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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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D.O.M.

RAPHAEL SANCTIO IOANNIS FILIO

URBINATI

PICTORI EMINENTISSIMO VETERUMQUE AEMULO

CUIUS SPIRANTEIS PROPE IMAGINEIS

SI CONTEMPLERE

NATURAE ATQUE ARTIS FOEDUS

FACILE INSPEXERIS

IULII II ET LEONIS X PONTT MAXX.

PICTURAE ET ARCHITECTURAE OPERIBUS

GLORIAM AUXIT

VIXIT ANNOS XXXVII INTEGER INTEGROS

QUO DIE NATUS EST EO ESSE

DESIIT VIII D APRILIS MDXX.

ILLE HIC EST RAPHAEL, TIMUIT QUO SOSPITE VINCI

RERUM MAGNA PARENS, ET MORIENTE MORI.

Et il conte Baldassarre Castiglione scrisse de la sua morte in questa maniera:

Quod lacerum corpus medica sanaverit arte;

Hippolytum Stigiis et revocarit aquis;

ad Stygias ipse est raptus Epidaurius undas;

sic precium vitae, mors fuit artifici.

Tu quoque dum toto laniatam corpore Romam

componis miro Raphael ingenio;

atque Urbis lacerum ferro, igni, annisque cadaver,

ad vitam, antiquum iam revocasque decus,

movisti superum invidiam indignataque Mors est,

te dudum extinctis reddere posse animam,

et quod longa dies paulatim aboleverat, hoc te

mortali spreta lege parare iterum.

Sic miser heu prima cadis intercepte juventa,

deberi et morti, nostraque nosque mones.

VITA DI GUGLIELMO DA MARCILLA PITTORE FRANZESE E MAESTRO DI FINESTRE INVETRIATE

In questi medesimi tempi, dotati da Dio di quella maggior felicità che possino aver l'arti nostre, fiorì Guglielmo da Marcilla franzese, il quale, per la ferma abitazione et affezione che e' portò alla città d'Arezzo, si può dire se la eleggesse per patria, che da tutti fussi reputato e chiamato aretino. E veramente de' benefizii che si cavano della virtù è uno, che sia pure di che strana e lontana regione o barbara et incognita nazione quale uomo si voglia, pure che egli abbia lo animo ornato di virtù e con le mani faccia alcuno esercizio ingegnoso, nello apparir nuovo in ogni città dove e' camina, mostrando il valor suo, tanta forza ha l'opera virtuosa che di lingua in lingua in poco spazio gli fa nome e le qualità di lui diventano pregiatissime et onoratissime.

E spesso avviene a infiniti, che di lontano hanno lasciato le patrie loro, nel dare d'intoppo in nazioni che siano amiche delle virtù e de' forestieri per buono uso di costumi, trovarsi accarezzati e riconosciuti sì fattamente, ch'e' si scordano il loro nido natìo et un altro nuovo s'eleggono per ultimo riposo; come per ultimo suo nido elesse Arezzo, Guglielmo, il quale nella sua giovanezza attese in Francia all'arte del disegno et insieme con quello diede opera alle finestre di vetro, nelle quali faceva figure di colorito non meno unite che se elle fossero d'una vaghissima et unitissima pittura a olio.

Costui ne' suoi paesi, persuaso da' prieghi d'alcuni amici suoi, si ritrovò alla morte d'un loro inimico, per la qual cosa fu sforzato nella Religione di San Domenico in Francia pigliare l'abito di frate, per essere libero dalla corte e da la giustizia. E se bene egli dimorò nella religione, non però mai abbandonò gli studi dell'arte, anzi continuando gli condusse ad ottima perfezzione. Fu per ordine di papa Giulio II dato commissione a Bramante da Urbino di far fare in palazzo molte finestre di vetro, perché nel domandare che egli fece de' più eccellenti, fra gli altri, che di tal mestiero lavoravano, gli fu dato notizia d'alcuni che facevano in Francia cose maravigliose, e ne vide il saggio per lo ambasciator francese che negoziava allora appresso Sua Santità, il quale aveva in un telaro, per finestra dello studio, una figura lavorata in un pezzo di vetro bianco con infinito numero di colori sopra il vetro lavorati a fuoco; onde per ordine di Bramante fu scritto in Francia che venissero a Roma, offerendogli buone provisioni. Laonde maestro Claudio Franzese, capo di questa arte, avuto tal nuova, sapendo l'eccellenza di Guglielmo, con buone promesse e danari, fece sì che non gli fu difficile trarlo fuor de' frati, avendo egli per le discortesie usategli e per le invidie, che son di continuo fra loro, più voglia di partirsi che maestro Claudio bisogno di trarlo fuora. Vennero dunque a Roma, e lo abito di San Domenico si mutò in quello di San Piero. Aveva Bramante fatto fare allora due fenestre di trevertino nel palazzo del papa, le quali erano nella sala dinanzi alla cappella, oggi abbellita di fabbrica in volta per Antonio da San Gallo, e di stucchi mirabili per le mani di Perino del Vaga fiorentino, le quali fenestre da maestro Claudio e da Guglielmo furono lavorate, ancora che poi per il sacco spezzate per trarne i piombi per le palle degli archibusi, le quali erano certamente maravigliose. Oltra queste ne fecero per le camere papali infinite, delle quali il medesimo avvenne che dell'altre due. Et oggi ancora se ne vede una nella camera del fuoco di Raffaello sopra torre Borgia, nelle quali sono Angeli che tengono l'arme di Leon X.

Fecero ancora in S. Maria del Popolo due fenestre nella capella di dietro alla Madonna con le storie della vita di lei, le quali di quel mestiero furono lodatissime. E queste opere non meno gli acquistarono fama e nome che comodità alla vita. Ma maestro Claudio disordinando molto nel mangiare e bere, come è costume di quella nazione, cosa pestifera all'aria di Roma, ammalò d'una febbre sì grave che in sei giorni passò a l'altra vita. Per che Guglielmo, rimanendo solo e quasi perduto senza il compagno, da sé dipinse una fenestra in Santa Maria de Anima, chiesa de' Tedeschi in Roma, pur di vetro, la quale fu cagione che Silvio cardinale di Cortona gli fece offerte e convenne seco perché in Cortona sua patria alcune fenestre et altre opere gli facesse, onde seco in Cortona lo condusse a abitare. E la prima opera che facesse fu la facciata di casa sua, che è volta su la piazza, la quale dipinse di chiaro oscuro e dentro vi fece Crotone e gli altri primi fondatori di quella città. Laonde il cardinale, conoscendo Guglielmo non meno buona persona che ottimo maestro di quella arte, gli fece fare nella Pieve di Cortona la fenestra della cappella maggiore; nella quale fece la Natività di Cristo et i Magi che l'adorano. Aveva Guglielmo bello spirito, ingegno e grandissima pratica nel maneggiare i vetri, e massimamente nel dispensare in modo i colori che i chiari venissero nelle prime figure et i più oscuri, di mano in mano, in quelle che andavano più lontane; et in questa parte fu raro e veramente eccellente. Ebbe poi nel dipignergli ottimo giudizio, onde conduceva le figure tanto unite che elle si allontanavano a poco a poco, per modo che non si apiccavano, né con i casamenti, né con i paesi, e parevano dipinte in una tavola o più tosto di rilievo. Ebbe invenzione e varietà nella composizione delle storie e le fece ricche e molto accomodate, agevolando il modo di fare quelle pitture che vanno commesse di pezzi di vetri, il che pareva et è veramente, a chi non ha questa pratica e destrezza, difficilissimo. Disegnò costui le sue pitture per le finestre con tanto buon modo et ordine, che le commettiture de' piombi e de' ferri che attraversano in certi luoghi l'accomodarono di maniera nelle congiunture delle figure e nelle pieghe de' panni, che non si conoscano, anzi davano tanta grazia che più non arebbe fatto il pennello e così seppe fare della necessità virtù.

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