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Il talismano del potere

Электронная книга - «Il talismano del potere». Краткое содержание книги:

Mentre l’esercito delle Terre ancora libere dal potere del Tiranno crolla sotto l’avanzata delle truppe nemiche e degli agghiaccianti schieramenti dei fantasmi, Nihal, l’ultimo mezzelfo del Mondo Emerso, è in viaggio con il giovane mago Sennar per una missione disperata: recuperare le otto pietre di un talismano dai poteri infiniti, capace di porre fine alla guerra. Ciascuna delle otto Terre del Mondo Emerso nasconde all’interno di un santuario una delle pietre dedicate agli Spiriti della natura: Acqua, Luce, Mare, Tempo, Fuoco, Terra, Oscurità, Aria. Se Nihal riuscirà a raggiungere tutti i santuari e a riunire le pietre del talismano, potrà chiamare a raccolta gli Spiriti e annullare ogni forma di magia, comprese le terribili armi del Tiranno. Nella Terra dell’Acqua, intanto, il maestro di Nihal, lo gnomo Ido, scopre di avere un nuovo e terribile nemico che rischia di trascinarlo verso un passato da cui sembra impossibile riscattarsi.
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Nihal rimase in silenzio.

«Forse sono come gli Errati» continuò Vrašta. «Se ripenso a quel che mi dicevano, credo di capirli adesso. Vorrei non essere quello che sono, vorrei non dover più uccidere, ma so che un giorno sarò costretto a farlo. Preferisco morire. Mi ucciderai se te lo chiederò?»

Nihal ci pensò a lungo prima di rispondere. «Non ti permetterò mai di farci del male» rispose infine.

Un giorno, mentre camminavano nella steppa, Sennar si accorse che Vrašta annusava l’aria di continuo.

«C’è qualcosa che non va?» chiese il mago, ma il fammin scosse la testa.

Arrivarono alla Foresta di Mool durante la terza settimana di viaggio. La pallida luce che aleggiava su quella Terra d’ombra si posava su un intrico di rami spogli, che intrecciavano orditi contro il cielo e si estendevano a perdita d’occhio. Anche così, asfissiata dagli artigli del Tiranno, la foresta conservava parte dell’antica magnificenza.

Non tutto però era morto. A mano a mano che si inoltravano nel folto, iniziarono a incontrare qualche alberello con i rami ricoperti di foglie. Avevano un aspetto malaticcio, eppure resistevano. Un giorno trovarono una piccola radura circondata da alberi frondosi e decisero di fermarsi per riposare.

Vrašta partì per la caccia e Nihal ne approfittò per interrogare di nuovo il talismano. Preferiva farlo quando il fammin non era nei pressi. La mezzelfo chiuse gli occhi e capì dalle visioni che erano vicini al santuario. Forse, per una volta, non avrebbero incontrato ostacoli.

Quando Vrašta tornò, Nihal e Sennar si accorsero subito che qualcosa non andava.

«Va tutto bene?» chiese Nihal. D’istinto, portò la mano alla spada.

«Sì» rispose Vrašta, ma non la guardò negli occhi.

«Sicuro?» Sguainò la spada e gliela piazzò sotto la gola.

«Lascialo stare, possibile che ancora non ti fidi di lui?» esclamò Laio facendosi avanti.

Nihal abbassò la spada. Sapeva che Vrašta non temeva la morte, ma la desiderava. In quel modo non avrebbe cavato niente da lui.

«Meglio andare» disse. Così rinunciarono al riposo e si avviarono.

Camminarono a lungo, finché non furono esausti e si fermarono in una radura, più ampia e più spoglia della precedente. Laio non era ancora in forma e avevano marciato per diciotto ore filate. Vrašta continuava a essere inquieto.

Un paio d’ore dopo, solo Nihal vegliava. Sennar aveva ceduto alla stanchezza e si era assopito; quanto a Laio, dormiva della grossa. Sembrava che anche Vrašta riposasse. D’un tratto, il fammin spalancò un occhio rosso nel buio e si alzò di scatto. Il suo respiro era affannoso, gli occhi non erano più limpidi e tristi, bensì accesi di furore.

Non appena lo vide, Nihal portò la mano alla spada.

«Mi stanno chiamando» mormorò Vrašta. La sua voce era roca, quasi un grugnito.

Nihal svegliò Sennar e Laio, poi sguainò la spada. «Chi ti chiama?» chiese a Vrašta.

«Sono vicini» rispose lui. La sua voce era sempre più feroce.

«Qualunque cosa sia, va’ al santuario» disse Sennar.

Nihal si voltò e lo vide prepararsi al combattimento. Laio era accanto a lui, assonnato e con la spada in pugno.

«Cosa?» chiese Nihal.

«Non puoi morire. Se verremo attaccati, scappa verso il santuario» ripeté il mago.

«E vi lascio qui?»

«Noi abbiamo il compito di proteggerti» rispose Laio.

Nihal esitò.

«Non fare storie» insistette Sennar in tono più deciso, poi tese l’orecchio.

Nihal sentì il respiro affannoso di Vrašta alle sue spalle, un respiro da bestia braccata. Si voltò e vide i suoi occhi rossi di furore.

«Vattene!» gridò Sennar. Ora si sentivano distintamente dei passi avvicinarsi attraverso gli alberi.

Vrašta afferrò Nihal per un braccio e la trascinò lontano dai suoi amici, dove non potessero vederla. Lei si divincolò e rimediò un livido. «Che cosa ti prende?» urlò.

«Mi hanno seguito» disse Vrašta, con una voce così feroce che era difficile distinguere le parole. «Li ho visti ieri, da lontano. Sono i miei compagni della prigione. Mi stanno chiamando. Sanno che li ho traditi e ora mi dicono di ammazzarvi, di ammazzare Laio.» Sorrise feroce.

Nihal impugnò la spada, ma non la calò. Non aveva paura di Vrašta come di un nemico, temeva il suo mutamento. Il fammin scosse la testa e per un istante i suoi occhi tornarono quelli di prima, ma vi era un tale terrore che Nihal ne ebbe ancora più paura.

«Ti ho portata qui perché tu mi uccida» disse con una voce che a tratti tornava ad assomigliare a quella umana e a tratti era un grugnito minaccioso. «Non volevo che mi ammazzassi davanti a Laio.»

«Non posso...»

«Uccidimi!» urlò Vrašta.

«Tu hai salvato Laio, hai viaggiato con noi, hai cacciato per noi... Non posso...» Aveva ucciso migliaia di fammin, ma quello che aveva davanti non era un nemico. Sarebbe stato un omicidio.

«Non voglio uccidere Laio, non voglio uccidere... Ammazzami!» gridò Vrašta e la sua voce riempì la foresta.

Nihal udì rumore di spade e alcuni scoppi. I suoi amici avevano iniziato la battaglia. Sentì passi confusi fra gli alberi, grida gutturali, e vide Vrašta mutare sotto i suoi occhi. La strinse con forza e il suo volto si trasformò in un ghigno feroce.

«Uccidimi. Perché non vuoi farlo, dannata mezzelfo? Mi odi così tanto? Tra poco non sarò più me stesso!»

Ora anche Nihal sentiva il nome di Vrašta riecheggiare nella foresta. Il fammin si prese la testa fra le mani ed esercitò una pressione così forte sulle tempie che il sangue iniziò a scorrergli tra le dita. Si alzò, la guardò con occhi da folle e la implorò di ucciderlo.

Nihal scattò in piedi, chiuse gli occhi e affondò la spada fino all’elsa nel ventre di Vrašta. Quando li riaprì, il fammin era in ginocchio in un lago di sangue, e la guardava felice. I suoi occhi erano di nuovo limpidi, il suo volto era disteso e sorrideva.

«Grazie...» mormorò, poi cadde al suolo.

Nihal rimase immobile. Per la prima volta aveva compreso cosa significasse uccidere. La spada le tremava fra le mani e si sentì lorda di sangue innocente. Non udì i passi dei nemici che avanzavano verso di lei e quando quattro fammin sbucarono tra i rami spogli, la presero di sorpresa. Allungò innanzi a sé la spada.

Mai aveva esitato di fronte al nemico; aveva avuto paura della battaglia, una volta, ma mai di uccidere. Stavolta era diverso. Era sazia di sangue, provava disgusto all’idea di spargerne ancora.

I fammin si lanciarono su di lei e un’ascia la ferì a una spalla. Nihal balzò indietro, la spada tesa verso di loro. «Non voglio combattere contro di voi! Andatevene!» urlò.

In ciascuno dei volti feroci che le si paravano innanzi vedeva riflesso il sorriso di Vrašta; ognuno dei suoi avversari poteva essere un Errato, che obbediva agli ordini perché non poteva fare diversamente. Come poteva combattere con loro?

Si diede alla fuga, cercò di correre più veloce che poteva, si graffiò tra i rami, cadde, si rialzò e continuò a correre. Sentiva i passi dei nemici dietro di lei.

Un secondo colpo le squarciò il corpetto sulla schiena. No, non poteva fuggire, doveva lottare. Si fermò e si voltò. Quando la videro pronta al combattimento, i fammin esitarono.

«Non voglio uccidervi. Andatevene e non vi farò nulla» disse Nihal.

In tutta risposta ottenne ghigni sprezzanti. Nihal chiuse gli occhi e iniziò a combattere. Non voleva vedere i loro volti, aveva il terrore di scorgervi una traccia di umanità. Le ci volle un po’ per abbattere il primo, quindi si gettò sul secondo, fu ferita ancora, ma continuò a lottare, fino a quando a terra rimasero solo i corpi dei fammin uccisi. Ricominciò a correre, inseguita dal disgusto che provava per se stessa.

A un tratto si fermò. Sentiva di essere arrivata.

Davanti a lei c’era una sorta di caverna, le pareti erano fusti d’alberi morti e i rami intrecciati formavano la volta. Nihal entrò e continuò a correre; più correva, più il buio intorno a lei si infittiva.

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