Maestro di morte [Lazy Bones - it]
- Автор: Биллингем Марк
- Серия: Tom Thorne (it) #3
- Год: 2006
- Язык: итальянский
- Год: Piemme
- ISBN: 978-88-384-8577-0
- Переводчик: A. Colitto
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Maestro di morte [Lazy Bones - it]». Краткое содержание книги:
Cristo, c’era davvero un’ampia scelta. L’attività era in espansione…
Questo qui aveva tutte le carte in regola. Viveva solo in una via tranquilla. La presenza e il numero di eventuali amici erano un’incognita, per il momento, ma almeno non sembravano esserci familiari tra i piedi. Forse sarebbe stato addirittura possibile evitare di ricorrere all’hotel…
Su quest’ultimo aspetto era indeciso. Farlo in un appartamento era più semplice, ma c’era un margine di imprevedibilità che lo innervosiva. Sarebbe stato più complicato fare un sopralluogo preventivo, per esaminare l’ambiente. Inoltre, confondere eventuali tracce sarebbe stato meno facile che in una stanza d’albergo. Infine, non sarebbe stato possibile evitare visite inaspettate appendendo sulla porta un cartellino con la scritta “Non disturbare”.
Con Remfry e Welch la scelta dell’hotel era stata obbligata, ma alla fine si era rivelata vincente, e lui era riluttante a cambiarla. In un hotel il numero dei possibili testimoni era più ridotto e aggirare i sistemi di sorveglianza non era un problema. Aveva imparato che la gente non vedeva assolutamente niente quando non prestava attenzione, e che le telecamere vedevano ancora meno, se si sapeva come evitarle.
E lui aveva evitato di farsi vedere, di farsi vedere davvero, per moltissimo tempo.
CAPITOLO 13
«Mi scusi, vorrei sapere quanto costa inviare un bouquet…»
«I bouquet partono da trenta sterline, più cinque e cinquanta per la consegna a domicilio…»
«Cristo, non vorrei spendere tanto. Non abbiamo neppure pomiciato, ancora.»
Eve rise. «È proprio sicuro che la pomiciata sia in programma?»
«Oh, certo» disse Thorne. «Lei non vede l’ora…»
«Merda, c’è un cliente, devo lasciarti.»
«Ascolta, mi dispiace per il bidone dell’altra sera.»
«Non c’è problema. Non lasciar cadere l’idea della pomiciata. Ci vediamo più tardi.»
«Sì, ma non so dirti a che ora.»
«Chiamami quando stai per uscire. Possiamo farci un drink da qualche parte, o qualcosa del genere.»
«Va bene.»
«Ah, nel caso ti interessasse saperlo, un mazzo di fiori non garantisce niente. Una scatola di cioccolatini, invece, ti farebbe ottenere quasi qualunque cosa.»
Eve riagganciò. Thorne sorrise, infilò una mano nella tuta di plastica e rimise il cellulare nella tasca interna della giacca. Bevve una lunga sorsata da una bottiglia di acqua minerale e, quando si voltò, si trovò davanti una famiglia di campeggiatori. Madre, padre e due bambini biondi, ognuno con lo zaino sulle spalle, lo osservavano dall’altra parte del nastro di protezione, pieni di aspettativa. Thorne li fissò con uno sguardo duro, finché loro decisero che probabilmente non stava per succedere nulla di interessante e si allontanarono.
Sei ore prima, quando c’era stata davvero la possibilità di vedere qualcosa da raccontare agli amici, era stato molto più difficile tenere alla larga i curiosi. I turisti avevano scattato foto, mentre veniva portato via il cadavere di Charles Dodd, tra le battutacce degli ubriaconi di zona.
Dopo che il furgone con il corpo a bordo si era allontanato, la sorveglianza era stata allentata. Ora c’era solo un nastro azzurro a impedire l’accesso al tratto di marciapiede tra la pescheria e la porta che conduceva allo studio di Dodd.
«Che cos’è successo?»
Thorne si voltò a fissare un tipo con le mèche color cacca di uccello, i pantaloni da jogging e una quantità di gioielli addosso. L’uomo tirò tre boccate in rapida successione dalla sigaretta che aveva in mano, poi la gettò in strada.
«Una retata» disse Thorne. «Io taglierei la corda, se fossi in te.»
Il tipo saltellò due o tre volte sul posto, fece una smorfia e riprese il suo jogging. Dall’altra parte della strada, una ragazza in minigonna di pelle e ombelico in vista mangiava un sandwich appoggiata all’ingresso di un peepshow. Indirizzò a Thorne un ampio sorriso. Erano appena le nove del mattino, ma evidentemente non era troppo presto per attirare qualche cliente. E faceva già abbastanza caldo perché i tavolini all’aperto di una caffetteria lì accanto fossero tutti occupati da individui intenti a bere cappuccino e mangiare brioche, fingendo di trovarsi in qualche località più amena.
Thorne li osservò, desiderando anche lui di essere da qualche altra parte. E pensando cose che avrebbero mandato la colazione di traverso a quella gente.
Quando avevano sfondato la porta, la sera prima, Thorne sapeva già cosa avrebbero trovato. Aveva visto le foto.
Ma la realtà, dopo diversi giorni di caldo estivo, era molto peggiore.
Il corpo di Dodd pendeva da un cappio. La corda era stata fatta passare sopra una delle sbarre di metallo che correvano lungo il soffitto e poi legata a un piede del letto. Il peso del cadavere teneva un angolo del letto sollevato da terra di almeno quindici centimetri. Le foto, scattate mentre la vittima era ancora viva, mostravano gli spasmi, i calci in aria, le mani strette intorno al collo nel tentativo di allentare la corda. Ora il cadavere era immobile e rigido. E ondeggiava leggermente tutte le volte che sotto la casa passava un treno della linea di Bakerloo.
Ogni volta Thorne aveva sentito lo strano impulso di fermare quel movimento. Di afferrare le gambe gonfie come salsicce che uscivano da un paio di calzoncini non troppo puliti, o i piedi lividi che premevano contro i sandali di plastica.
Davanti a quel letto aveva ripensato a due ragazze pallide che si contorcevano sulle lenzuola sintetiche. Aveva osservato un tecnico della scientifica raschiare dal materasso qualcosa che era gocciolato dal corpo appeso per aria. Aveva guardato la lingua blu e grossa come una mano che sporgeva dalla bocca di Dodd.
Una volta finito, era stato molto contento di andarsene a casa per cambiarsi, mangiare qualcosa che non era riuscito a finire e passare quattro ore steso sul letto senza dormire, prima di tornare di nuovo sulla scena del delitto.
Di fronte a lui, la ragazza inghiottì l’ultimo boccone di sandwich, si pulì la bocca con il dorso di una mano e prese la borsetta che aveva appoggiato per terra. Rivolse a Thorne un’occhiata delusa, poi cominciò a mettersi il rossetto.
Thorne si voltò sentendo scattare la serratura della porta alle sue spalle. Era Holland, che lo raggiunse aprendo la cerniera della tuta di plastica e respirando aria fresca a pieni polmoni.
«Fa un caldo d’inferno, là dentro.»
Thorne gli passò la bottiglia d’acqua. «Quanto ci vuole ancora?»
«Abbiamo quasi finito, credo.»
Holland si appoggiò contro la vetrina della pescheria. Entrambi fissarono l’ingresso del peepshow e la caffetteria dall’altro lato della strada. Un cameriere rivolse loro un sorriso, come se fossero passanti occasionali che potevano farsi tentare da un cappuccino. In fondo, in quella zona le loro tute di plastica non erano certo i vestiti più strani.
«Probabilmente ha voluto fare piazza pulita intorno a sé e assicurarsi che Dodd non parlasse» disse Holland.
«Forse.»
Holland si voltò e appoggiò le mani sulla vetrina, che era già stata esaminata in cerca di impronte. Il pescivendolo aveva avuto pochissimo tempo per mettere in frigo la merce e meno ancora per pulire. Holland fissò la scia rosata di sangue e interiora di pesce che galleggiava sull’acqua in un vassoio di metallo. «Sapeva che lei avrebbe capito il significato di quella foto» disse.