che siano scorticati a morte dai loro stessi colleghi — disse Wyss’huk.

Harriet rise. — C’è stato un tempo in cui gliel’auguravo anch’io, specie quando mi cavavano tutti quei campioni di sangue. Ma chi può dire? Forse, un giorno o l’altro, una di quelle teorie si dimostrerà giusta.

— Che i loro primogeniti vengano assoggettati agli stessi esperimenti e a quelli dei loro colleghi.

Per un attimo, Harriet distolse lo sguardo dalla strada. Il suo passeggero non mostrava segni di stanchezza. Nei suoi occhi arancione riluceva solo la rabbia che andava esprimendo. La sua pelliccia grigio-argentea aveva l’aspetto morbido di quella di Sua Altezza, ma i moncherini delle ali erano di un rabbioso rosa malsano. Amputate chirurgicamente, si ricordò. Aveva meno ragioni lui di amare i dottori che non lei.

— Che possano trascorrere un’esistenza da vermi, e poi un’altra come chiocciole.

Per un po’ rimasero in silenzio mentre attraversavano la foresta di Hellup. Si fermò solo un momento per tagliare una galla per lui, ma non pronunciarono una parola. Se lui mostrava un interesse così minimo per il rosepasse, si disse Harriet, allora le loro essenze minerali non erano il motivo della sua presenza lì.

Uscirono dalla foresta per trovarsi sulla compatta distesa di sabbia nera d’origine vulcanica della spiaggia sottostante Fallaway Point. Harriet s’arrestò sulla cima di una minuscola duna per gonfiare le gomme perché avessero una trazione migliore, e anche per scandagliare la spiaggia alla ricerca degli Unici Uccelli. Si voltò per dire qualcosa a Wyss’huk, e lo scoprì a fissare il cielo.

Le mancò la voce quando vide l’espressione della sua faccia. Rabbiosa, certo, ma più famelica che irata.

Senza una parola cominciò la lieve discesa fino all’altro capo della spiaggia, dove aveva individuato il gruppetto che andava cercando. Wyss’huk non distoglieva lo sguardo dal cielo.

Bene, si disse lei, tra poco avrà qualcosa su cui fissare davvero lo sguardo. I frammenti di colore sull’orlo del dirupo avvamparono, mutarono colore.

Harriet fermò la carrozzella, alzò di scatto un braccio e disse: — Lassù! — Non sapeva nemmeno se lui guardava dove gli indicava lei, era troppo assorbita da quanto vedeva per distogliere lo sguardo. Gli Unici Uccelli s’involarono dalla cima del dirupo: gialli, rossi, blu, cremisi. Tutti i colori dell’arcobaleno, ma il suo era l’arancione.

Si scoprì di nuovo a sorridere, solo per il piacere di guardare. Che sciocca era stata a negarsi per così tanto tempo quel piacere.

Calavano e s’innalzavano: il vento, il vento era con loro, oggi! Gli unici uccelli di RosePasse. Così belli…

Dovevano averla vista perché girarono, quasi in formazione, e s’abbassarono sulla spiaggia per mostrare i loro colori in tuffi aggraziati proprio sopra di loro. Harriet si scoprì a gridare e a battere le mani e ad agitare le braccia per trasmettere loro tutta la sua ammirazione.

Le correnti ascensionali sulla spiaggia nera quel giorno erano eccezionali. Isobel si esibì in un otto, e gli «occhi» neri del suo delta sfavillarono contro il verde dello sfondo, contro il blu ancora più puro del cielo. Daffyd — blumarino a strisce bianche — artigliò un’altra corrente ascensionale e salì così tanto che sarebbe potuto essere confuso con un refolo di nube. Majnoun, con le sue ali color porpora reale, si lasciò cadere lungo un’area discendente per duplicare la figura di Isobel con un’angolatura ancora più ampia.

E continuò a scendere. A pochi metri dalla carrozzella di Harriet abbandonò la corrente e toccò terra, fermandosi. Non dovette far altro che avanzare di un passo per riprendere il giusto equilibrio.

Scrollando la testa per l’ammirazione, Harriet avanzò fino a lui. — Atterraggio perfetto! — gli disse.

Lui alzò velocemente lo sguardo dalla sua positura di volo per sorridere di rimando a lei. — Grazie, Harriet. Hai scelto una giornata eccellente. Erano mesi che non si volava così bene. — Terminò i controlli all’apparecchiatura, ripiegò le ali.

Harriet fischiò un ordine e le pinze di riserva avanzarono per aiutare Majnoun a tenere ferme le ali. Lui indietreggiò protettivamente, le sorrise di nuovo, lasciò che le pinze afferrassero la bardatura. — Sali? — gli chiese lei mentre faceva uscire un secondo seggiolino.

— Certo — disse Majnoun sistemandosi dalla parte opposta dell’ambasciatore.

— Wyss’huk — disse Harriet — questo è Majnoun. Majnoun, questo è il tizio di cui ti ho parlato.

Wyss’huk distolse lo sguardo dal cielo per il tempo sufficiente a dargli una rapida occhiata, poi continuò a ignorarlo. — Un altro lumacone — disse, ma nella sua lingua, non in una che Majnoun avrebbe potuto capire.

Harriet pensò che questo fosse ciò che passava per tatto presso i Crotoniti. — No — disse. — Io sono un lumacone, lei è un lumacone, ma Majnoun no: lui vola.

Diresse la carrozzella verso il gruppo di mezzi parcheggiati. — Che ne dici, Majnoun? Puoi sistemare l’attrezzatura per la sua statura?

— No — rispose lui.

Ne rimase così sorpresa che frenò di colpo. — Non puoi? E perché no?

— Non prendertela così, Harriet. Non volevo dire quello che hai capito. Può usare l’attrezzatura in più che ha Isobel; lei è felicissima di aggiungere un altro uccello al nostro stormo. — Posò una mano sull’involto che conteneva le ali di Harriet. — Dico anche che mi rifiuto di tagliare il tuo Falcodifuoco per un’altra persona. Un giorno lo vorrai usare di nuovo. È per questo che non posso distruggerlo.

Né riusciva a guardarla negli occhi mentre lo diceva. Lei non sapeva cosa rispondere. Isobel li distolse dai loro pensieri con uno dei suoi atterraggi sgraziati per cui era diventata così famosa.

Arrivò sulla spiaggia un po’ di traverso, colpì con forza la spiaggia correndo come una furia — il che era meglio che lasciarsi trascinare, pensò Harriet — e terminò a testa in giù nella risacca, schizzandoli tutti e tre.

Majnoun bestemmiò, si liberò dall’imbracatura e corse per darle aiuto, che ne avesse bisogno o meno.

Harriet, ridendo, guardò Wyss’huk. — Noi siamo gli unici uccelli di RosePasse, e Isobel è la più goffa fra noi. È meravigliosa quando vola, ma i suoi atterraggi sono penosi. L’unica che ha fatto un atterraggio peggiore del suo sono stata io. Fortunatamente, Isobel non sembra essersi fatta male.

Majnoun aveva ripescato Isobel, ridente e sgocciolante, dal mare, e i due stavano riprendendo le rispettive ali.

Subito sopra loro un delta dipinto con ciuffi di lavanda, gli stessi da cui Lillà diceva di avere preso il nome, gridò: — Isobel! — mentre passava sui due ancora immersi nell’acqua. — Guarda come si fa!

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