Sindrome atipica [Fatal - it]
- Автор: Палмер Майкл
- Год: 2003
- Язык: итальянский
- ISBN: 88-200-3549-9
- Переводчик: Marina Deppisch
- Жанр: Триллеры
Электронная книга - «Sindrome atipica [Fatal - it]». Краткое содержание книги:
L’intelligente e solenne medico legale che non aveva avuto occasione di conoscere se ne era andato, ma pochi altri l’avevano fatto. C’erano persone raccolte attorno al tavolo del buffet e altre sparse sulla pista da ballo, sottobraccio, in attesa della melodia successiva. Kathy avrebbe approvato e con ogni probabilità avrebbe insistito per aggiungere un barilotto di Budweiser alla celebrazione della sua vita.
Nikki chiuse gli occhi e lasciò che ka musica le riempisse la mente e il corpo. Poche ore prima era una sconosciuta a Belinda. Ora, grazie a Kathy e al potere del bluegrass, si sentiva legata alla città e ai boschi e alle montagne e ai fiumi in un modo che sarebbe durato finché fosse vissuta.
Erano quasi le tre e mezzo del pomeriggio. Nikki diede una mano a trasferire le cose di Kathy nel furgone Dodge Ram dei Wilson. Quando tutto fu sistemato, infilò la mano nel bagagliaio della Saturn e tirò fuori l’astuccio che conteneva lo splendido mandolino di Kathy.
«Ecco», disse, porgendolo a Sam. «Il capo della polizia Grimes mi ha detto che è stato lei a insegnare a Kathy a suonare.»
«Solo per un paio di settimane», replicò il padre, estraendo lo strumento e cullandolo nelle sue enormi mani, un’espressione nostalgica sul viso. «Dopodiché ha iniziato lei a insegnare a me.»
Fece scorrere il pollice sulle corde che Nikki aveva accordato prima di caricare lo strumento nel bagagliaio. Prese poi uno dei plettri dall’astuccio e suonò un breve riff di notevole chiarezza e con qualche difficoltà tecnica.
«È fantastico», esclamò Nikki. «Adesso capisco perché Kathy era tanto brava. L’aveva nel sangue.»
«Voglio che lo tenga lei», disse Sam, mentre rimetteva lo strumento nell’astuccio e lo ridava a Nikki.
«Ma io…»
Da dietro le spalle di Sam, Kit la interruppe bruscamente scuotendo la testa.
«Sam soffre di artrite», spiegò la moglie. «Saremmo entrambi felici sapendo che lo strumento di Kathy è con lei.»
Non vi era nulla nelle espressioni dei genitori di Kathy che incoraggiasse la discussione.
«Potrei tornare per farmi dare da lei qualche lezione», disse.
«Ne saremmo felicissimi», riuscì a dire lui, gli occhi umidi.
Nikki pose lo strumento sul sedile del passeggero, abbracciò i Wilson, quindi percorse il viale della chiesa e imboccò la strada che portava a nord. Appena fuori Belinda, si fermò e fissò a lungo, attraverso il lunotto posteriore, la via principale. Era veramente una bella città, gente cortese, seria; una campagna stupenda; e un ritmo incantevole di vita. S’addolorò al pensiero che non avrebbe mai conosciuto quel posto con la sua amica.
Svoltò a nord, ripercorrendo la stretta strada a due corsie che l’avrebbe portata alla Statale 29. La strada, che serpeggiava attraverso il fitto bosco, era deserta, proprio come lo era stata al mattino entrando in città. Nikki s’infilò un berretto blu dei Red Sox per tenere a posto i capelli e aprì il tettuccio e il finestrino. La luce del sole filtrava attraverso le cime degli alberi, screziando la pavimentazione stradale. Dietro una secca curva vide una macchina ferma sulla stretta banchina. Un uomo che indossava jeans e una T-shirt gialla era a faccia in giù sulla strada. Un altro, di costituzione robusta che indossava un abito scuro, era inginocchiato accanto a lui. Da una immediata valutazione della scena, Nikki immaginò che l’uomo avesse investito un pedone. Mentre si avvicinava, il presunto investitore alzò lo sguardo, quindi si drizzò e cominciò a farle cenni con la mano. Nikki si fermò, esaminando il terreno attorno alla vittima alla ricerca di sangue.
L’uomo, sulla trentina e chiaramente sconvolto, corse al finestrino.
«Io… non l’ho visto. Ho svoltato l’angolo ed era lì. Ha un telefono cellulare?»
«Respira?»
«Io… credo di sì.»
Nikki scese dall’auto e si affrettò verso l’uomo immobile, prevedendo il peggio. Niente sangue, nessuna ferita. C’era un leggero saliscendi del petto, stava decisamente respirando. Non aveva alcuna intenzione di farlo rotolare sul fianco senza avergli prima immobilizzato il collo. S’inginocchiò accanto a lui, gli scrutò la faccia e allungò la mano per controllargli il polso. In quell’attimo, lui si girò sul fianco e, nello stesso momento, l’altro, in piedi dietro di lei, l’afferrò violentemente per i capelli e le chiuse naso e bocca con una pezza. Una pezza imbevuta di una sostanza che conosceva anche troppo bene: cloroformio.
«Ciao, ciao, dottore», la schernì l’uomo.
13
Durante l’anno di internato in chirurgia, prima di passare a patologia, Nikki si era guadagnata il soprannome di «Cubetto», di ghiaccio naturalmente, grazie alla sua assoluta freddezza e padronanza di sé anche di fronte alle emergenze mediche più terribili. Non aveva mai potuto spiegare interamente quella che sembrava una caratteristica innata, ma una volta controllò le sue pulsazioni dopo avere salvato un paziente eseguendo una tracheotomia d’urgenza. Cinquantotto.
«Penso di essere semplicemente una persona molto logica», era stata la spiegazione che aveva dato una volta a un amico medico. «E anche molto positiva. Una volta avviata una situazione, critica o no, mi concentro su ciò che devo fare e quasi mai su ciò che succederebbe se fallissi.»
La zaffata di cloroformio diede a Nikki tre secondi prima che l’uomo impeccabilmente vestito le incollasse la pezza sulla bocca. Come con le urgenze in ospedale, le sue reazioni in quei tre secondi parvero automatiche, mentre di fatto erano il prodotto di un certo numero di rapidissime osservazioni e deduzioni.
Cloroformio, inspira profondamente e trattieni il fiato!… Movimenti rapidi, decisi da parte della cosiddetta vittima, è una trappola… Ciao ciao, dottore, sa chi sono! Questa non è un’aggressione per rapina casuale. Cercare di implorarli, di indurli a chiacchiere a non fare ciò che hanno intenzione di fare sarebbe inutile…
Per tre volte Nikki aveva seguito dei corsi di autodifesa per donne, e per tre volte li aveva abbandonati frustrata, imbarazzata e un po’ spaventata da quanto avesse già dimenticato. C’erano, tuttavia, tre regole ricorrenti che i corsi avevano permanentemente impresso nella sua mente: fate qualcosa alla svelta; mirate ai testicoli, al naso o alle ginocchia; e, il più presto possibile, datevela a gambe. Ancora inginocchiata, la schiena rivolta al massiccio aggressore, Nikki alzò il pugno davanti agli occhi e colpì con il gomito nell’inguine dell’uomo con tutta la forza che riuscì a radunare. Dai polmoni dell’uomo vi fu un’esplosione di aria. Grugnì, la lasciò andare, barcollò all’indietro, quindi cadde sul sedere come un sacco di grano gettato da un camion. Lo strofinaccio imbevuto di cloroformio volò di lato. L’esile uomo dalla T-shirt gialla si stava rimettendo in piedi, ma Nikki fu più veloce. Gli tirò un calcio sotto il mento mentre si stava drizzando, facendogli sbattere i denti e mandandolo di nuovo a gambe all’aria. Si girò e, attraversata di corsa la strada, s’infilò nel bosco.
«Prendila, Verne!» gridò il più grosso, con un accento diverso da quello montanaro cui si era abituata quel giorno. «Per l’amor di Dio, sparale e basta!»
«Merda, Larry, mi ha rotto un dente. Me lo ha spezzato in due.»
Nikki si era già inoltrata di parecchi passi nel bosco, quando osò lanciare un’occhiata alle spalle. Larry, il signor Abito Serio, era malfermo sulle gambe, ma in piedi. Aveva lasciato cadere la giacca, rivelando un torace grande come una Volkswagen. Il sole illuminava la camicia bianca, mettendo in evidenza una fondina a sinistra e scure macchie di sudore sotto braccia che parevano prosciutti. Verne, pure lui in piedi, sembrava meno stordito. Aveva tirato fuori una pistola a canna cortissima dalla cintola e stava per attraversare la strada e inseguirla, fregandosi ancora la mascella. Sparò una volta, ma Nikki si stava lanciando nella boscaglia e neppure capì se il colpo fosse vicino o no.