I giorni del cervo [Hart's Hope - it]
- Автор: Кард Орсон Скотт
- Год: 1988
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 88-95127-08-0
- Переводчик: Delio Zinoni
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «I giorni del cervo [Hart's Hope - it]». Краткое содержание книги:
E dopo che l’acqua è stata incanalata nelle case dei ricchi ai due lati della Strada della Regina, dopo che il Tempio ha avuto la sua acqua e le Corporazioni la loro, dopo che l’acqua ha attraversato il Parco, finalmente c’è n’è un poco che arriva in una vasca per la gente di Inwit.
Il discorsetto funzionò. Si trovarono soli in quel punto della fontana, perché quelli davanti e quelli dietro di loro si erano allontanati da quella discussione ad alta voce sulla Regina. E tuttavia, nulla di compromettente era stato detto; le guardie poterono solo guardarli torve, mentre Orem immergeva la sua fiasca nell’acqua e la ritirava piena. Ma non bevve. Porse invece l’acqua a Pulce, lasciandone deliberatamente cadere qualche goccia sulle mani del ragazzo. Pulce lo guardò sorpreso; poi con aria grave lo spruzzò a sua volta. Era giunto il momento di scambiarsi l’acqua, anche se Pulce era un ladro e Orem un tempo era stato quasi un prete.
Si riposarono a nord della fontana, vicino all’imboccatura di un largo vicolo che correva fra due palazzi. Servi in livrea andavano e venivano dal vicolo. Orem li guardò, così indaffarati e con aria di grande importanza, ma con il tempo di scambiarsi un cenno del capo e un sorriso, indipendentemente dalla livrea. Oh, ce n’erano anche alcuni che passavano con fare molto sostenuto, vide Orem, ma anche in questo caso si capiva che lo facevano in conseguenza di qualche litigio: non c’erano estranei fra i servitori.
— Scordatelo — disse Pulce.
— Scordarmi cosa?
— Non riuscirai mai a farti assumere in una delle grandi case. Non riuscirai mai a superare i guardiani alla porta.
— Allora passiamo da quella posteriore.
Pulce si rifiutò di andare. — Se andiamo lì penseranno che siamo ladri.
— Ce la siamo cavata una volta — disse Orem.
— Per poco — rispose Pulce.
— Giochi coi serpenti e hai paura dei servi?
Così Pulce andò con lui, ma questa volta si tenne dietro, costringendo Orem ad andare per primo. La strada si restrinse rapidamente, e anche se la nebbia persisteva, serviva solo a rendere grigi gli edifici ai due lati. All’inizio c’erano ancora dei portoni, perché alcune delle case meno grandi avevano l’ingresso sul vicolo e non sulla strada. Poi questi cessarono e la strada si allargò, trasformandosi in una piazza fra case dagli alti muri. Dentro la piazza c’era un piccolo labirinto di strade, e lungo le stradine repliche in legno dei grandi edifici di pietra. C’erano colonne di pietra, sulle facciate dei palazzi? Allora lì c’erano colonne di legno con intricati intagli. Le grandi case erano fornite di finestre con grate di ferro? Allora quelle piccole repliche erano adorne delle loro piccole finestre, con sbarre di legno al posto di quelle di bronzo e di ferro. I servi imitavano i loro padroni meglio che potevano, anche se le loro piccole case si trovavano fra le cucine dei signori.
Orem non aveva idea di dove andare, adesso che era arrivato lì. Si era aspettato che qualcuno li fermasse, ma nessuno l’aveva fatto. In effetti, c’erano altri senza livrea, vestiti semplicemente come lui. Questo gli diede speranza. Forse c’era davvero la possibilità di trovare un lavoro.
— È come una piccola città — mormorò Pulce.
— Vieni — disse Orem. Si avviò baldanzosamente verso la porta posteriore di un palazzo, dove i fuochi della cucina bruciavano caldi e fumosi, ispessendo la nebbia e ingiallendo la luce. — Ehi, ragazzi! — Un vecchio li chiamò dal portico di una casa di legno.
— Salve, vecchio — rispose Orem.
— Volete lavorare? — chiese il vecchio.
— Volentieri — disse Orem.
— Ah, sì, volete lavorare. Tutti vogliono lavorare, tranne quelli che hanno già un lavoro. E tranne me. Ho una bella pensione, e sto seduto sulla veranda tutto il giorno e parlo ai ragazzi con i loro disperati abiti da contadini. Lo sapete che dentro quella casa coloro che badano ai vini, oltre a quelli che cucinano e quelli che cuociono il pane e quelli che servono, sanno che state arrivando?
— Lo sanno? E come?
— L’odore di un contadino e di un ragazzo della Palude possono essere sentiti a pertiche di distanza. Lo scalpiccio dei vostri sandali sui nostri marciapiedi di pietra può essere sentito da più lontano ancora, e il vostro accento rozzo vi tradisce più di qualsiasi altra cosa. Siete stati visti mentre vi allontanavate dalla fontana pubblica. Siete stati notati mentre stavate accovacciati vicino ai portali del nostro umile vicolo. E adesso siete esaminati da un vecchio che non ha niente di meglio da fare che allontanare i patetici stranieri che pensano ci sia lavoro per loro, qui.
Orem era stato mandato via troppe volte per avere ancora paura di sentirsi dire di no. — C’è lavoro da fare qui. Perché non dovrei farlo io?
Il vecchio ridacchiò. — Oh, dovresti, dovresti… ma non puoi. Chiunque può imparare a essere un nobile o un mendicante, ma uno deve nascerci per essere un buon servitore.
— Io sono nato per essere un chierico o un soldato — disse Orem. — Non sono abbastanza umile per fare il primo, né abbastanza forte per l’altro. Perché non dovrei imparare a fare quello che fanno i servi? Qualcuno sarà pur stato il primo servitore. Chi ha insegnato a lui?
— Ecco, questa è la prima cosa che devi perdere: le tue maniere insolenti.
— Andiamocene — disse Pulce. — Vuole solo chiacchierare.
Il vecchio lo sentì e gridò, arrabbiandosi: — Sì, andatevene! Se non volete quello che ho da offrirvi, andatevene! Non avrete una seconda occasione da me.
— Cosa ci offri? — chiese Orem.
— Un lavoro e un visto. Significa qualcosa per voi?
Così si fermarono, e ascoltarono. Lui fece cenno che entrassero dal cancello, e i due ragazzi si fermarono davanti al vecchio, che sorrise mostrando i denti. I suoi denti erano tutti di bronzo. Lo facevano sembrare una statua, almeno nella bocca. Era come un miracolo osservarlo parlare.
— State in piedi, sì: questo è quello che fa un servo quando il suo padrone gli parla. State in piedi e guardatemi con rispetto, senza distogliere gli occhi, e ascoltate ogni parola, nel caso vi faccia una domanda. Che non vi capiti di farvi pescare a non aver sentito quello che ho detto. E state con i piedi indietro, sempre pronti a inchinarvi, e la risposta pronta sulle labbra. Dovrete chiamare il vostro padrone “onorato signore”, e suo figlio “padroncino” e il secondo figlio e la figlia “consacrati” e il terzo figlio e i successivi “senza-speranza”, detto sempre in tono grave, con il dovuto rispetto e un tocco d’ironia, perché sappiano che sei loro amico, anche se il loro padre non lo è. E se l’uomo è il signore di un’altra casa, allora è “stimato signore” a meno che lui e il vostro padrone siano in cattivi rapporti, nel qual caso diventa “alta e nobile eminenza”, detto sempre con la più grande deferenza, in maniera che non colga il suo significato fallico; e la moglie è “stimata signora” se è un’amica, ma se il vostro padrone la disprezza, allora dovete chiamarla “fecondissima madre di una nobile stirpe” e se la vostra signora la disprezza dovete dire “invidia delle nazioni” e se entrambi la disprezzano, non le dite niente ma vi inchinate profondamente fino a toccare la terra con la fronte, che sarà per lei un insulto insopportabile, a cui tuttavia non oserà rispondere. Avete capito? Sapreste farlo adesso?
— Sono tutte balle, per me — disse Pulce.
— E tu, alto e magro come l’ultimo fumo di un incensiere, tu hai un’altra idea?
Orem sorrise. — Era più o meno lo stesso alla Casa di Dio. Se parli con Dio avendo pesanti peccati nel cuore, ma ci sono degli altri e non vuoi sentire domande, ti rivolgi a Dio come Benedetto Che Stai nei Cieli. Se sei disposto a confessare i tuoi peccati e il tuo pentimento, allora ti rivolgi a Lui come Santo Padre Che Ami i Deboli. Se preghi per avere la compagnia di uomini migliori di te, il nome di Dio è Signore dei Fratelli, ma se preghi per la compagnia di gente comune, o se questa è mista, lo chiami Creatore di Tutto, Primo Principio, e se è presente il Re…