Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Ora essendo in Firenze al tempo di papa Clemente Michelagnolo, il quale attendeva all'opera della nuova sagrestia di San Lorenzo, voleva Giuliano Bugiardini fare a Baccio Valori in un quadro la testa di papa Clemente et esso Baccio, et in un altro, per Messer Ottaviano de' Medici, il medesimo Papa e l'arcivescovo di Capua; per che Michelagnolo, mandando a chiedere a fra' Sebastiano che di sua mano gli mandasse da Roma dipinta a olio la testa del Papa, egli ne fece una e gliela mandò, che riuscì bellissima. Della quale, poi che si fu servito Giuliano e che ebbe i suoi quadri finiti, Michelagnolo, che era compare di detto Messere Ottaviano, gliene fece un presente. E certo di quante ne fece fra' Sebastiano, che furono molte, questa è la più bella testa di tutte e la più simigliante, come si può vedere in casa gli eredi del detto Messer Ottaviano. Ritrasse il medesimo papa Paolo Farnese subito che fu fatto sommo pontefice; e cominciò il duca di Castro suo figliuolo, ma non lo finì, come non fece anche molte altre cose, alle quali avea dato principio.
Aveva fra' Sebastiano vicino al Popolo una assai buona casa, la quale egli si avea murata, et in quella con grandissima contentezza si vivea senza più curarsi di dipignere o lavorare, usando spesso dire che è una grandissima fatica avere nella vecchiezza a raffrenare i furori a' quali nella giovanezza gli artefici per utilità, per onore e per gara si sogliono mettere; e che non era men prudenza cercare di viver quieto, che vivere con le fatiche inquieto per lasciare di sé nome dopo la morte, dopo la quale hanno anco quelle fatiche e l'opere tutte ad avere, quando che sia, fine e morte. E come egli queste cose diceva, così a suo potere le metteva in essecuzione, perciò che i migliori vini e le più preziose cose che avere si potessero cercò sempre d'avere per lo vitto suo, tenendo più conto della vita che dell'arte. E perché era amicissimo di tutti gli uomini virtuosi, spesso avea seco a cena il Molza e Messer Gandolfo, facendo bonissima cera. Fu ancora suo grandissimo amico Messer Francesco Berni fiorentino, che gli scrisse un capitolo, al quale rispose fra' Sebastiano con un altro assai bello, come quelli che essendo universale seppe anco a far versi toscani e burlevoli accommodarsi.
Essendo fra' Sebastiano morso da alcuni, i quali dicevano che pure era una vergogna che, poi che egli aveva il modo da vivere, non volesse più lavorare, rispondeva a questo modo: "Ora che io ho il modo da vivere non vo' far nulla, perché sono oggi al mondo ingegni che fanno in due mesi quello che io soleva fare in due anni. E credo, s'io vivo molto, che non andrà troppo si vedrà dipinto ogni cosa. E da che questi tali fanno tanto, è bene ancora che ci sia chi non faccia nulla, acciò che eglino abbino quel più che fare". E con simili et altre piacevolezze, si andava fra' Sebastiano, come quello che era tutto faceto e piacevole, trattenendo; e nel vero non fu mai il miglior compagno di lui. Fu, come si è detto, Bastiano molto amato da Michelagnolo. Ma è ben vero che, avendosi a dipigner la faccia della cappella del Papa, dove oggi è il Giudizio di esso Buonarroto, fu fra loro alquanto di sdegno, avendo persuaso fra' Sebastiano al Papa che la facesse fare a Michelagnolo a olio là dove esso non voleva farla se non a fresco. Non dicendo dunque Michelagnolo né sì, né no et acconciandosi la faccia a modo di fra' Sebastiano, si stette così Michelagnolo, senza metter mano all'opera, alcuni mesi; ma essendo pur sollecitato, egli finalmente disse che non voleva farla se non a fresco, e che il colorire a olio era arte da donna e da persone agiate et infingarde, come fra' Bastiano; e così gettata a terra l'incrostatura fatta con ordine del frate, e fatto arricciare ogni cosa in modo da poter lavorare a fresco, Michelagnolo mise mano all'opera, non si scordando però l'ingiuria che gli pareva avere ricevuta da fra' Sebastiano, col quale tenne odio quasi fin alla morte di lui.
Essendo finalmente fra' Sebastiano ridotto in termine che né lavorare, né fare alcun'altra cosa voleva, salvo che attendere all'esercizio del frate, cioè di quel suo uffizio, e fare buona vita, d'età d'anni sessantadue si ammalò di acutissima febbre che, per essere egli rubicondo e di natura sanguigna, gl'infiammò talmente gli spiriti, che in pochi giorni rendé l'anima a Dio, avendo fatto testamento e lasciato che il corpo suo fusse portato alla sepoltura senza cerimonie di preti o di frati, o spese di lumi, e che quel tanto che in ciò fare si sarebbe speso fusse distribuito a povere persone per amor di Dio; e così fu fatto. Fu sepolto nella chiesa del Popolo del mese di giugno l'anno 1547. Non fece molta perdita l'arte per la morte sua; perché subito che fu vestito frate del Piombo si potette egli annoverare fra i perduti. Vero è che per la sua dolce conversazione dolse a molti amici et artefici ancora.
Stettono con Sebastiano in diversi tempi molti giovani per imparare l'arte, ma vi feciono poco profitto, perché dall'essempio di lui impararono poco altro che a vivere; eccetto però Tommaso Laureati ciciliano, il quale, oltre a molte altre cose, ha in Bologna con grazia condotto in un quadro una molto bella Venere et Amore che l'abbraccia e bacia. Il qual quadro è in casa Messer Francesco Bolognetti. Ha fatto parimente un ritratto del signor Bernardino Savelli, che è molto lodato, et alcune altre opere delle quali non accade far menzione.
VITA DI PERINO DEL VAGA PITTOR FIORENTINO
Grandissimo è certo il dono della virtù, la quale non guardando a grandezza di roba, né a dominio di stati o nobiltà di sangue, il più delle volte cigne et abbraccia e sollieva da terra uno spirito povero: assai più che non fa un bene agiato di ricchezze. E questo lo fa il cielo per mostrarci quanto possa in noi l'influsso delle stelle e de' segni suoi, compartendo a chi più et a chi meno delle grazie sue; le quali sono il più delle volte cagione che nelle complessioni di noi medesimi ci fanno nascere più furiosi o lenti, più deboli o forti, più salvatichi o domestici, fortunati o sfortunati, e di minore e di maggior virtù. E chi di questo dubitasse punto, lo sgannerà al presente la vita di Perino del Vaga, eccellentissimo pittore e molto ingegnoso. Il quale nato di padre povero, e rimaso piccol fanciullo abbandonato da' suoi parenti, fu dalla virtù sola guidato e governato. La quale egli, come sua legittima madre, conobbe sempre, e quella onorò del continovo. E l'osservazione dell'arte della pittura fu talmente seguita da lui con ogni studio, che fu cagione di fare nel tempo suo quegli ornamenti tanto egregii e lodati, che hanno accresciuto come a Genova et al principe Doria. Laonde si può senza dubbio credere che il cielo solo sia quello che conduca gli uomini da quella infima bassezza dove nascono, al sommo della grandezza dove eglino ascendono quando, con l'opere loro affaticandosi, mostrano essere seguitatori delle scienze che pigliano a imparare; come pigliò e seguitò per sua Perino l'arte del disegno, nella quale mostrò eccellentissimamente e con grazia, somma perfezzione. E nelli stucchi non solo paragonò gli antichi, ma tutti gli artefici moderni in quel che abbraccia tutto il genere della pittura, con tutta quella bontà che può maggiore desiderarsi da ingegno umano che voglia far conoscere, nelle difficultà di quest'arte, la bellezza, la bontà e la vaghezza e leggiadria ne' colori e negli altri ornamenti. Ma vegnamo più particolarmente a l'origine sua.
Fu nella città di Fiorenza un Giovanni Buonaccorsi che, nelle guerre di Carlo Ottavo re di Francia, come giovane et animoso e liberale, in servitù con quel principe, spese tutte le facultà sue nel soldo e nel giuoco, et in ultimo ci lasciò la vita. A costui nacque un figliuolo, il cui nome fu Piero, che rimasto piccolo di due mesi per la madre morta di peste, fu con grandissima miseria allattato da una capra in una villa infino che il padre, andato a Bologna, riprese una seconda donna, alla quale erano morti di peste i figliuoli et il marito. Costei con il latte appestato finì di nutrire Piero, chiamato Pierino per vezzi, come ordinariamente per li più si costuma chiamare i fanciulli, il qual nome se gli mantenne poi tuttavia. Costui condotto dal padre in Fiorenza, e nel suo ritornarsene in Francia lasciatolo ad alcuni suoi parenti, quelli, o per non avere il modo o per non voler quella briga di tenerlo e farli insegnare qualche mestiero ingegnoso, l'acconciarono allo speziale del Pinadoro acciò che egli imparasse quel mestiero. Ma non piacendogli quell'arte, fu preso per fattorino da Andrea de' Ceri pittore, piacendogli e l'aria et i modi di Perino e parendogli vedere in esso un non so che d'ingegno e di vivacità da sperare che qualche buon frutto dovesse col tempo uscir di lui.