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Agonia della Terra [City at World's End - it]

Электронная книга - «Agonia della Terra [City at World's End - it]». Краткое содержание книги:

Una bomba superatomica viene lanciata, da una nazione sconociuta, su una piccola città americana dove si cela un centro per le ricerche atomiche. L’esplosione ha per effetto di rompere la continuità del tempo e sbalestrare la piccola città, intatta, in un’epoca dell’avvenire, a milioni di anni nel futuro, in una Terra morente e arida, inabitabile e deserta. La Federazione delle Stelle, che governa tutti i mondi del futuro, interviene per evacuare la popolazione della città su un altro pianeta. Ma la popolazione si ribella, e, con l’aiuto di uno scienziato del futuro, alla Terra morente viene iniettata una potente carica atomica che ha la virtù di riscaldarla nuovamente. Gli ultimi superstiti rimangono quindi sulla Terra rinata e la vita degli abitanti della piccola città può riprendere il suo corso normale, nella eterna storia dell’Universo.
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Spiegò loro, nel modo più semplice e cauto che poteva, il grande esperimento che veniva proposto da Jon Arnol.

«La Terra diventerà calda nuovamente... forse non così calda come prima, ma abbastanza perché possiate viverci comodamente per tutto il tempo futuro.»

Vi fu un grande silenzio. Kenniston sapeva che quel pro­getto era troppo enorme perché potessero assimilarlo subito. Ma cercavano di comprendere il senso di quanto egli aveva esposto. Il significato planetario di quel concetto non poteva­no capirlo: dovevano avere il tempo per riportarlo a una di­mensione più modesta, che potessero afferrare.

Infine John Borzak si fece avanti, con quel suo viso rozzo e squadrato, dai capelli grigi, di uomo che aveva passato la vita lavorando duramente. «Sentite un po’, signor Kenni­ston» disse. «Volete dire che potremmo, allora, ritornare a Middletown?»

«Sì!» rispose Kenniston.

Dalla folla si alzò allora un applauso che scosse gli alti edi­fici delle fondamenta.

«Tornare a Middletown? Avete sentito? Potremo tornare a Middletown!»

Kenniston ne fu enormemente commosso. Per loro, il ri­dare la vita a un pianeta significava soprattutto una cosa: la possibilità di ritornare alla piccola e modesta città, al di là delle colline, la città che per loro significava ancora una casa.

Alzò le mani, nuovamente, per chiedere silenzio.

«Debbo però avvertirvi» aggiunse. «Questo esperi­mento non è mai stato tentato, sinora, su un mondo come la Terra. È anche possibile che non abbia successo. Se così fos­se, la Terra potrebbe anche essere distrutta da terremoti.»

La folla rimase in silenzio. Kenniston poteva vedere il ti­more sui loro visi, vedeva che si parlavano l’un l’altro, scuote­vano la testa e si guardavano ansiosi attorno.

Infine, una voce gridò: «Che cosa ne pensate, voi e il dot­tor Hubble? Siete scienziati. Qual è il vostro parere?»

Kenniston esitò. Poi disse, lentamente:

«Se io fossi solo, sulla Terra, tenterei. Ma non vi posso dare un consiglio. Dovete prendere da soli la vostra deci­sione.»

Hubble intervenne, parlando nel microfono: «Non pos­siamo darvi un consiglio, perché noi stessi non sappiamo va­lutare la fondatezza scientifica di questo esperimento. Ci tro­viamo di fronte a una scienza che è al di là delle nostre possi­bilità di comprensione. Non possiamo che accettare ciò che i loro scienziati affermano, sulla loro parola.»

Hubble fece una pausa, poi proseguì: «I loro scienziati affermano che la loro teoria è assolutamente esatta. Noi vi abbiamo avvertiti della possibilità di un insuccesso. Il rischio è grande, ma siete voi che dovete decidere se volete affrontar­lo, oppure no.»

Kenniston si rivolse al sindaco Garris, e gli disse: «Av­vertiteli anche voi, che debbono riflettere intensamente, prima di decidere. Poi si farà una votazione... Quelli che sa­ranno in favore del tentativo si raggrupperanno sul lato op­posto.»

E volgendosi a Hubble, aggiunse: «Occorrerebbe dare lo­ro dei mesi, per fare una scelta del genere, invece che pochi minuti!»

Allora, il sindaco Garris esortò i cittadini a esporre la loro decisione. La folla ondeggiò e si rimescolò nella piazza, mentre si formavano gruppi e si scambiavano opinioni. Frammenti di conversazioni accalorate giungevano sino agli orecchi di Kenniston: «Quei tecnici venuti dalle stelle si sono comportati molto bene. Hanno rimesso in attività tutta la città e i suoi impianti. Sanno di sicuro ciò che stanno facendo!»

«Ma... non so. E se quell’esperimento provocasse terribi­li terremoti?»

«Quella gente sa il fatto suo! E dev’essere così, se sono riusciti a vivere nelle stelle!»

«Già! Proprio così! Ma preferirei rimanere qui, anche in mezzo ai terremoti, piuttosto di andarmene a zonzo per la Via Lattea!»

Alla fine, il sindaco Garris gridò: «Siete pronti per il voto?»

Erano pronti. Erano sempre stati pronti a qualsiasi even­tualità, pur di non lasciare la Terra.

Kenniston attese, scrutando la folla, col cuore che gli bat­teva forte. Al suo fianco, anche Jon Arnol osservava ansiosa­mente. Kenniston gli aveva spiegato come avrebbe avuto luo­go il voto. Sapeva ciò che in quel momento Jon Arnol prova­va, mentre attendeva che tutto il lavoro della sua vita fosse deciso da quel voto.

Per un poco, i moti della folla non furono che un caotico rimescolio. Poi, gradatamente, il movimento di separazione si accentuò.

Quelli in favore dell’esperimento, alla destra della piazza...

Quelli contro l’esperimento, alla sinistra...

Lo spazio tra le due fazioni si allargò sempre più netta­mente. Kenniston vide alla fine che, a sinistra della piazza, non rimanevano che un paio di centinaia di persone circa.

Il voto si era concluso. L’esperimento era stato approvato.

Kenniston si sentì tremare le ginocchia. Guardò Arnol. Il suo viso era contratto dal sollievo e dalla gioia. Egli stesso provava un’eccitazione selvaggia... eppure, anche ora, persi­no ora, non riusciva a soffocare i timori.

Ora tutto dipendeva da lui, da Arnol e dai suoi uomini. La vita o la morte dipendevano da loro.

Afferrato il microfono, gridò ancora: «Dobbiamo proce­dere all’esperimento il più presto possibile. Abbiamo pochis­simo tempo davanti a noi, prima che le navi spaziali della Fe­derazione vengano a impedirci di agire. Prego tutti voi di prepararvi a lasciare la città immediatamente, con un preav­viso di pochi minuti. Per precauzione, nessuno deve rimane­re sotto la cupola della città quando la bomba verrà fatta esplodere. Quelli di voi che hanno votato contro, potranno lasciare la Terra prima che l’esperimento abbia luogo. L’in­crociatore spaziale col quale siamo venuti ne potrà traspor­tare lontano solo una parte, perciò tirerete a sorte, fra voi, co­loro che dovranno salirvi.»

Si volse di scatto verso il sindaco.

«Volete incaricarvi voi del resto?» disse. «Organizzate voi l’evacuazione della città e la partenza... Noi avremo biso­gno di ogni minuto che ancora ci resta!»

«Credo» osservò Hubble «che faremo bene a mostrare subito ad Arnol il pozzo che immette nelle profondità del­la Terra.»

Il personale tecnico di Arnol era frattanto giunto sul po­sto. I tecnici studiarono il grande pozzo, insieme ad Arnol, Gorr Holl e Magro, mentre Kenniston e Hubble attendevano il loro giudizio.

«Va benissimo!» disse infine Arnol. «Giunge proprio fino alle profondità desiderate. Ma i pozzi analoghi, delle al­tre città a cupola esistenti sulla Terra, dovranno essere fatti saltare ed essere sigillati prima dello scoppio.»

Kenniston ne fu colpito. Non aveva pensato a una cosa si­mile.

«Ma ci vorrà tempo...»

«No, non molto tempo. Alcuni miei uomini possono rag­giungerli in breve tempo, con l’incrociatore spaziale, e far tutto molto in fretta. Ho portato con me, naturalmente, delle carte della Terra... e le città a cupola non sono più di una mezza dozzina.»

«Quanto tempo servirà per i preparativi, qui?» do­mandò Kenniston.

«Se facciamo un miracolo» rispose Arnol «potremmo essere pronti domani, a mezzogiorno.»

«Benissimo!» disse Kenniston. «Farò del mio meglio per aiutarvi, e tutti, qui, faranno come me. Ho bisogno solo di dieci minuti, ora.»

Dieci minuti non erano molti. Non erano molti per passar­li con la propria ragazza, dopo avere attraversato metà del­l’universo. Ma tempo non ce n’era. E anche quel poco tempo che egli si prendeva per andare da Carol era un tempo pre­zioso, sottratto al bisogno comune.

Eppure, di fronte a quella terribile decisione che era stata presa, di fronte a quella cosa sovrumana che stavano facen­do alla Terra, doveva assolutamente vederla, per acquietare i suoi timori e rassicurarla nel modo migliore. Pensava che, forse, Carol avrebbe voluto all’ultimo momento rifugiarsi sull’incrociatore spaziale e pregava il cielo di poterglielo nel caso concedere.

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