Il talismano del potere
- Автор: Троиси Личия
- Год: 2005
- Язык: итальянский
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Il talismano del potere». Краткое содержание книги:
Nihal sguainò la spada e gliela puntò contro. «Rimangiati tutte queste menzogne!» gridò.
«È la verità» disse calmo Vrašta. Nihal sentì che non aveva alcuna paura della morte. «Noi uccidiamo, ma sono gli uomini che ci comandano, da soli non sappiamo fare niente. Loro ci dicono di sterminare e noi lo facciamo; loro ci hanno creati perché amassimo uccidere e noi lo amiamo; loro ordinano e noi non possiamo dire di no.»
Nihal fremeva di rabbia, ma sapeva che era la verità. Si era già imbattuta nei traditori quando combatteva e li aveva visti nella locanda in cui si erano fermati giorni addietro. Accostò la spada alla gola del fammin.
«Tu non conosci davvero i fammin, altrimenti non avresti questi dubbi» rispose Vrašta. «Ci sono alcuni fammin che chiamiamo gli Errati. Gli uomini non sanno bene perché, però gli Errati non amano uccidere. Parlano di sentimenti, dicono che massacrare non è giusto e cose del genere.»
«Non esistono fammin così» sbottò Nihal, ma già mentre lo diceva il dubbio si era insinuato in lei. Questo spiegava i sentimenti dei fammin in cella, le emozioni che percepiva in Vrašta.
«Gli Errati dicono di soffrire mentre uccidono. Non vogliono farlo, ma devono, perché gli uomini glielo ordinano. Quando un uomo ci chiama per nome, non ha più senso quel che vogliamo o quel che sentiamo.» Il fammin fece una pausa, pensieroso. «Io so che non voglio uccidere Laio, è tutto quello che so.»
«Sono molti gli Errati?» chiese Nihal.
«Ancora no, ma stanno aumentando. Gli uomini li odiano. Li fanno combattere e si divertono a dare loro ordini crudeli chiamandoli per nome, per vederli soffrire. Alcuni, alla fine, si fanno uccidere.»
«Tu non sei uno di loro» disse Nihal.
«No» rispose Vrašta, ma Nihal capì che era titubante.
Era un Errato, Nihal lo sentiva, ma non voleva crederci, come non voleva prestare fede alle sue parole. I fammin erano mostri e lei ne aveva sterminati a migliaia in battaglia. Eppure sapeva che Vrašta aveva detto la verità. Ma allora, dov’era il bene e dove il male? Erano gli uomini i veri mostri? Non era peggiore chi, come lei, uccideva per scelta, piuttosto che quelli che lo facevano perché vi erano costretti?
Vrašta la fissò. «Uccidimi» disse.
Nihal restò in silenzio, stupita.
«Io non voglio ammazzare Laio. Lui mi ha fatto conoscere la vita. Lui è mio amico, mi ha spiegato cos’è l’amicizia. Ma se qualcuno mi chiamerà per nome, dovrò ucciderlo, e anche te. E non voglio.
Uccidimi.»
Nihal strinse i denti e cercò una decisione che in quel momento non aveva. «Certo che lo faccio, non hai bisogno di pregarmi.»
Preparò il colpo. Impugnò la spada con due mani e la levò verso l’alto, guardando la gola del fammin. L’avrebbe abbattuta in quel punto e tutto sarebbe finito. Quell’essere era un pericolo, doveva toglierlo di mezzo. La spada le tremò tra le mani.
«Uccidimi» disse ancora Vrašta. La sua adesso era una voce umana, non aveva più quei toni gutturali che ogni volta ricordavano a Nihal la morte di Livon. Non era un assassino a chiederle la morte, era un prigioniero. Nihal abbassò la spada.
«Ora no, non voglio» disse.
«Ma io sono una minaccia...» protestò Vrašta.
«Non ti permetterò di uccidere né me, né i miei compagni» disse Nihal. «Finché ci sarò io, tu sarai inoffensivo.» Poi se ne andò, accompagnata dal dolore del fammin.
Il mattino seguente, quando tutti furono svegli, Nihal comunicò la sua decisione: «Vrašta verrà con noi, sarà una specie di prigioniero. Indietro non possiamo mandarlo, perché parlerebbe di noi, e se lo uccidessimo...». Esitò. Non le andava di ammettere che non aveva avuto il coraggio di ammazzarlo. Vide lo sguardo speranzoso di Laio e si rincuorò. «Se lo uccidessimo manderebbero a cercarci altri suoi compari e rischieremmo di essere scoperti.»
La spiegazione non stava in piedi, ma nessuno glielo fece notare.
«All’occorrenza potremo fingere che ci tenga prigionieri, sarà un modo per passare attraverso il territorio nemico» concluse Nihal. Non attese repliche, sfuggì gli occhi di Vrašta, che era l’unico per niente contento della decisione, e si alzò. Quindi ripresero la marcia.
Entrarono nella Terra della Notte il giorno dopo l’incontro con Laio. La luce nelle paludi era crepuscolare, ma d’un tratto il buio calò su di loro. Era un buio strano. Non c’erano stelle in cielo, e neppure la luna, solo un’insolita luce diffusa, come in una notte di plenilunio.
«Ci siamo» disse Laio. Nihal lo guardò. «Questa è la mia Terra, la Terra della Notte.»
Laio era stato portato via da quei luoghi quando aveva all’incirca due anni e non ne conservava praticamente ricordo. I suoi vi si erano trattenuti finché erano riusciti a tenere nascosto il loro dissenso al regime del Tiranno e a dare man forte alla resistenza locale. Quando erano sorti i primi sospetti nei loro confronti avevano preferito proteggere il figlio e partire. Si erano rifugiati nella Terra dell’Acqua, dove suo padre aveva costruito la dimora tenebrosa in cui Nihal era stata ospite. La madre di Laio era morta durante la seconda gravidanza e Laio e suo padre erano rimasti soli. Pewar parlava spesso al figlio di quella Terra che amava, avvolta nel buio perenne. Laio aveva custodito insieme ai racconti anche la nostalgia che li circondava e aveva sempre desiderato vedere la sua Terra natia.
La prima sera, accampati nella palude e protetti dall’oscurità, Nihal interrogò il talismano. Si accorse che il suo potere era aumentato. Del resto, metà delle pietre erano alloggiate nei loro alvei. In effetti, le indicazioni furono molto più precise del solito: Nihal vide il sud e alberi contorti, con i rami protesi verso il cielo. Una foresta morente.
«Mio padre me ne parlava spesso» disse Laio, quando Nihal ebbe riferito le sue visioni. «C’è una grande foresta a sud, chiamata Foresta di Mool. Era uno dei boschi più belli di tutto il Mondo Emerso, ma da quando c’è il Tiranno sta morendo lentamente.»
Si avviarono verso sud. Dopo i primi due giorni di marcia, compresero cosa significasse vivere in una notte perenne. Era quasi impossibile dormire con regolarità e finirono con l’addormentarsi quando capitava. Inoltre, se i terreni paludosi erano ostici da attraversare in piena luce, figurarsi al buio, senza vedere dove posavano i piedi. Come se non bastasse, era difficile orientarsi, così Sennar fu costretto a usare la magia, con il rischio che altri maghi li scoprissero. Più di una volta smarrirono la strada e si ritrovarono a girare in tondo. Poi le scorte di cibo terminarono e dovettero accontentarsi di quel che trovavano lungo la strada: radici ed erbe varie. Di tanto in tanto, Vrašta riusciva a catturare qualche animaletto.
Quando superarono il fiume Looh, si trovarono di fronte una pianura stepposa, ricoperta da una lanugine che si faticava a chiamare erba. Abbattuti, si prepararono a guadarlo.
Fu in quei giorni che per la prima volta Vrašta diede segni di inquietudine. Fino a quel momento era stato tranquillo e servizievole; solo Nihal ne conosceva il tormento interiore. Il fammin portava Laio sulle spalle, metteva il suo fiuto al servizio dei compagni di viaggio, marciava senza mai stancarsi. Di sera, vegliava di guardia anche se non gli era richiesto. Con il passare dei giorni, la voce del fammin si era fatta meno gutturale e sembrava quasi umana, e i suoi occhi erano più limpidi.
«Perché stai male?» gli chiese una sera Nihal, mentre condividevano il turno di guardia davanti al fuoco.
Il fammin la guardò stupito. «Cosa vuol dire?»
«Sento che sei triste, che provi dolore.»
Vrašta sospirò. «Penso al mio destino. Stando con Laio mi accorgo di tante cose che non capivo e non so se sono contento di averle capite. Forse preferirei non aver mai scoperto il mondo.»