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Vacanze nel deserto [The Book of Skulls - it]

Электронная книга - «Vacanze nel deserto [The Book of Skulls - it]». Краткое содержание книги:

Una superstrada. Una macchina. E dollari per le vacanze. Quattro studenti universitari attraversano diagonalmente l’America, fino al deserto dell’Arizona. La scarrozzata è anche una fuga dal rock, dalla droga, dall’astrologia... Qualcosa di molto più eccitante aspetta i quattro boys: un miraggio di immortalità che il Libro dei Teschi, un antico manoscritto casualmente ritrovato, offre a chi accetta i Diciotto Misteri dell’Iniziazione. Purtroppo, la vita eterna non sarà elargita a tutti: due ragazzi dovranno morire affinche gli altri vivano. I primi dubbi: esiste davvero, laggiù nel deserto, la casa dell’eterna giovinezza?... All’avventura esoterica, oggi molto attuale nei colleges, si ispira «Vacanze nel deserto», un eccezionale romanzo fantastico che appaga il nostro bisogno di mistero: con questo libro Silverberg dà una risposta nuova, abbagliante e terribile.

Nominato per premio Nebula in 1972, premi Hugo e Locus in 1973.
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Poi provvederò alla salute dello spirito. Quindici anni in un monastero trappista. Non parlerò con nessuno: mediterò, scriverò poesie, tenterò di giungere a Dio, mi spingerò più vicino possibile all’essenza dell’universo. Forse sarà meglio vent’anni. Purificherò l’anima, la purgherò, la farò salire sempre più in alto.

Quindi mi dedicherò alla ristrutturazione del mio fisico. Otto anni di esercizi da mattina a sera. Eli il fusto da spiaggia. Non più il gracilino di quarantanove chili. Praticherò il surf, scierò, vincerò il campionato di lotta indiana di East Village.

E poi? Musica. Non l’ho mai potuta approfondire come avrei voluto. M’iscriverò alla Juillard per l’intero corso di quattro anni, penetrerò nell’intima natura dell’arte musicale, mi immergerò negli ultimi quartetti di Beethoven, nel Clavicembalo ben temperato di Bach, in Berg, Schoenberg, Xenaxis, in tutta la roba più difficile; e utilizzerò le tecniche che consentono di arrivare al nucleo dell’universo dei suoni, tecniche imparate qui nel monastero. Forse comporrò. Forse scriverò saggi critici. Forse suonerò, anche. Eli Steinfeld in un concerto di musiche di Bach, alla Carnegie Hall. Quindici anni per la musica, giusto?

Così ho programmato i primi sessant’anni e rotti della mia immortalità. E poi? A quell’epoca sarò ben addentro nel ventunesimo secolo. Girerò il mondo. Viaggerò come il Buddha, vagabonderò a piedi di terra in terra, mi lascerò crescere i capelli, indosserò un manto giallo, porterò con me la ciotola delle elemosine, e una volta al mese incasserò uno dei miei assegni all’American Express di Rangoon, Katmandu, Giacarta, Singapore. Sperimenterò l’umanità a livello viscerale: mangerò tutti i cibi possibili e immaginabili, dormirò con donne di ogni razza e fede, vivrò in capanne dal tetto che fa acqua, in iglù, in tende, in case galleggianti. Vent’anni in questo modo, e dovrei farmi un’ottima idea della complessità culturale dell’umanità.

Poi, suppongo, tornerò alla mia specializzazione iniziale (linguistica e filologia), e mi dedicherò alla carriera nel frattempo abbandonata. In trent’anni potrei sfornare il mio trattato definitivo sui verbi irregolari delle lingue indoeuropee, o scoprire il segreto dell’etrusco, o tradurre l’intero corpus dei poemi di Ugarit. Qualunque cosa attiri la mia fantasia.

Poi diventerò omosessuale. Avendo a disposizione la vita eterna bisogna provare ogni cosa almeno una volta, e Ned ripete sempre che vivere da finocchio è un gran bel vivere. Veramente io preferisco le ragazze: sono più morbide, più lisce, più dolci da accarezzare. Ma una volta o l’altra dovrò ben vedere cos’ha da offrire l’altro sesso. Sub specie aeternitatis, che differenza dovrebbe fare se infilzo un tipo di buco piuttosto che un altro?

Quando sarò tornato nella fase eterosessuale me ne andrò su Marte. Sarà circa il 2100: per quell’epoca l’avremo già colonizzato, ne sono sicuro. Dodici anni sul pianeta rosso. Eseguirò lavoro manuale, roba da pionieri.

Poi vent’anni dedicati alla letteratura: dieci per leggere tutto ciò che è stato scritto dall’inizio della civiltà, o almeno tutto ciò che ne vale la pena; e dieci per comporre un romanzo che sia all’altezza del meglio di Faulkner, Dostoevskij, Joyce, Proust.

Perché non dovrei essere capace di uguagliarli? A quell’epoca non sarò più un ragazzino moccioso: avrò 150 anni di esperienza, sarò in possesso della più profonda e ampia autoistruzione che un essere umano abbia mai avuto, e sarò ancora nel pieno delle energie giovanili. E così mi dedicherò all’impresa: una pagina al giorno, una pagina alla settimana, cinque anni per progettare la struttura del libro prima di scrivere la parola d’inizio. Dovrei essere in grado di produrre… be’, un capolavoro immortale. Sotto pseudonimo, naturalmente.

Sarà un bel problema, cambiare identità ogni ottanta o novant’anni. È probabile che anche nello splendido futuro futurista la gente nutrirà sospetti nei confronti di uno che continui a campare senza morire mai. La longevità è una cosa, ma l’immortalità è un altro paio di maniche. In un modo o nell’altro dovrò trasferire a me stesso i miei investimenti, scegliere la nuova identità in modo che figuri come quella del mio unico erede. Dovrò continuare a scomparire e tornare di nuovo in circolazione sotto nome diverso. Dovrò tingermi i capelli, portare e togliere parrucca, lenti a contatto, barba, baffi. Dovrò stare attento a non avvicinarmi troppo alla macchina del governo: una volta che le mie impronte digitali siano finite nel computer centrale, avrò dei guai. Che cosa userò, come certificato di nascita, ogni volta che rifarò la mia apparizione? Dovrò pensare a qualcosa. Ma chi è abbastanza furbo da vivere per sempre, lo è anche abbastanza da poter far fronte alla burocrazia.

E se m’innamorerò? Se dovessi sposarmi, avere figli, vedere mia moglie che avvizzisce e invecchia, vedere i miei stessi figli scivolare verso la senilità mentre io rimango fresco e giovane?

Probabilmente non dovrei sposarmi; oppure potrei farlo ma solo per amore d’esperienza, e poi, al massimo dopo quindici anni, anche se lei l’amo ancora, chiedere il divorzio per evitarle tutte le complicazioni successive. Vedremo.

Dov’ero rimasto? Ah sì, al 2100, e stavo programmando il futuro a blocchi di dieci anni ciascuno.

Dieci anni a fare il lama nel Tibet. Dieci anni a fare il pescatore in Irlanda, sempre che a quell’epoca siano rimasti pesci da pescare. Dieci anni come membro onorario del Senato degli Stati Uniti.

Poi dovrei dedicarmi alla scienza, la grande negletta della mia vita. Con l’opportuno quantitativo di pazienza e impegno, sarò in grado di digerirla: fisica, matematica, tutto quello che avrò bisogno d’imparare. Intendo arrivare all’altezza di Einstein e Newton, con una rapida carriera durante la quale funzionerò al massimo livello intellettuale.

E poi?

Potrei tornare alla Casa dei Teschi, immagino, a vedere come se la passano Fra Antonio e il resto della cricca. Cinque anni nel deserto.

E poi via, via un’altra volta nel mondo. Che mondo, sarà! Professioni radicalmente nuove, cose che oggi non si sospetterebbe neppure che si possano inventare: potrei trascorrere vent’anni come esperto di smaterializzazione, quindici in levitazione polivalente, dieci come venditore ambulante di sintomi.

E poi? E poi? Avanti e avanti e avanti. Le possibilità saranno infinite.

Ma per ora sarà meglio che tenga strettamente d’occhio Timothy e Oliver, e forse anche Ned, a causa di quel maledetto e tre volte fottuto Nono Mistero. Se due dei miei compagni dovessero uccidermi martedì prossimo, diciamo, un così bel programma a lunga scadenza andrebbe sprecato.

28

Ned

I frati vanno matti per noi. Non c’è espressione più idonea. Cercano di apparire impassibili, solenni, ieratici, distaccati; ma non riescono a celare la pura gioia che la nostra presenza gli dà. Noi li ringiovaniamo. Li abbiamo salvati da un’eternità di faccende monotone. È da chissà quanti eoni che non hanno novizi, che fra loro non ci sono dei giovani: sempre lo stesso gruppo chiuso di quindici frati che praticano le loro devozioni, lavorano nei campi, intonano salmodie. E adesso ecco qui noi quattro in procinto di essere guidati nelle cerimonie dell’iniziazione: per loro è finalmente qualcosa di nuovo, e ci vogliono bene appunto perché siamo venuti.

Partecipano tutti al nostro illuminamento. Fra Antonio presiede alla nostra meditazione, ai nostri esercizi spirituali. Fra Bernardo ci guida negli esercizi fisici. Fra Claudio, il frate cuciniere, sovrintende alla nostra dieta. Fra Miklos c’insegna, in maniera un po’ vaga, la storia dell’Ordine, fornendoci le opportune nozioni basilari. Fra Javier è il frate confessore che un giorno o l’altro ci condurrà nei meandri della psicoterapia (pare che sia il nucleo dell’intera Iniziazione). Fra Franz, il frate operaio, ci mostra le nostre responsabilità per quanto riguarda spaccare la legna e attingere l’acqua. Gli altri frati non abbiamo ancora avuto l’occasione di conoscerli, ma sappiamo che ognuno rivestirà nei nostri confronti un ruolo ben determinato.

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