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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]
L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it] - Читать Любимую Русскую Полную Книгу 👉 Read-E-Book.com

L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]

Электронная книга - «L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]». Краткое содержание книги:

Il ciclo del “Libro del Nuovo Sole” di Gene Wolfe è ambientato in un futuro estremamente remoto, su una Terra trasformata in modi misteriosi e meravigliosi, e in un tempo in cui la cultura attuale non è nemmeno un lontano ricordo.
Nel primo romanzo della serie avevamo fatto la conoscenza di Severian, il giovane torturatore mandato in esilio per essersi innamorato di una delle sue vittime e aver disobbedito alle ferree regole della corporazione cui apparteneva. Entrato per caso in possesso dell’Artiglio del Conciliatore, una gemma dai poteri miracolosi appartenuta a una leggendaria figura di proporzioni mitiche, Severian continua il suo viaggio verso Thrax, la città del suo esilio, in compagnia della sua spada Terminus Est. Molte sono le meraviglie che l’attendono sul suo cammino: creature scimmiesche dotate di intelligenza umana e di corpi pelosi e lucenti; un bizzarro rituale cannibalesco che gli riporterà le memorie e i pensieri della sua amata e scomparsa Thecla; la stanza delle superfici specchianti in cui svanirà Jonas, il suo compagno strano e non del tutto mortale.
Evocativo, profondo, ipnotico nella sua lirica potenza, L’artiglio del conciliatore si rivela un vero capolavoro di grandiosa e raffinata maestria letteraria.

Vincitore del premio Nebula per il miglior romanzo in 1981.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo fantasy in 1982.
Nominato per i premi Hugo e World Fantasy in 1982.
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— Aprilo — dissi. — Fammi vedere la mappa.

— Non è una mappa. È la cosa in se stessa — rispose lui, e a tali parole aprì la copertina e la prima pagina.

Restai quasi accecato, come mi è successo nelle notti tenebrose di fronte alla luce di un fulmine. Le pagine interne parevano d’argento puro, battuto e lucidato, che afferrava ogni barlume di luce presente nella camera e lo rifletteva moltiplicandolo per cento volte. — Sono specchi — dissi io; e mentre lo dicevo capii che non lo erano, che erano quelle cose per le quali noi non conosciamo altra parola che specchi, le cose che nemmeno un turno di guardia prima avevano riportato Jonas fra le stelle. — Ma come possono avere tanto potere, se non sono messi l’uno di fronte all’altro?

L’androgino rispose: — Pensa a tutto il tempo in cui si sono fronteggiati quando il libro era chiuso. Adesso il campo resisterà per un po’ alla tensione che gli imporremo. Vai, se hai il coraggio.

Non andai. Mentre parlava, qualcosa prese forma nell’aria luminosa sopra le pagine aperte. Non era una donna e nemmeno una farfalla, eppure possedeva qualcosa dell’una e dell’altra. E come, quando osserviamo l’immagine di una montagna dipinta sullo sfondo di un quadro, sappiamo che nella realtà è grande come un’isola, capii che la stavo vedendo da molto lontano… le sue ali, penso, battevano nei venti protonici dello spazio e l’intera Urth avrebbe potuto essere un piccolo granellino di polvere mosso dal loro agitarsi. Poi, come io l’avevo vista, mi vide, nello stesso modo in cui l’androgino un momento prima aveva letto le volute e gli occhielli della scrittura dell’acciarino attraverso il vetro. Le ali avevano gli occhi.

L’androgino richiuse il libro con un colpo e fu come se avesse sbattuto una porta. — Che cos’hai visto? — mi chiese.

Io riuscivo a pensare solo che non dovevo più guardare quelle pagine e riposi: — Ti ringrazio, sieur. Chiunque tu sia, d’ora in poi ti servirò.

Lui assentì. — Un giorno, forse, ti ricorderò questa promessa. Ma non ti chiederò un’altra volta che cos’hai visto. Forza, asciugati la fronte. La visione ti ha marchiato.

Parlando mi offrì un piccolo telo pulito e io lo usai per tergermi la fronte: sentivo l’acqua colare sul mio volto. Quando guardai il tessuto, vidi che era macchiato di sangue.

Come se mi avesse letto nella mente, l’androgino disse: — Non sei ferito. I dottori la chiamano emetidrosi, penso. Sottoposti alla tensione di un fortissimo turbamento, i capillari, nella parte interessata… a volte in tutto il corpo… si spaccano durante l’abbondante sudorazione. Purtroppo, ho paura che ti si formerà un brutto livido.

— Perché l’hai fatto? — chiesi. — Pensavo che mi avresti fatto vedere una mappa. Io voglio solo trovare la Sala Verde, così mi ha detto che si chiama il vecchio Rudesind, là fuori… dove sono accampati i commedianti. Il messaggio di Vodalus diceva di uccidere il messaggero? — Mentre parlavo, afferrai alla cieca la spada; ma quando le mie mani raggiunsero l’impugnatura, mi resi conto di essere troppo debole per sguainare la lama.

L’androgino rise. Era una risata sgradevole, una via di mezzo fra quella di una donna e quella di un ragazzo, che a poco a poco divenne convulsa come è, a volte, quella di un ubriaco. I ricordi di Thecla fremettero in me e fecero per risvegliarsi. — Era tutto quello che desideravi? — chiese lui quando riuscì a ritrovare l’autocontrollo. — Mi hai chiesto di accendere la tua candela e io ho cercato di darti il sole, e adesso ti sei scottato. È stata colpa mia… cercavo, probabilmente, di ritardare il mio momento, eppure anche così non ti avrei permesso di arrivare tanto lontano se non avessi saputo dal messaggio che possiedi l’Artiglio. E ora sono veramente addolorato, ma non posso fare a meno di ridere. Dove andrai quando avrai trovato la Sala Verde, Severian?

— Ovunque mi manderai. Come mi hai ricordato, io ho giurato di servire Vodalus. — (In realtà lo temevo, e avevo paura che l’androgino l’avrebbe informato, se avessi fatto supporre una disobbedienza.)

— E se io non avessi ordini per te? Ti sei già liberato dell’Artiglio?

— Non ho potuto — risposi.

Silenzio. Lui tacque.

— Andrò a Thrax — dissi. — Ho una lettera per l’arconte di quella città; dovrebbe avere un lavoro per me. Mi piacerebbe andare, per rispetto della mia corporazione.

— Questo è giusto. Quanto è grande, in verità, il tuo amore per Vodalus?

Mi sembrò di avere ancora in mano l’impugnatura dell’ascia. Per voi tutti, mi è stato detto, il ricordo muore; per me si attenua di poco. La nebbia che velava quella notte la necropoli alitò nuovamente sul mio volto e vissi ancora tutto quello che avevo provato dopo aver ricevuto la moneta da Vodalus e averlo visto allontanarsi verso un posto nel quale io non potevo seguirlo. — Una volta lo salvai — risposi.

L’androgino annuì. — Allora ecco che cosa devi fare. Vai a Thrax come avevi deciso e convinci tutti, anche te stesso, che intendi occupare il posto che ti spetta. L’Artiglio è pericoloso. Lo capisci?

— Sì. Vodalus mi ha detto che se si sapesse che è in nostro possesso, potremmo perdere l’appoggio della popolazione.

L’androgino restò in silenzio ancora un istante, poi disse: — Le pellegrine sono a nord. Se ti capiterà l’occasione, devi restituire loro l’Artiglio.

— È proprio quello che speravo di fare.

— Bene. C’è anche un’altra cosa che devi fare. L’Autarca è qui, ma molto prima che tu raggiunga Thrax arriverà a nord con l’esercito. Se si avvicinerà a Thrax, potrai andare da lui. Con il tempo scoprirai il modo per levargli la vita.

Il suo tono lo tradiva non meno dei pensieri di Thecla. Mi sarei voluto inginocchiare, ma lui batté le mani e un ometto curvo entrò in silenzio nella camera. Indossava una tonaca con il cappuccio, come un cenobita. L’Autarca gli parlò, gli disse qualcosa che io ero troppo confuso per riuscire a capire.

Nel mondo intero ci sono pochissimi spettacoli migliori del sole all’alba visto attraverso le mille acque scintillanti della Fontana Vatica. Io non sono un esteta, ma la prima visione della sua danza (della quale avevo tanto sentito parlare) agì su di me come un tonico. Lo ricordo ancora per il mio piacere, come lo vidi quando il servitore incappucciato mi aprì una porta — dopo tante leghe percorse nei corridoi dissimulati della Seconda Casa — e io scorsi i getti argentati creare ideogrammi attraverso il disco solare.

— Sempre diritto — bisbigliò l’incappucciato. — Segui il viale attraverso la Porta degli Alberi. Sarai al sicuro, fra i commedianti. — La porta si richiuse alle mie spalle e si trasformò nel pendio erboso di una collinetta.

Procedetti barcollando verso la fontana che mi rinfrescava con gli spruzzi trasportati dal vento. Un lastricato di pietra serpentina mi circondava tutto intorno; per qualche tempo restai così, cercando di leggere la mia sorte nelle sagome danzanti; infine mi frugai nella borsa per fare un’offerta. I pretoriani mi avevano preso tutti i soldi, ma mentre cercavo fra i pochi oggetti che mi erano rimasti (un drappo di flanella, il frammento di cote e una boccetta d’olio per Terminus est, un pettine e il libro marrone) vidi una moneta incastrata fra i massi verdi ai miei piedi. Con un leggero sforzo riuscii a prenderla… era un asimi, talmente rovinato che quasi non si vedeva il conio. Esprimendo un desiderio lo gettai nel centro esatto della fontana. Un getto d’acqua lo afferrò e lo lanciò verso il cielo, facendolo brillare per un istante prima di lasciarlo ricadere. Iniziai a leggere i simboli che l’acqua disegnava contro il sole.

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