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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Nell'opposita parte, a piè dell'ovato, sia la Notte, e come l'Aurora sorge, questa tramonti; come ella ne mostra la fronte, questa ne volga le spalle; questa esca di un mar tranquillo, questa se imerga in uno che sia nubiloso e fosco; i cavalli di quella vengano con il petto inanzi, di questa mostrino le groppe, e così la persona istessa della Notte sia varia del tutto a quella dell'Aurora. Abbia la carnagione nera, nero il manto, neri i capelli, nere l'ali e queste siano aperte come se volasse; tenga le mani alte e dall'una un bambino bianco che dorma per significare il Sonno, dall'altra un altro nero, che paia dormire e significhi la Morte, perché de ambidua questi dicesi esser madre; mostri di cadere con il capo inanzi fitto in un'ombra più folta, et il ciel d'intorno sia di azzurro più carico e sparso di molte stelle. Il suo carro sia di bronzo con le rote distinte in quattro spazii, per toccare le sua quattro vigilie. Nella facciata poi dirimpetto, cioè da' piè, come l'Aurora ha di qua e di là Titone e Cefalo, questa abbia l'Oceano e Atlante. L'Oceano si farà dalla destra un omaccione con barba e crini bagnati e rabbuffati, e così de' crini come della barba gli escano a post'a posta alcune teste di delfini; accennisi appoggiato sopra un carro tirato da balene, con i tritoni davanti con le buccine, intorno con le ninfe, e dietro alcune bestie di mare. Se non con tutte queste cose, almeno con alcune, secondo lo spazio che averete, che mi par poco a tanta materia. Per Atlante facciasi dalla sinistra un monte, che abbia il petto, le braccia e tutte le parti disopra d'uomo robusto, barbuto e muscoloso, in atto di sostenere il cielo come è la sua figura ordinaria. Più a basso medesimamente, incontro la Vigilanzia, che avemo posta sotto l'Aurora, si dovrebbe porre il Sonno; ma perché mi par meglio che stia sopra il letto, per alcune ragioni, porremo in suo luogo la Quiete; questa Quiete truovo bene che ell'era adorata e che l'era dedicato il tempio, ma non truovo già come fosse figurata; se già la sua figura non fosse quella della Sicurtà, il che non credo, perché la sicurtà è dell'animo e la quiete è del corpo. Figuraremo dunque la Quiete da noi in questo modo: una giovane di aspetto piacevole, che come stanca non giaccia, ma segga e dorma con la testa appoggiata sopra al braccio sinistro; abbi un'asta che se gli posi sopra nella spalla e da piè ponti in terra, e sopra essa lasci cadere il braccio spendolone e vi tenga una gamba cavalcioni in atto di posare per ristoro e non per infingardia. Tenga una corona di papaveri et un scettro apartato da un canto, ma non sì che non possi prontamente ripigliarlo, e dove la Vigilanza ha in capo un gallo che canta, a questa si puol fare una gallina che covi, per mostrare che ancora posando fa la sua azzione.

Dentro all'ovato medesimo, dalla parte destra, farassi una Luna. La sua figura sarà di una giovane di anni circa diciotto, grande, di aspetto virginale, simile ad Apollo, con le chiome lunghe, folte e crespe alquanto, o con uno di quelli cappelli in capo che si dicano acidari, largo di sotto et acuto e torto in cima come il corno del doge, con due ali verso la fronte, che pendano e cuoprino l'orecchie e fuori della testa con due cornette, come da una luna crescente, o secondo Apuleio con un tondo schiacciato, liscio e risplendente a guisa di specchio in mezzo la fronte, che di qua e di là abbia alcuni serpenti e sopra certe poche spighe, con una corona in capo o di dittamo, secondo i Greci, o di diversi fiori, secondo Marziano, o di elicriso, secondo alcun altri. La veste, chi vuol che sia lunga fino a' piedi, chi corta fino alle ginocchia, succinta sotto le mamelle et attraversata sotto l'ombilico alla ninfale, con un mantelletto in spalla affibbiato sul destro muscolo, e con usattini in piede vagamente lavorati. Pausania alludendo credo a Diana, la fa vestita di pelle di cervo; Apuleio, pigliandola forse per Iside, gli dà un abito di velo sottilissimo di varii colori: bianco, giallo, rosso, et un'altra veste tutta nera, ma chiara e lucida, sparsa di molte stelle con una luna in mezzo e con un lembo d'intorno, con ornamenti di fiori e di frutti pendente a guisa di fiocchi. Pigliate un di questi abiti, qual meglio vi torna. Le braccia fate che siano ignude, con le lor maniche larghe, con la destra tenga una face ardente, con la sinistra un arco allentato, il quale secondo Claudiano è di corno e secondo Ovidio di oro. Fatelo come vi pare et attaccategli il turcasso agl'omeri. Si truova in Pausania con doi serpenti nella sinistra, et in Apuleio con un vaso dorato, col manico di serpe, il quale pare come gonfio di veleno, e col piede ornato di foglie di palme; ma con questo credo che vogli significare Iside; però mi risolvo che gli facciate l'arco come disopra. Cavalchi un carro tirato da cavalli, un nero, l'altro bianco, o se vi piacesse di variare, da un mulo, secondo Festo Pompeio, o da giovenchi, secondo Claudiano et Ausonio, e facendo giovenchi vogliono avere le corna molte piccole et una macchia bianca sul destro fianco. L'attitudine della Luna deve essere di mirare sopra dal cielo dell'ovato verso il corno dell'istessa facciata che guarda il giardino, dove sia posto Endimione suo amante e s'inchini dal carro per baciarlo; e non si potendo per la interposizione del ricinto lo vagheggi et illumini del suo splendore. Per Endimione bisogna fare un bel giovane pastore, adormentato a' piè del monte Lamio.

Nel corno dell'altra parte sia Pane, dio de' pastori, inamorato di lei, la figura del quale è notissima. Pongaseli una sampogna al collo e con ambe le mani stenda una matassa di lana bianca verso la Luna, con che fingono che si acquistasse l'amore di lei e con questo presente mostri di pregarla che scenda a starsi con lui. Nel resto del vano del medesimo finestrone si facci un'istoria e sia quella de' sagrificii lemurii, che usavano fare di notte per cacciare i mali spiriti di casa. Il rito di questi era con le man lavate e co' piedi scalzi andare attorno spargendo fava nera, rivolgendosela prima per bocca e poi gittandosela dietro le spalle, e tra questi erano alcuni, che sonando bacini e tali instrumenti di rame, facevano romore. Dal lato sinistro dell'ovato si farà Mercurio nel modo ordinario con il suo cappelletto alato, con i talari a' piedi, col caduceo alla sinistra, con borsa nella destra, ignudo tutto, salvo con quello suo mantelletto nella spalla, giovane bellissimo, ma di una bellezza naturale, senza artifizio alcuno; di volto allegro, d'occhi spiritosi, sbarbato o di prima lanuggine, stretto nelle spalle e di pel rosso. Alcuni gli pongono l'ali sopra l'orecchie e gli fanno uscire da' capelli certe penne d'oro. L'attitudine fate a vostro modo, pur che mostri di calarsi dal cielo per infonder sonno, e che rivolto verso la parte del letto, paia di voler toccare il padiglione con la verga.

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