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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Il Cronaca dunque condusse la detta cornice con grande arte, insino al mezzo intorno intorno a quel palazzo, col dentello et uovolo, e da due bande la finì tutta, contrapesando le pietre in modo perché venissino bilicate e legate, che non si può veder cosa murata meglio, né condotta con più diligenza a perfezzione. Così anche tutte l'altre pietre di questo palazzo sono tanto finite e ben commesse ch'elle paiono non murate, ma tutte d'un pezzo. E perché ogni cosa corrispondesse fece fare per ornamento del detto palazzo ferri bellissimi per tutto e le lumiere che sono in su' canti, e tutti furono da Niccolò Grosso Caparra, fabro fiorentino, con grandissima diligenza lavorate. Vedesi in quelle lumiere maravigliose le cornici, le colonne, i capitegli e le mensole saldate di ferro con maraviglioso magistero. Né mai ha lavorato moderno alcuno di ferro machine sì grandi e sì difficili con tanta scienza e pratica. Fu Niccolò Grosso persona fantastica e di suo capo, ragionevole nelle sue cose e d'altri, né mai voleva di quel d'altrui. Non volse mai far credenza a nessuno de' suoi lavori, ma sempre voleva l'arra. E per questo Lorenzo de' Medici lo chiamava il Caparra e da molti altri ancora per tal nome era conosciuto. Egli aveva appiccato alla sua bottega una insegna, ne la quale erano libri ch'ardevano; per il che, quando uno gli chiedeva tempo a pagare, gli diceva: "Io non posso, perché i miei libri abbrucciano e non vi si può più scrivere debitori". Gli fu dato a fare, per i signori Capitani di parte Guelfa, un paio d'alari, i quali avendo egli finiti, più volte gli furono mandati a chiedere. Et egli di continuo usava dire: "Io sudo e duro fatica su questa encudine e voglio che qui su mi siano pagati i miei danari". Per che essi di nuovo rimandorno per il lor lavoro et a dirgli che per i danari andasse che subito sarebbe pagato, et egli ostinato rispondeva che prima gli portassero i danari. Laonde il proveditore venuto in collera, perché i capitani gli volevano vedere, gli mandò dicendo ch'esso aveva avuto la metà dei danari e che mandasse gli alari che del rimanente lo sodisfarebbe. Per la qual cosa il Caparra, avvedutosi del vero, diede al donzello uno alar solo, dicendo: "Te' porta questo ch'è il loro e, se piace a essi, porta l'intero pagamento che te gli darò, perciò che questo è mio". Gli ufficiali, veduto l'opera mirabile che in quello aveva fatto, gli mandarono i danari a bottega et esso mandò loro l'altro alare. Dicono ancora che Lorenzo de' Medici volse far fare ferramenti per mandare a donar fuora, acciò che l'eccellenza del Caparra si vedesse; per che andò egli stesso in persona a bottega sua e per avventura trovò che lavorava alcune cose che erano di povere persone da le quali aveva avuto parte del pagamento per arra; richiedendolo dunque Lorenzo, egli mai non gli volse promettere di servirlo se prima non serviva coloro, dicendogli che erano venuti a bottega inanzi a lui e che tanto stimava i danari loro quanto quei di Lorenzo.

Al medesimo portarono alcuni cittadini giovani un disegno perché facesse loro un ferro da sbarrare e rompere altri ferri con una vite, ma egli non gli volle altrimenti servire, anzi sgridandogli disse loro: "Io non voglio per niun modo in così fatta cosa servirvi, perciò che non sono se non instrumenti da ladri e da rubare o svergognare fanciulle. Non sono vi dico cosa per me, né per voi, i quali mi parete uomini da bene". Costoro, veggendo che il Caparra non voleva servirgli, dimandarono chi fusse in Fiorenza che potesse servirgli; per che venuto egli in collera con dir loro una gran villania se gli levò d'intorno. Non volle mai costui lavorare a Giudei, anzi usava dire che i loro danari erano fraccidi e putivano. Fu persona buona e religiosa, ma di cervello fantastico et ostinato: né volendo mai partirsi di Firenze, per offerte che gli fussero fatte, in quella visse e morì. Ho di costui voluto fare questa memoria, perché invero nell'esercizio suo fu singolare e non ha mai avuto, né averà pari, come si può particolarmente vedere ne' ferri e nelle bellissime lumiere di questo palazzo degli Strozzi, il quale fu condotto a fine dal Cronaca et adornato d'un ricchissimo cortile d'ordine corinzio e dorico con ornamenti di colonne, capitelli, cornici, fenestre e porte bellissime. E se a qualcuno paresse che il didentro di questo palazzo non corrispondesse al difuori, sappia che la colpa non è del Cronaca, perciò che fu forzato accommodarsi dentro al guscio principiato da altri e seguitare in gran parte quello che da altri era stato messo inanzi, e non fu poco che lo riducesse a tanta bellezza, quanta è quella che vi si vede. Il medesimo si risponde a coloro che dicessino che la salita delle scale non è dolce, né di giusta misura, ma troppo erta e repente; e così anco a chi dicesse che le stanze e gl'altri apartamenti di dentro non corrispondessino, come si è detto, alla grandezza e magnificenza di fuori. Ma non perciò sarà mai tenuto questo palazzo, se non veramente magnifico e pari a qualsivoglia privata fabrica, che sia stata in Italia a' nostri tempi edificata. Onde meritò e merita il Cronaca, per questa opera, infinita comendazione.

Fece il medesimo la sagrestia di Santo Spirito in Fiorenza, che è un tempio a otto facce, con bella proporzione e condotto molto pulitamente. E fra l'altre cose, che in questa opera si veggiono, vi sono alcuni capitelli condotti dalla felice mano d'Andrea dal Monte Sansovino, che sono lavorati con somma perfezzione. E similmente il ricetto della detta sagrestia, che è tenuto di bellissima invenzione, se bene il partimento come si dirà non è su le colonne ben partito. Fece anco il medesimo la chiesa di S. Francesco dell'Osservanza in sul poggio di San Miniato fuor di Firenze e similmente tutto il convento de' frati de' Servi, che è cosa molto lodata. Ne' medesimi tempi, dovendosi fare, per consiglio di fra' Ieronimo Savonarola, allora famosissimo predicatore, la gran sala del Consiglio nel palazzo della Signoria di Firenze, ne fu preso parere con Lionardo da Vinci, Michelagnolo Buonaroti, ancora che giovanetto, Giuliano da San Gallo, Baccio d'Agnolo e Simone del Pollaiuolo detto il Cronaca, il quale era molto amico e divoto del Savonarola. Costoro dunque, dopo molte dispute, dettono ordine d'accordo che la sala si facesse in quel modo ch'ell'è poi stata sempre insino che ella si è ai giorni nostri quasi rinovata, come si è detto e si dirà in altro luogo. E di tutta l'opera fu dato il carico al Cronaca, come ingegnoso et anco come amico di fra' Girolamo detto, et egli la condusse con molta prestezza e diligenza e particolarmente mostrò bellissimo ingegno nel fare il tetto, per essere l'edifizio grandissimo per tutti i versi. Fece dunque l'asticciuola del cavallo, che è lunga braccia trentotto da muro a muro, di più travi commesse insieme, augnate et incatenate benissimo, per non esser possibile trovar legni a proposito di tanta grandezza e dove gl'altri cavalli hanno un monaco solo, tutti quelli di questa sala n'hanno tre per ciascuno, uno grande nel mezzo et uno da ciascun lato, minori. Gl'arcali sono lunghi a proporzione e così i puntoni di ciascun monaco, né tacerò che i puntoni de' monaci minori pontano dal lato verso il muro nell'arcale e verso il mezzo nel puntone del monaco maggiore.

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