Il fattore invisibile [Bellwether - it]
- Автор: Уиллис Конни
- Год: 1999
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Diana Fonticoli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il fattore invisibile [Bellwether - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglir romanzo in 1997.
Mi rispose un grugnito soffocato, che mi augurai non provenisse da un inquilino dello zoo. Diedi un’occhiata alla targa sulla porta. — Dottor O’Reilly?
— Sì? — mi rispose una voce maschile proveniente da sotto quello che pareva un impianto di riscaldamento ad aria.
Girai intorno a quell’affare e vidi che ne sporgevano calzoni di velluto a coste marrone, circondati da una confusione di utensili. — Ho un pacco per la dottoressa Turnbull — dissi rivolta alle gambe. — Non è in ufficio. Posso lasciarlo a lei?
— Lo posi pure — disse la voce, senza troppa pazienza.
Cercai dove posare la scatola… un posto che non fosse coperto di apparecchiature video e di matasse di cavetti.
— Non sulle apparecchiature — dissero bruscamente le gambe. — Per terra. Con cura.
Spinsi da parte una corda e due modem e posai a terra la scatola. Mi acquattai accanto alle gambe e dissi: — C’è scritto DEPERIBILE. Deve metterlo in frigo.
— Va bene! — disse l’uomo, brusco. Comparve un braccio lentigginoso in una manica di camicia gualcita; la mano tastò il pavimento intorno alla base del pacco.
Appena fuori portata delle dita c’era un rotolo di nastro adesivo. — Nastro adesivo? — dissi. Glielo passai.
La mano si chiuse intorno al rotolo e rimase lì.
— Non voleva il nastro? — Mi guardai intorno per scoprire che altro potesse cercare. — Pinze? Cacciavite Phillips?
Gambe e braccio sparirono sotto l’impianto di riscaldamento e da dietro emerse una testa. — Mi spiace — disse. Anche la faccia era lentigginosa e sul naso c’era un paio di occhiali dalle lenti spesse come il fondo di una bottiglia di Coca-Cola. — Pensavo che fosse quella tizia della posta.
— Flip — dissi. — No. Flip ha consegnato il pacco nel mio ufficio, per errore.
— Neanche a dirlo. — Uscì da sotto l’impianto di riscaldamento e si alzò. — Mi spiace davvero — disse, spolverandosi. — Di solito non sono così scortese con persone che cercano di consegnare qualcosa. Solo che quella Flip…
— Lo so, lo so — dissi, con un cenno di grande comprensione.
Si ravviò i capelli biondo-rossicci. — L’ultima volta che ha fatto una consegna ha posato il pacco sopra un monitor, che è caduto e ha rotto una videocamera.
— Tipico di Flip — dissi, ma in realtà non ascoltavo. Guardavo lui.
Se, come me, passate un mucchio di tempo ad analizzare le mode e le manie, poi le individuate a prima vista: hippie ecologico, patito del jogging, dottore in scienze commerciali di Wall Street, terrorista urbano. Il dottor O’Reilly non apparteneva a nessuna di queste categorie. Aveva all’incirca la mia età e la mia statura. Portava un camice da laboratorio e calzoni di velluto a coste che erano stati lavati così spesso che le coste erano completamente consumate sulle ginocchia. Si erano anche ristretti e la linea chiara sopra le caviglie rivelava che erano stati allungati.
L’insieme, in particolare le lenti a fondo di bottiglia, avrebbe dovuto produrre un effetto tipo scienziato pazzo, e invece no. Intanto, O’Reilly aveva le lentiggini. E poi calzava scarpe di tela originariamente bianche, sfondate in punta e mezzo scucite. Gli scienziati pazzi portano scarpe nere e calzini bianchi. O’Reilly non aveva neppure un salva-taschino, che invece gli sarebbe servito. Sul taschino del camice da laboratorio c’erano due macchie d’inchiostro di biro e una chiazza di Magic Marker; e una delle tasche applicate era scucita in fondo. E in lui c’era qualcos’altro, una cosa che non riuscivo a individuare e che mi rendeva impossibile classificarlo.
Lo fissai di sottecchi e cercai di stabilire di che cosa si trattasse; lo fissai tanto a lungo che lui mi guardò curiosamente.
— Ho portato il pacco nell’ufficio della dottoressa Tumbull — dissi in fretta — ma lei dev’essere già andata a casa.
— Oggi aveva un meeting sovvenzioni — disse lui. — È bravissima a procurarsele.
— La più importante qualità di uno scienziato, di questi tempi.
— Già. — Sorrise timidamente. — L’avessi io!
— Sandra Foster — mi presentai. Tesi la mano. — Sociologia.
Si ripulì la mano sui calzoni e strinse la mia. — Bennett O’Reilly.
Anche questo era bizzarro. Aveva la mia età. Si sarebbe dovuto chiamare Matt o Mike o, Dio ce ne scampi, Troy. Bennett, invece.
Lo fissai di nuovo. — Biologo? — domandai.
— Teoria del caos.
— Non è un ossimoro?
Rise. — Come ho fatto io, sì. Per questo ho perduto i finanziamenti per il mio progetto e sono venuto a lavorare alla HiTek.
Forse questo giustificava la sua bizzarria, e i calzoni di velluto a coste e le scarpe di tela erano ciò che i teorici del caos indossavano di questi tempi. No, il dottor Applegate, a Chimica, era sempre nel caos e si vestiva come ogni altro del dipartimento Ricerca e Sviluppo: camicia di flanella, berretto da baseball, jeans e Nike.
E quasi tutti alla HiTek lavoravano al di fuori del proprio campo. La scienza ha le sue mode e le sue manie, come qualsiasi altra cosa: teoria delle stringhe, eugenetica, mesmerismo. La teoria del caos era stata di gran moda per un paio d’anni, malgrado l’Utah e la fusione fredda o forse proprio per questo; ma l’una e l’altra erano state soppiantate dall’ingegneria genetica. Se voleva il denaro delle sovvenzioni, il dottor O’Reilly doveva mettere da parte il caos e progettare un esemplare migliorato di topo.
Si chinò sulla scatola. — Non ho un frigo — disse. — Dovrò metterla fuori, sulla veranda. — La raccolse e borbottò un poco. — Oddio, quanto pesa. Probabilmente Flip l’ha consegnata a lei apposta, per non doverla portare fin quaggiù. — La sollevò col ginocchio. — Bene, a nome della dottoressa Turnbull e di tutte le altre vittime di Flip, grazie. — Si avviò in mezzo alla confusione di apparecchiature.
Un chiaro segno di congedo; e poi, a proposito di sovvenzioni, avevo ancora metà dei ritagli sui capelli alla maschietta da suddividere in mucchi ordinati, prima di andare a casa. Ma cercavo ancora di individuare ciò che trovavo di così insolito in lui. Lo seguii nel labirinto di apparecchiature.
— Flip è responsabile anche di questo? — dissi, infilandomi fra due cataste di scatole.
— No — rispose O’Reilly. — Sto mettendo in atto il mio nuovo progetto. — Scavalcò una matassa di cavo.
— Ossia? — Scostai una rete di plastica penzolante.
— Diffusione delle informazioni. — Aprì una porta e uscì sulla veranda. — Qua fuori dovrebbe stare abbastanza al fresco.
— Ah, certo — dissi, stringendomi nelle braccia per difendermi dal gelido vento d’ottobre. La veranda dava su un ampio paddock cintato, con alte staccionate su tutti i lati e una copertura di rete metallica. In fondo c’era un cancello.
— Viene usato per esperimenti su animali di grossa taglia — disse il dottor O’Reilly. — Speravo di avere le scimmie per luglio, così avrebbero potuto stare fuori, ma le scartoffie hanno richiesto più tempo del previsto.
— Scimmie?
— Il mio progetto studia gli schemi di diffusione di informazioni in un gruppo di macachi. Si insegna una cosa a un macaco e poi si documenta come l’informazione si diffonde nel gruppo. Sto lavorando al rapporto fra destrezza utilitaristica e non utilitaristica. Insegno a un macaco una operazione non utilitaristica che presenti una bassa soglia di abilità e molteplici livelli di destrezza…
— Come l’hula-hoop — commentai.
O’Reilly posò la scatola accanto alla porta e si rialzò. — L’hula-hoop?
— L’hula-hoop, il minigolf, il twist. Tutte le mode hanno una bassa soglia di abilità. Per questo non vengono mai di moda le partite lampo a scacchi. E nemmeno la scherma.
O’Reilly spinse contro l’attaccatura del naso gli occhiali dalle lenti a fondo di bottiglia.