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Sindrome atipica [Fatal - it]

Электронная книга - «Sindrome atipica [Fatal - it]». Краткое содержание книги:

Ossessioni. Ricordi rimossi, un'angoscia crescente, poi, all'improvviso, una scintilla che scatena un terrore sepolto in un angolo oscuro dell'anima. Raúl Jiménez, personaggio ambiguo legato al bel mondo di Siviglia, ma anche alla malavita e ai ricordi delle atrocità della Guerra civile, muore all'inizio della Semana Santa, il momento dell'anno più denso di religiosità e passione in una Spagna tutt'altro che solare, anzi, enigmatica e inquieta. L'ispettore capo Javier Falcón capisce ben presto di trovarsi di fronte a un crimine rituale, quasi iniziatico: l'assassino ha voluto impartire alla sua vittima una “lezione di vista”. Jiménez è stato legato e costretto a guardare una videocassetta, finché il suo cuore non ha ceduto…
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Si trovavano sul fianco della collina, tra alberi fitti. Sei metri sotto di loro, due uomini con torce elettriche stavano ispezionando la base del pendio. A quanto pareva, le guardie avevano chiesto aiuto via radio.

«Te lo ripeto», stava dicendo uno dei due, «se ce la fanno a uscire, sarà attraverso uno dei posti giù da quella parte. Non serve a nulla continuare a cercare qui.»

Il secondo uomo scrutò il fianco della collina, ma si fece sfuggire la sua fiaccata preda per solo una quarantina di centimetri.

Matt, che aveva trattenuto il fiato, si avvicinò a Lewis che giaceva pressoché immobile sul terreno umido e coperto di foglie, respirando pesantemente.

«Stai sanguinando da qualche parte», osservò Matt.

«Come se non lo sapessi», ribatté Lewis, grugnendo e reprimendo un colpo di tosse. «Se esamini il fianco destro, proprio tra le costole, credo che troverai il foro di una pallottola.»

11

Trascorsero dieci minuti d’assoluto silenzio e buio, prima che Matt osasse accendere la torcia elettrica ed esaminare Lewis che giaceva immobile, faccia in giù, il fiato corto. La parte sinistra della tuta, della felpa e della T-shirt erano impregnate di sangue. Un foro di proiettile, la ferita d’entrata, ipotizzò Matt, era vicino alla scapola, all’altezza della sesta costola. Sanguinava ancora, anche se lentamente. Pian piano, attento a tenere la torcia il più possibile riparata sotto la maglia insanguinata, fece rotolare Lewis sul fianco destro.

Con le maniche della camicia, Matt lavò via un po’ del sangue. Sospirò di sollievo quando vide il foro di uscita, appena a sinistra del capezzolo. Mentalmente, tracciò una linea tra i due fori. Se la pallottola aveva fatto un percorso diritto, aveva attraversato direttamente il lobo più grande del polmone sinistro. Sapeva, tuttavia, per esperienza, che, a seconda del calibro della pallottola e di altri fattori, raramente il percorso attraversava in linea retta un corpo. Aveva visto un colpo sparato al petto la cui pallottola di basso calibro era entrata vicino alla spina dorsale ed era uscita accanto allo sterno senza neppure attraversare il petto. Il proiettile aveva percorso metà strada attorno al torace, nel muscolo appena sotto la pelle. In un altro caso la vittima, un anziano negoziante che era stato rapinato, non aveva avuto altri sintomi a parte dolore alla spalla e insensibilità al mignolo. La ferita d’entrata era nel braccio sinistro, ma mancava la ferita d’uscita, e i raggi X non avevano evidenziato la pallottola né nella spalla né nell’avambraccio. Alla fine il proiettile fu trovato nello stomaco dell’uomo: era rimbalzato tra le costole e il polmone, perforandolo quattro volte prima di bucare il diaframma e, infine, la parete dello stomaco.

Matt pose le mani sulla schiena di Lewis e cercò, senza riuscirvi, di capire se il polmone sinistro fosse dilatato. Appoggiò poi l’orecchio vicino alla ferita d’entrata e auscultò i rumori del respiro. La situazione era semplicemente troppo strana per poter dire qualcosa.

«Lewis, come va il respiro?» chiese, controllando i battiti nel braccio e nel collo dell’uomo, pulsazioni forti e regolari.

«Andrebbe meglio se potessi avere una di quelle sigarette che sono nella tasca posteriore», borbottò Lewis, interrompendosi due volte per tossire.

«Saranno zuppe d’acqua. Tutto è inzuppato», osservò Matt, addolorato per ciò che, a causa sua, era capitato al vecchio amico.

«Le avevo messe in un sacchetto di plastica. Anche i fiammiferi.»

«Come mai non ne sono sorpreso? Ascolta, Lewis, appena ce ne saremo andati di qui, te ne darò una. Promesso.» Matt spense la torcia. «Che dobbiamo fare ora, secondo te?»

«Non rimanere qui, questo è certo.»

«Riesci a camminare, se ti aiuto?»

Matt pensò che fossero passati quindici minuti o più da quando Lewis era stato colpito da una di quelle pallottole rimbalzanti. In quel lasso di tempo avevano percorso parecchia strada attraverso gallerie strette, basse e sinuose. L’uomo aveva superato la sessantina ed era di esile costituzione, ma era anche forte come un toro.

«Posso provarci», rispose Lewis.

Con cautela, il più silenziosamente possibile, scesero lentamente la collina, scivolando sul didietro. Giunti in fondo, aspettarono di nuovo, con le orecchie tese. Infine Matt mise il braccio attorno alla vita di Lewis e lo aiutò, prima ad alzarsi, poi ad attraversare la stretta radura tra la collina e il bosco. Da qualche parte, in lontananza, sentirono delle voci, ma la minaccia di venire scoperti, almeno per il momento, sì era allontanata.

Penetrarono per una cinquantina di metri nel bosco, poi capirono che Lewis non sarebbe riuscito a raggiungere la moto. Respirando più velocemente, si lasciò cadere contro la base di un pino.

«Non è una cosa maledettamente assurda?» commentò, costellando la sua osservazione con brevi accessi di tosse. «Ho trascorso due anni in Vietnam senza un graffio. E ora questo.»

«Mi sembra ti riesca più difficile prendere fiato.»

«Andrà tutto bene.»

«Lewis, devo portarti in ospedale.»

«Io non ci andrò.»

Tossì di nuovo, ma questa volta non riuscì a reprimere un gemito di dolore. Matt controllò le ferite, che non sanguinavano più, e il battito, che pareva ancora piuttosto forte.

«Ascolta», disse, «devi rimanere qui mentre vado a prendere la moto. Poi ti porterò all’ospedale.»

Gli occhi di Lewis lampeggiarono.

«C’è qualcosa che non va con il tuo udito, ragazzo? Ho detto che non sarei andato all’ospedale. È probabile che quelle guardie non sappiano a chi hanno sparato, ma il mio arrivo in ospedale con un maledetto foro di proiettile in corpo sarebbe una condanna a morte, probabilmente anche per te.»

Rimase senza fiato prima di poter continuare.

«Senti, vado a prendere la moto, se la trovo. Dopo ne riparliamo.»

«Ho detto tutto quello che avevo da dire», ribatté Lewis, incrociando le braccia sul petto.

Gli diede indicazioni per raggiungere il sentiero che avevano preso per arrivare al crepaccio. Matt raccolse la torcia elettrica e la bussola e si accinse ad andarsene. Prima però s’inginocchiò accanto a Slocumb.

«Lewis, sono veramente dispiaciuto per quello che ti è successo», ammise. «Vorrei fosse capitato a me.»

«Ehi, io non lo vorrei proprio», ribatté Lewis con voce nasale. «I miei fratelli mi ucciderebbero in un battito di ali, se pensassero che ho lasciato che ti sparassero. Tu sei il nostro medico.»

«Tornerò presto», promise. «Tu resta qui.» «Era quello che avevo intenzione di fare.» Con tutti i sensi tesi, Matt aggirò la collina, tenendosi alla larga dagli uomini che ne perlustravano la base. Non aveva mai usato una bussola e, dopo un po’, smise di provarci. Erano passate da poco le quattro. Con ogni probabilità, al mattino avrebbero intensificato la loro ricerca. Al buio era stato impossibile capire se Lewis fosse ben nascosto o no. Spronato dal pensiero che forse non lo era, Matt si mise a correre, inciampando più di una volta in grosse radici che sporgevano dal terreno. Era ancora rischioso usare la torcia, ma, dopo essere inciampato ed essere finito di testa in un cespuglio di ginepro, decise che valeva la pena correre quel rischio.

Sapendo vagamente dov’era la collina, continuò la sua corsa alla ricerca della piccola radura dove aveva incatenato la Kawasaki Vulcan. Arrivarci voleva dire avere un’ assoluta fiducia nelle indicazioni di Lewis e un sacco di fortuna, ma non tanta quanta gliene sarebbe servita per fare attraversare il fitto bosco a una moto che pesava ben duecentocinquanta chilogrammi.

Con sua gran sorpresa, fu facile trovare la motocicletta. Il trucco era stato ricordare dove fosse rispetto alle colline e proseguire finché non avesse raggiunto il torrente. Poi aveva svoltato a destra, imboccato uno stretto sentiero e scrutato con attenzione il bosco, finché non aveva scorto la moto.

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