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Uomo al piano zero [Ground Zero Man - it]

Электронная книга - «Uomo al piano zero [Ground Zero Man - it]». Краткое содержание книги:

Immaginate di aver costruito un apparecchio (sul tipo di una radio-trasmittente) capace di emettere impulsi capaci a loro volta di innescare la ben nota reazione a catena in tutte le ogive nucleari attualmente esistenti in tutte le basi atomiche del mondo. Per costruire un apparecchio del genere dovreste indubbiamente aver risolto dei problemi scientifici d’una certa difficoltà... Ma se ci pensate un momento vi renderete conto che quelle difficoltà erano niente di fronte al problema che vi aspetta adesso (e che aspetta il protagonista di questo romanzo): quando e in che modo vi proponete di utilizzarlo, il vostro benefico apparecchio?
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«Due uomini! Ma…»

«Mi ero dimenticato di dirvelo?» Crombie-Carson aveva un tono studiatamente apologetico. «Uno dei tre uomini che ha rapito la signorina Knight ha sparato, uccidendo un passante che si era intromesso.»

La seconda parte del colloquio fu durissima, come l’ispettore aveva predetto. Una serie di domande che sembravano non finire più. Spesso riguardanti particolari trascurabili, a volte gridate a volte sussurrate, spirali di parole che si avvolgevano intorno al cervello di Hutchman. Insinuazioni che, se non erano individuate e controbattute immediatamente, rischiavano di trascinarlo a dire la falsità o la verità che non andava detta. Ellissi radenti, pensò a un certo punto Hutchman e, nella sua stanchezza, pensò di aver trovato una definizione assolutamente eccezionale. Alla fine della prova aveva la mente così annebbiata che si trovò a letto in una stanza per ospiti, pulita ma senza finestre della sede di polizia, prima di accorgersi che non lo avevano lasciato andare a casa. Fissò la porta con rabbia, dicendosi che, se fosse stata chiusa, l’avrebbe presa a calci. Ma erano praticamente quarantotto ore che non dormiva, e il suo cervello era stato torchiato selvaggiamente da Crombie-Carson, per cui pensò bene di rimandare il tutto al mattino.

Si addormentò immediatamente.

Lo svegliò il rumore della porta che veniva aperta. Convinto di aver dormito solo pochi minuti, Hutchman diede un’occhiata all’orologio e scoprì che erano le sei e dieci. Sedette e si accorse che aveva indosso un pigiama grigio: guardò la porta che si apriva, per lasciar passare un agente che reggeva un vassoio con un tovagliolo. La stanza si riempì del profumo di pancetta e di tè carico.

«Buongiorno, signore» disse il poliziotto. «Vi ho portato la colazione. Spero che vi piaccia il tè molto forte.»

«Va bene così.» A dire il vero, Hutchman lo preferiva leggero, ma in quel momento era tutto preso da un pensiero molto più importante. Era lunedì, e bisognava imbucare le altre buste. L’impazienza lo fece parlare con voce strozzata. «Immagino di potermene andare quando voglio.»

L’agente levò il tovagliolo, piegandolo meticolosamente. «Dovrete parlarne con l’ispettore Crombie-Carson, signore.»

«Allora non sono libero di andarmene?»

«È una faccenda che riguarda l’ispettore.»

«Non raccontatemi storie. Voi, di servizio in sede, saprete bene chi può andarsene e chi no.»

«Dirò all’ispettore che desiderate parlargli.» L’agente posò il vassoio sulle ginocchia di Hutchman e si diresse alla porta. «Non fate raffreddare la colazione.»

«Un momento! C’è l’ispettore, stamattina?»

«No, signore. Ieri ha avuto una giornata pesante, ed è andato a casa a dormire. Probabilmente ci sarà nel pomeriggio.»

La porta si chiuse sulle ultime parole dell’agente, prima che Hutchman riuscisse a liberarsi del vassoio: in quel momento capì che gli era stato messo sulle ginocchia per immobilizzarlo. L’appoggiò sul tavolino da notte e andò alla porta. Era chiusa. Fece il giro della stanza finché arrivò di nuovo al letto. Il prosciutto era mal cotto, e nelle uova strapazzate avevano messo troppo burro: una poltiglia unta e gialla. Hutchman prese la tazza del tè e provò a berne una sorsata. Era troppo dolce e troppo forte, però abbastanza caldo. Bevve piano, assaporando le scosse leggere che gli correvano nei nervi a ogni sorso. Il tè non aveva certo un valore nutritivo, però, se non altro, lo aiutava a pensare.

Nel pomeriggio, con tutta probabilità, sarebbe arrivato in tempo a spedire gli ultimi plichi. Ma che garanzia aveva di essere libero? L’agente aveva detto che, probabilmente, Crombie-Carson sarebbe venuto nel pomeriggio, però, anche ammettendo che lo facesse, non era detto che avvertissero Hutchman. E così, un passo alla volta, c’era il rischio che l’ispettore mettesse finalmente le carte in tavola e dicesse che intendeva trattenerlo per qualche giorno, se non di più. Hutchman tentò di farsi venire in mente i diritti legali del cittadino. Sapeva che i poteri della polizia, compreso quello di trattenere gli indiziati senza spiegazioni, da tre anni a questa parte erano stati estesi, come misura restrittiva della società, per combattere la violenza dilagante. Nella sicurezza della sua vita di prima Hutchman aveva approvato che la polizia avesse maggiore autorità, le rare volte che aveva pensato a quel problema. Adesso non lo sopportava.

Il lato peggiore della faccenda era che lui sapeva benissimo perché avrebbero potuto trattenerlo, mentre non aveva la più vaga idea del perché la polizia lo faceva. Welland era morto, Audrey era stata rapita dal suo appartamento e un terzo, innocente, era stato ammazzato per strada. Tutto questo, come aveva giustamente intuito Crombie-Carson, era un risultato diretto delle azioni di Hutchman. E cosa stava succedendo ad Audrey, in quel preciso momento? Se i Sovietici, o chiunque fosse, l’avevano sequestrata, lei avrebbe rivelato tutto quello che sapeva. Al che si sarebbero messi in contatto con Whitehall, e un gruppo di uomini senza volto sarebbe venuto a Crymchurch, a cercarlo.

Hutchman finì il tè e fece una smorfia quando sentì sotto la lingua lo zucchero non ancora ben sciolto. Fabbricando la macchina aveva aperto la caccia contro se stesso. Non aveva importanza chi l’avrebbe fatto fuori, ma al momento della cattura ci sarebbero stati brindisi a Whitehall, al Pentagono e al Cremlino. Oltre che a Pechino e a Parigi. E lui stava lì, tranquillo, col pigiama del governo addosso, come un insetto tremante che aspetta di essere schiacciato. Eppure potevano arrivare, da un momento all’altro!

Con uno scatto di energia, balzò in piedi e cercò i suoi vestiti. I pantaloni, la maglia e la giacca scura erano appesi in un armadio a muro. Si vestì rapidamente e si frugò in tasca. Non avevano toccato niente, compreso il denaro, quanto gli rimaneva di quello che gli aveva dato Vicky perché lo versasse sul conto, e un piccolo temperino. La lama era lunga al massimo due centimetri e mezzo, e l’oggetto costituiva un’arma molto meno efficace dei pugni o dei calci. Lucas si guardò attorno in cerca di ispirazione, poi andò alla porta e cominciò a prenderla a calci, colpi lenti e ritmici che producevano il massimo rumore. La porta, a dire il vero, faceva ben poco rumore, ma dopo qualche minuto sentì girare la serratura. Quando la porta si aprì vide il giovane agente di poco prima accompagnato da un sergente.

«Ma che vi prende?» gli chiesero, sdegnati. «Perché date calci alla porta?»

«Voglio uscire.» Hutchman partì verso il corridoio, cercando di toglierli di mezzo. «Non avete diritto di tenermi sotto chiave.»

Il sergente lo cacciò indietro. «Restate dove siete, finché l’ispettore non vi dirà che potete andare. E se ricominciate a dare calci alla porta, vi lego mani e piedi. Chiaro?»

Hutchman annuì docilmente, si voltò e poi, con uno scatto, si buttò fuori. Si trovò miracolosamente in corridoio e finì dritto tra le braccia di un terzo poliziotto. Era più grosso dei altri due messi assieme, una specie di maroso in divisa azzurra che trascinò sulla cresta Hutchman senza il minimo sforzo, ricacciandolo nella stanza.

«La vostra è stata una cretinaggine» disse il sergente. «Avete aggredito un pubblico ufficiale, potrei anche trasferirvi in cella. Perciò vi consiglio di starvene quieto il più possibile.»

Sbatté la porta, lasciando Hutchman più solo e più prigioniero di prima. Il labbro superiore, che era entrato in collisione con un bottone della divisa, gli faceva male. Si mise a camminare avanti e indietro per la stanzetta, scosso da un tremito e cercando di accettare il fatto di essere prigioniero e che, anche se la sua causa era giusta e se parecchie vite umane dipendevano dalla sua, non sarebbe certo intervenuto un fulmine per abbattere quelle pareti. Ma è una follia, pensava, avvilito. Io che posso far ballare i neutroni non riesco a mettere nel sacco dei poliziotti di provincia? Sedette sull’unica seggiola, cercando un sistema per recuperare la libertà. Poco dopo si avvicinò al letto e tolse le lenzuola, scoprendo un materasso di gommapiuma.

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