L'invasione degli uguali [Coming of the Quantum Cats - it]
- Автор: Пол Фредерик
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0179-2
- Переводчик: Gianluigi Zuddas
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'invasione degli uguali [Coming of the Quantum Cats - it]». Краткое содержание книги:
Con questo nuovo romanzo, Frederik Pohl conferma la sua inesauribile vena, e si lancia in un’emozionante avventura sul tema degli universi paralleli, piena di verve e di ironia.
Certo che non avevo nulla in contrario. Non gli diedi una pacca sulle spalle, ma lo accompagnai in corridoio e ordinai alla sottotenente Mariel di condurlo a un telefono, giusto intanto che rientrava portando con sé Dormeyer.
Dovevo concedergli che non era affatto un cattivo soldato. A fargli scavalcare il recinto era stato quello che si potrebbe chiamare un momentaneo impulso di pazzia. Rimase sull’attenti e rispose a tutte le mie domande brevemente e con chiarezza. Sì, si rendeva conto d’essersi messo in AWOL. Le ragioni? Be’, era ancora molto scosso a causa della morte di sua moglie, e qualcuno gli aveva detto che qui c’era un’esatta copia di ciascuno di noi della nostra linea temporale: cosi lui era andato a cercare la copia della giovane donna… e il fatto di trovarla lì, sempre viva, e con quell’individuo nel suo letto, era stato superiore alle sue capacità di sopportazione. No, non aveva strangolato quel tipo. Gloria l’aveva trascinato via da lì, e lui s’era lasciato spingere fuori di casa come rimbecillito; poi s’era seduto in macchina e aveva pianto. Quando da lì a poco l’agente Ortiz venne a dirmi che la vittima non lamentava più di un’escoriazione al collo, cominciai a rivedere un po’ di luce.
Diedi una lavata di capo a Dormeyer e lo rimandai in servizio. Stavolta mollai una pacca sulle spalle all’agente Ortiz, poi feci avvicinare con un cenno uno degli MP di Selikovitz. — Accompagna l’Ufficiale Ortiz alla sua auto, e fagli fare il pieno al nostro distributore. La polizia locale dev’essere ben certa che noialtri siamo amici, e non invasori. — E ad Ortiz, con un largo sorriso: — Vuole un buon consiglio, Mr. Ortiz? Avrà sentito alla TV da dove veniamo noialtri. E lei è il primo di voi che mette piede nella zona che abbiamo occupata, così sta per vedersi arrivare addosso un sacco di gente della TV e dei giornali. Non permetta che la abbiano gratis! — Lo guardai andar via con sollievo, e finalmente potei tornare alla nostra situazione.
Fu come una secchiata d’acqua gelida in faccia.
Il portale era di nuovo in funzione. Attraverso di esso ci avevano già mandato numerosi dispacci, e il più rovente era per me: dovevo immediatamente mettermi a rapporto da Tac-Cinque. Uno dei nostri prigionieri, l’altro Dominic DeSota, era scappato in qualche altra linea temporale, nessuno sapeva quale, e aveva portato con sé il più prezioso dei nostri scienziati, il dottor Douglas.
L’ultima volta che avevo oltrepassato il portale era accaduto in piena notte. Ci eravamo incolonnati sulle passerelle stese sulla sabbia, con la sola luce dei fari dei camion che ci avevano portati lì, rabbrividendo per il freddo della notte nel deserto, silenziosi, e in preda a un’ansiosa tensione. Sull’altura poco distante i grossi elicotteri da trasporto atterravano l’uno dopo l’altro, praticamente al buio, e da essi scendevano militari e tecnici che alla luce delle torce elettriche andavano a darsi da fare con le apparecchiature. Nessuno di noi era sicuro di quel che ci saremmo trovati ad affrontare.
Adesso era tutto diverso. Il sole arroventava il pagliolato su cui poggiavo i piedi. Il vento del deserto strappava veli di sabbia dalla sommità dello scavo gettandomela negli occhi. Il Generale Facciaditopo Magruder era lì che mi aspettava e andava avanti e indietro accanto alla sua auto di servizio. Mi fece salire con un grugnito, il veicolo si mise in moto e lasciandoci alle spalle una nuvola di sabbia risalimmo fin sulla piccola altura. Giunto lì potei constatare che i bulldozer avevano spianato via perfino le tracce lasciate dagli elicotteri. Qualcuno si stava dando da fare per evitare che i satelliti-spia russi vedessero qualcosa di diverso dalla mascherata dello scavo archeologico.
Una cosa era la stessa di quella notte. L’ansia che avevo addosso.
Non avevo mai provato in precedenza quel genere d’ansia, perché la paura di essere colpito o di dover ammazzare qualcun altro è una cosa fisica, e l’autocontrollo fisico può togliervela dai piedi, almeno per un po’. Ciò di cui avevo paura adesso non era un’ipotesi. Era un fatto. Se il senatore era fuggito, in questo doveva aver avuto un certo aiuto dalla divisa da fatica che indossava. Ed ero stato io a dargli quella divisa.
Magruder, seduto accanto a me, non si fece uscire di bocca una parola. Non mi guardò neppure. Si limitò a tenere lo sguardo fuori dal finestrino, a labbra serrate. Non potevo biasimarlo: in quella faccenda era in gioco la testa di tutti quanti, compresa la sua. Restai immobile come una statua e mi aggrappai al sedile per evitare, se avessimo preso una buca, di finirgli addosso.
Sperare che si dimenticasse della mia presenza era inutile, purtroppo.
Ci fermammo in un’altra nuvola di sabbia e Magruder balzò fuori. Poi si volse e il suo sguardo s’indurì. Ciò che gli aveva fatto indurire lo sguardo era la vista della sergente Sambok e del tecnico civile, il Dr. Willard, assistente dello scomparso Dr. Douglas. Li aveva lasciati lì mentre scendeva a prendermi personalmente, con null’altro da fare che sudare sotto il sole. E a vederli sembravano sul punto di soccombere a un’insolazione. Ma questi non erano gli umili particolari a cui il Generale prestava attenzione, visto che non era possibile dar ordini al sole o metterlo a rapporto, e dunque non restava che ignorarlo sprezzantemente. Diede un calcio a un cespo d’erba bufala, sputò, e mosse un pollice verso il rimorchio adibito a ufficio. — Dentro, voi tre — ordinò.
All’interno del veicolo non si stava meglio che fuori. C’era più fresco, ma non tanto per l’aria condizionata quanto per il gelo che sprigionava dalla faccia di Magruder. Sapeva fissare i subordinati con occhi che sembravano appena tolti dal freezer. Ero troppo impensierito dai miei guai per preoccuparmi anche della sergente Sambok, e meno ancora del Dr. Willard che dopotutto era un civile. Tutta la sua colpa stava nel fatto che non era intervenuto allorché, mentre si trovava ai pannelli di comando accanto a Douglas, l’alter-ego che si spacciava per me era arrivato con la carabina a tracolla, aveva spinto Douglas attraverso il portale e poi era saltato dietro di lui. Willard non avrebbe comunque potuto far molto, poiché (cosa che Magruder riteneva però irrilevante) era fisicamente piuttosto esile, e come tutti i civili non portava armi.
Per Nyla Sambok le cose stavano diversamente. Rispose alle domande di Magruder con voce rigida e sincera. — Sissignore, il senatore era affidato alla mia custodia. Sissignore, gli ho permesso di sopraffarmi e disarmarmi. Sissignore, ho agito con negligenza. Nossignore, non ho nessuna scusante. — Ma che fosse veramente sincera ne dubitavo, poiché nel suo tono e nei suoi occhi lessi che doveva esser accaduto qualcosa di più di ciò che aveva ammesso.
Una volta avevo fatto parte di una corte marziale, per giudicare un capitano reo d’aver violentato un’ufficialessa sul percorso d’addestramento ginnico, a tarda sera. L’uomo, convinto sostenitore della superiorità del sesso maschile, l’aveva sfidata a una gara a ostacoli, e lei, offesa, aveva raccolto la sfida. Subito dopo il passaggio del reticolato il capitano aveva voluto dimostrarle la sua superiorità in un altro modo. L’espressione dell’ufficialessa era uguale a quella che adesso vedevo in Nyla: colma di risentimento e furia, ma più contro se stessa che verso il suo aggressore.