Uomo al piano zero [Ground Zero Man - it]
- Автор: Шоу Боб
- Год: 1972
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Bianca Russo
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Uomo al piano zero [Ground Zero Man - it]». Краткое содержание книги:
Quella sarebbe stata casa sua per una settimana, e già lui si chiedeva come avrebbe fatto a sopravvivere.
11
Ed Montefiore era abbastanza giovane per avere incominciato a lavorare ai calcolatori, e abbastanza vecchio per essere arrivato al vertice del suo settore, privo di un nome ben definito, del Ministero della Difesa.
Il fatto che fosse noto, nella misura possibile a un uomo della sua posizione, come un mago dei calcolatori, era più una questione di economia che una capacità particolare. In realtà, Montefiore aveva un istinto, un talento, un dono che gli permetteva di riparare qualunque tipo di macchina. Non gli importava di conoscere lo schema della macchina, e neanche di sapere a cosa serviva l’apparecchio. Se la macchina era guasta, bastava che ci mettesse su le mani, che entrasse in comunione con lo spirito di chi l’aveva costruita, per scoprire il guasto. Trovato il difetto, se in quel momento aveva voglia di farlo, sistemava rapidamente e facilmente ogni cosa, altrimenti spiegava a un altro cosa bisognava fare e se ne andava soddisfatto. Anzi, da quando aveva cominciato a sfruttare quella sua capacità particolare, aveva smesso quasi subito di eseguire direttamente le riparazioni. Guadagnava di più diagnosticando i guasti che riparandoli.
E di tutti i campi a cui era possibile applicare il suo talento, quello dei calcolatori, si era detto Montefiore, era sicuramente il più redditizio. Aveva passato diversi anni a diagnosticare i guasti, spostandosi nel giro di un’ora da un capo all’altro del mondo, per curare i calcolatori e le batterie dei calcolatori da malattie che i tecnici locali non erano riusciti a sistemare, facendo un mucchio di soldi e conducendo una vita principesca in mezzo a una quantità di cariche.
Proprio quando cominciava ad averne abbastanza di quella vita, il governo aveva fatto i primi approcci alla lontana, a proposito del progetto MENTORE. Come individuo, Montefiore detestava l’idea di un calcolatore unico, immenso, che nella sua banca a dati multipli contenesse tutte le informazioni militari, sociali, finanziarie, criminali e industriali di cui aveva bisogno il governo per il controllo del paese. Però, come uomo dotato di un immenso talento che richiedeva sempre nuovi termini di confronto, si buttò nel progetto senza alcuna riserva. Non gli interessava minimamente la parte tecnica della costruzione della macchina, anche perché le varie parti componenti MENTORE erano relativamente convenzionali e solo collegate assieme diventavano eccezionali. Però tenere in perfetta efficienza coordinata quella struttura immane gli aveva dato una soddisfazione quasi completa. Naturalmente gli aveva anche conferito promozioni, responsabilità e un certo tipo di potere. Nessun cervello umano era in grado di assimilare i dati accatastati nel MENTORE per più di una frazione di minuto, però Montefiore era l’unico ad avere libero accesso alla macchina e sapeva scegliere tra le varie informazioni. In realtà, conosceva tutto quello di cui valeva la pena.
Adesso, mentre se ne stava alla finestra del suo ufficio, il dato base nella sua mente era che stava succedendo qualcosa di molto grave. Un’ora prima gli aveva telefonato il segretario del ministro, con un messaggio molto semplice: Montefiore era pregato di rimanere in ufficio fino a nuova chiamata. Non c’era, nella comunicazione, niente di particolarmente insolito, però il messaggio gli era stato comunicato sul telefono rosso. Montefiore, una volta, aveva fatto il conto che, se un giorno il telefono rosso avesse realmente suonato, v’erano sette probabilità contro una che i missili intercontinentali stessero per fare il balzo verso gli strati superiori dell’atmosfera. Le parole di McKenzie l’avevano in parte tranquillizzato, però gli avevano lasciato un brutto presentimento.
Montefiore era un uomo di statura media, con grosse spalle muscolose e una faccia da ragazzo. Aveva il mento piccolo, ma deciso. Esaminandosi nello specchio del caminetto bianco, decise malinconicamente che, per qualche settimana, doveva bere meno birra. Poi cominciò a chiedersi se l’appello del telefono rosso non avesse messo fine alle bevute di birra, sue e di tutti gli altri. Tornò alla finestra e, mentre guardava i tetti degli autobus che avanzavano lentamente, la segretaria gli annunciò al citofono che il signor McKenzie e il generale Finch stavano per arrivare. Finch era a capo di un gruppo di uomini che, tra le altre mansioni, potevano decidere se premere o meno certi pulsanti. Montefiore, in teoria non avrebbe dovuto neppure conoscere il legame esistente tra Finch e il Comando strategico dell’Aria. Provò un attimo di sgomento nel sentire il nome del generale, e rimpianse di non essere rimasto nell’ignoranza primitiva.
I due uomini entrarono in silenzio, muniti di borse, e si strinsero la mano con un minimo di formalità. Erano entrambi clienti del servizio di informazione del MENTORE e Montefiore li conosceva bene. Lo trattavano sempre con molta cortesia, però la loro estrema correttezza gli ricordava ogni volta che tutta la sua magia in fatto di elettronica era impotente contro la barriera di classe. Lui proveniva dalla piccola borghesia, mentre quei due appartenevano all’aristocrazia. Su questa faccenda niente era cambiato perché nessuno parlava mai di queste cose nella Gran Bretagna dell’emancipazione cockney. McKenzie, alto, colorito, additò una manopola sul tavolo di Montefiore. Lui annuì e la girò, mettendo in azione un apparecchio elettronico che, entro il suo raggio d’azione, impediva anche il funzionamento di un telefono normale. In questo modo era impossibile registrare quello che si diceva lì dentro.
«Di cosa si tratta, Gerard?»
Montefiore si serviva, per principio, del nome di battesimo, e aveva giurato che se qualcuno dei suoi clienti altolocati avesse trovato a ridire su questa abitudine, lui, molto semplicemente, avrebbe abbandonato il progetto MENTORE e si sarebbe rifiutato di tornare ad occuparsene finché il suo diritto di chiamare Trevor Trevor non venisse ratificato.
«Di una faccenda molto grave» disse McKenzie guardando Montefiore dritto negli occhi, cosa che non gli era abituale. Aprì la borsa, ne estrasse delle fotocopie piene di formule e di disegni e le posò sul tavolo.
«Leggete questo.»
«Va bene.» Montefiore scorse le pagine con rapidità professionale e, all’impressione di un disastro imminente, seguì un sollievo immenso. «Fino a che punto ci credete?»
«Il credere non c’entra. Il fatto è che tutta la parte matematica è già stata controllata e trovata esatta.»
«Sì? E da chi?»
«Sproale.»
Montefiore rimase un po’ sopra pensiero. «Se Sproale dice che va bene… E la macchina?» E riesaminò i disegni.
«Sia Rawson sia Vialls hanno dichiarato che è possibile costruire una macchina come quella e che è in grado di fare il lavoro di cui si parla nella lettera.»
«Ed esiste veramente? È questa la domanda a cui volete che risponda?»
«Vogliamo l’uomo che ha scritto la lettera» disse Finch, irritato. Era un uomo asciutto e atletico, per essere sulla cinquantina. Era anche, come ben sapeva Montefiore, il cliente del MENTORE a cui la sua familiarità dava più fastidio.
«In fondo è la stessa cosa, Roger.» Montefiore cercò il tono meno militaresco possibile. «Appena lo troviamo risponderà a tutte le nostre domande.»
Gli occhi di Finch erano cattivi. «È una faccenda urgentissima.»
«Me ne rendo conto, Roger.» Montefiore, evitando di prendere subito in considerazione il problema, aveva aumentato la sua eccitazione, ma adesso si buttava nel compito gradevole di stabilire dei parametri. «Che dati abbiamo su quest’uomo? Che cosa ne sappiamo? Che è un uomo si capisce dalla scrittura, a meno che non abbiamo a che fare con una donna disposta a fare un lungo giro per far perdere le sue tracce.»