Appuntamento nel tempo [Bid Time Return - it]
- Автор: Мэтисон Ричард
- Год: 1997
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Vittorio Curtoni
- Жанр: Ужасы
Электронная книга - «Appuntamento nel tempo [Bid Time Return - it]». Краткое содержание книги:
L’intervallo di silenzio prima che sua madre reagisse ha reso banale la sua risposta. — Davvero? — Ho tentato di restituirle quello sguardo gelido, ma mi era difficile. Ho cercato di mormorare qualcosa, ma ho emesso solo un gorgoglio smorzato; avevo ancora la gola molto arida. Me la sono schiarita d’impeto. — Spero che la mia non sia un’intrusione sgradita — ho detto. “Errore!” ha strillato la mia mente. Non avrei mai dovuto offrirle il destro.
Lei ne ha approfittato immediatamente. — “Ebbene…” — ha detto. Non c’era bisogno che aggiungesse un’altra parola. La sua reazione non poteva essere più chiara. Si aspettava che io intuissi l’antifona come avrebbe fatto qualunque gentiluomo con un po’ di sale in zucca, che mi scusassi, levassi le tende, e svanissi per sempre.
Non ho fatto niente di tutto ciò. Ho sorriso, per quanto a vuoto. L’espressione della signora si è raggelata all’istante in quella della nobildonna di animo mite costretta a subire un fato atroce: un’altra scena della stessa commedia.
Elise non mi ha aiutato, quando ha detto: — Sarò pronta fra un momento — e si è avviata verso la camera da letto. Le ho lanciato uno sguardo stupefatto. Perché mi abbandonava? Poi ho visto le ciocche di capelli che le scendevano libere sulla nuca, e mi sono sentito ancora peggio. Era stata scoperta nella sua stanza in compagnia di un maschio sconosciuto, e addirittura in condizioni di non perfetta presentabilità!
Non voglio essere ironico. Ho intuito benissimo il suo imbarazzo. Forse perché avevo cominciato ad assorbire l’atmosfera e i costumi di quel tempo? Lo speravo davvero. Sarebbe stato l’unico aspetto sopportabile di una situazione tragica.
La porta della camera da letto si è chiusa, e io mi sono trovato solo con la signora Anna Stuart Callenby McKenna, che aveva quarantanove anni e mi odiava.
Sembravamo due attori che avessero dimenticato la battuta: rigidi, muti. La scena che stavamo per interpretare sarebbe stata crudele, lo sapevo.
Ben presto è stato chiaro che la signora McKenna non aveva alcuna intenzione di dare il la, così mi sono schiarito la gola e le ho chiesto come andassero le prove.
— Molto bene — mi ha risposto, secca. La conversazione si è arenata.
Dopo un sorriso forzato, mi sono messo a studiare il tappeto. Ho rialzato la testa. Lei ha distolto gli occhi: era rimasta a scrutarmi, non certo con benevolenza. Ho avvertito il desiderio di dirle qualcosa di presciente, ma sapevo di non poterlo fare. Dovevo imparare immediatamente a soffocare ogni impulso a fare commenti basati sulla mia conoscenza del futuro. Dovevo comportarmi come se fossi ciò che avevo detto di essere; anzi, io stesso dovevo cominciare a credere di esserlo. Divenire parte di quel tempo era ormai d’importanza essenziale. Più ci fossi riuscito, meno avrei dovuto temere di perdere il contatto col 1896.
“Attendo con ansia…” ha iniziato la mia mente. — Attendo con ansia la rappresentazione — ho detto. Mi sembrava un giro di frase troppo pomposo, artificiale, ma era indispensabile abituarmi a quel linguaggio fiorito. E “mi sarei” abituato. — Elise…
Lei mi ha zittito con un’occhiata raggelante. “Errore!” ho pensato di nuovo. Ero nel 1896, il regno dei formalismi. Avrei dovuto parlare della “signorina McKenna”. “Mio Dio” ho pensato, anticipando le torture che mi attendevano. Come sarei riuscito a destreggiarmi fra la signora McKenna e Robinson? La visione mentale mi ha distrutto. Ho provato il folle impulso di schizzare in camera da letto, chiudere a chiave la porta, e implorare Elise di restare con me, per poter parlare.
Ho studiato l’abbigliamento della signora McKenna. Su un fisico meno robusto, sarebbe stato attraente: una gonna, lunga fino al pavimento, di broccato giallo con orli neri e maniche di chiffon nero; uno scialle nero sistemato sulle spalle. Come con Elise, i capelli erano fermati da accessori di tartaruga. A differenza di Elise, la donna mi trasmetteva solo un’impressione di disgusto e disapprovazione.
— Un abito delizioso — le ho comunque detto.
— Grazie — ha risposto lei, senza guardarmi. Avrei preferito che si sedesse. O che si mettesse a passeggiare. Che guardasse fuori dalla finestra. Che facesse qualcosa, invece di restarsene lì come una guardia di palazzo pronta a bloccare ogni mio movimento sospetto. Di nuovo, il desiderio di correre alla camera da letto. Adesso, però, si trattava di un desiderio in parte perverso: mi sarebbe piaciuto vedere come reagiva la signora. Irritato con me stesso, ho scacciato l’idea. Mi ero trasferito in un periodo circospetto. Dovevo agire con circospezione.
Quando Elise è uscita dalla sua stanza, ero talmente sollevato che ho sospirato. La signora McKenna mi ha scrutato a labbra serrate, per censurarmi. Ho finto di non accorgermene. Ho scrutato Elise che attraversava il salotto. Quanta grazia. Ho sentito un nuovo impeto d’amore per lei. — È splendida — ho detto.
Un altro sbaglio. Quanti ne avrei fatti, prima di imparare? Le mie erano state parole sincere, ma era ovvio che la mettevano a disagio, in presenza della madre. — Grazie — ha mormorato Elise, però i suoi occhi mi hanno evitato quando mi sono precipitato ad aprirle la porta.
La signora McKenna mi ha superato, seguita da Elise, che portava uno scialle nero di pizzo e aveva nella destra una minuscola borsetta da sera. Quando sono stato raggiunto da un refolo del suo delicato profumo, ho sospirato un’altra volta. Lei ha finto di non udire, anche se sono certo che mi abbia sentito. “Attento a quello che fai” ho rammentato a me stesso.
Sono uscito nel salotto esterno e ho chiuso la porta. Elise mi ha teso la chiave. Io l’ho presa, ho chiuso la porta, e le ho restituito la chiave. I nostri occhi si sono incontrati e, per un solo istante, ho avvertito ancora la strana emozione che ci legava. Non so cosa fosse per lei; qualcosa di molto forte, in ogni caso. Se no, come spiegare il fatto che avesse passeggiato con me sulla spiaggia, che mi avesse permesso di entrare nella sua stanza, che mi stesse portando a cena con lei? Per non parlare di quegli sguardi così intensi, totali. Non era merito del mio fascino, di questo ero sicuro.
L’attimo si è concluso quando lei si è girata e ha lasciato cadere la chiave in borsetta. Sua madre le si è affiancata, e io non ho nemmeno tentato di raggiungerle. Le ho seguite lungo il percorso della stanza, fino al cortile aperto.
Si sono girate a guardare quando io ho emesso un’esclamazione di profondo stupore. Il cortile era un territorio da fiaba, fra le centinaia di lampade multicolori, con la vegetazione tropicale illuminata da ogni direzione, e la fontana al centro, una cascata di luminosi petali d’acqua. — Sono molto colpito dall’aspetto del patio — ho detto. “Cortile aperto!” ho pensato subito, rabbioso con me stesso per l’incapacità di ricordare le cose essenziali.
Da quel punto in poi, sono stato messo in dura prigionia dalla signora McKenna. A livello fisico, la sua mole mi impediva di portarmi a fianco di Elise; il sentiero non poteva contenere tutti e tre. Ed ero isolato anche a livello di conversazione, costretto a sentirla parlare di quell’allestimento teatrale, di attori e attrici che non conoscevo. Probabilmente, la signora voleva sottrarre Elise alla mia “insidiosa forza di persuasione” discutendo di aspetti del loro mondo che io ignoravo. La consapevolezza di sapere della vita di Elise molto più di quanto sua madre potesse immaginare era una consolazione superficiale. Trovavo inquietante il fatto che la signora McKenna stesse già cercando di scavare un solco fra Elise e me. Senza dubbio, mi avrebbe reso la cena il più sgradevole possibile; e poi, se ci fosse riuscita, mi avrebbe allontanato in via definitiva da Elise. Se fosse stato presente anche Robinson, il mio dilemma avrebbe assunto una valenza doppia.