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READ-E-BOOK » Криминальные детективы » Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]
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Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]

Электронная книга - «Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]». Краткое содержание книги:

Università d’Islanda. In un mattino di fine ottobre, il silenzio del dipartimento di Storia viene lacerato da un grido. Aprendo la porta di uno stanzino, il direttore si vede crollare addosso un cadavere senza occhi e con una runa magica incisa sul petto. Il corpo è quello di Harald Guntlieb, enigmatico dottorando tedesco con la passione per il cupo periodo della caccia alle streghe. Ma chi era veramente Harald? Per la polizia, che chiude frettolosamente il caso con l’arresto di un piccolo spacciatore, era solo uno stravagante ragazzo ricco in vena di emozioni forti, dalle perversioni sessuali alle modificazioni corporee estreme. Per Matthew Reich, inviato in Islanda dalla famiglia Guntlieb per riaprire le indagini, era uno dei massimi esperti europei di magia nera, grazie a un’inestimabile quanto agghiacciante collezione ereditata dal nonno. Per Thora Gudmundsdottir, l’avvocatessa incaricata di assistere l’affascinante Matthew, era solo un figlio non amato, incamminatosi fra le tenebre per inseguire un miraggio. Non resta dunque che ripercorrere i passi del giovane in un folle labirinto sulle tracce di un libro maledetto, fra antichi sortilegi e moderne rivalità accademiche, per svelare un mistero sempre più tetro, complesso e intrigante…
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La donna spalancò gli occhi stupita. «Ma non è già stato arrestato un tizio?»

«Abbiamo i nostri dubbi che si tratti del vero colpevole», rispose Thora senza farla troppo lunga e si accorse che la sua rivelazione aveva ulteriormente messo in subbuglio la povera donna. Perciò si affrettò ad aggiungere: «Penso proprio che lei non abbia assolutamente niente da temere; chiunque sia stato, non verrà certo a fare visita a voi».

«No, non intendevo dire questo», replicò l’altra senza convinzione. «Pensavo che il caso fosse chiuso e archiviato.»

Poi i tre si salutarono e Thora e Matthew entrarono nel tepore dell’atrio. Dall’ingresso partiva una scala interna laccata di bianco che portava al secondo piano, dove si trovava l’abitazione del ragazzo. Accanto alla scala c’era anche la porta dello stanzino lavanderia, in comune con l’altro appartamento. Salirono i gradini e, arrivati sul pianerottolo superiore, Matthew aprì la porta dell’appartamento con la seconda chiave.

Entrando, Thora pensò subito che la definizione «un posto normale» fosse quantomeno riduttiva.

8

Gunnar Gestvik, direttore del dipartimento di Storia dell’Università d’Islanda, avanzava a passi rapidi lungo il corridoio verso l’ufficio della direttrice dell’Istituto Arni Magnusson. Salutò con un cenno del capo un giovane laureato in storia che incontrò sulla sua strada. Il giovane rispose con un sorriso impacciato, che ricordò a Gunnar la fama recentemente ottenuta tra le mura dell’università e dei suoi numerosi dipartimenti. Sembrava che chiunque sapesse che era stato proprio lui a prendersi addosso il cadavere di Harald Guntlieb, ricavandone un bell’esaurimento nervoso. Non era mai stato, per così dire, famoso come adesso. Purtroppo, fra coloro che gli si avvicinavano per rivolgergli la parola pochi potevano classificarsi come suoi amici. Ovviamente, prima o poi le cose sarebbero tornate alla normalità tanto agognata, ma solo Dio sapeva quanto Gunnar già si fosse stancato di rispondere a tutte quelle domande stupide e invadenti. Ormai gli veniva la nausea davanti ai volti compassionevoli delle persone che cercavano di farsi coraggio per rivolgergli quelle domande idiote. Era un’espressione che voleva mostrare da una parte tristezza per la morte prematura del giovane, dall’altra solidarietà per Gunnar — ma il risultato era sempre un altro, senza eccezioni. Su quelle facce si leggeva solamente un interesse morboso per l’orribile trattamento subito dal corpo di Harald, e il sollievo che una cosa del genere fosse capitata a qualcun altro e non a loro. Non sarebbe stato meglio per lui seguire il consiglio del rettore e prendersi due mesi di permesso? Non ne era certo. In sua assenza la gente avrebbe perso sicuramente l’interesse per l’intera faccenda, ma il caso si sarebbe riacceso quando l’accusato sarebbe stato condotto in tribunale per il processo. Prendendosi quel congedo, Gunnar non avrebbe fatto altro che rimandare l’inevitabile. Inoltre, un suo allontanamento avrebbe suscitato tutta una serie di illazioni senza fondamento, per esempio che fosse stato ricoverato in un ospedale psichiatrico o che si fosse chiuso in casa in preda ai fumi dell’alcol, o qualcosa di peggiore. No, probabilmente era stata una decisione giusta quella di rinunciare alla vacanza forzata e lasciar calmare le acque. Alla fine si sarebbero tutti stancati di parlare di quella storia e avrebbero ripreso a evitarlo come prima.

Gunnar bussò piano alla porta della potente direttrice dell’Istituto Arni Magnusson, Maria Einarsdottir, più per formalità che per altro, dato che poi spalancò la porta senza attendere di essere invitato a entrare. La donna si trovava al telefono e gli fece segno di accomodarsi, cosa che Gunnar fece immediatamente. Si spazientì aspettando che Maria terminasse il suo colloquio telefonico che, a quanto capiva, si riferiva all’ordinazione di un toner per la stampante.

Gunnar cercò di non far trapelare troppo il suo nervosismo. Quando Maria lo aveva chiamato al telefono, pochi minuti prima, gli aveva detto che si trattava di una faccenda molto grave e lo aveva pregato di raggiungerla immediatamente nel suo ufficio. Gunnar aveva dovuto mettere da parte il progetto a cui stava lavorando in quel momento, una domanda di borsa di studio Erasmus a favore del dipartimento di Storia, in collaborazione con l’Università di Bergen in Norvegia. La domanda doveva essere inoltrata in inglese e Gunnar stava appunto per ingranare la marcia in quella lingua quando era arrivata la chiamata di Maria. Se quella faccenda così grave riguardava solo un dannato toner per la stampante gliene avrebbe dette delle belle! Anzi, si stava già preparando un bel discorsetto quando Maria posò la cornetta e si voltò seria verso di lui.

Prima di cominciare a parlare, fissò il volto dell’uomo con espressione pensosa, come se stesse cercando di ponderare le parole da rivolgere al collega. Le dita della mano destra presero a tamburellare sul bordo della scrivania. Dopo un lungo sospiro, finalmente disse: «Cristo!»

Non ha certo usato il tempo per misurare le parole, pensò Gunnar, deluso nel sentire la direttrice dell’Istituto Arni Magnusson usare certe espressioni. Quanto erano cambiati i tempi da quando era giovane lui, quarant’anni or sono. Allora si teneva ad adoperare un linguaggio forbito, cosa che oggi appariva invece sempre più un fatto obsoleto, quasi ridicolo. Addirittura un’intellettuale come Maria, dotata di profonda cultura e di un’età non più giovane, ricorreva a quei solecismi non certo appropriati. Gunnar si schiarì la gola. «Che c’è di tanto urgente, Maria?»

«Cristo!» ripeté lei, scorrendo le dita di entrambe le mani tra i capelli tagliati corti, che sulle tempie si stavano imbiancando. Infine scosse il capo e si decise a parlare. «Manca un’epistola antica.» Una breve pausa, e poi: «Che è stata rubata».

Gunnar sembrò ricevere una scossa fisica, poi ringhiò: «In che senso? Rubata? Dall’esposizione?»

Maria emise un gemito. «No, non dall’esposizione. Da qui dentro, da questo edificio!»

Gunnar rimase a bocca spalancata. Da lì dentro? «Ma come è possibile?»

«Ottima domanda. A quanto ne so, questa è la prima volta che accade un fatto del genere qui dentro.» Poi aggiunse in tono cupo: «Chissà, forse è scomparso anche qualcos’altro. Come sai bene, qui vengono conservati più di milleseicento codici e frammenti di manoscritti antichi provenienti dalla collezione di Arni Magnusson, oltre a tutte le epistole e le missive storiche appartenenti alla collezione stessa e a circa centocinquanta codici della Reale Biblioteca di Copenhagen. E poi ci sono una settantina di manoscritti e numerose lettere di diversa origine». Maria fece una breve pausa e fissò Gunnar negli occhi. «È sottinteso che a questo punto parte un’inchiesta per vagliare l’intera collezione in nostro possesso e scoprire se si sono volatilizzati altri documenti preziosi. Quello che invece volevo dirti a quattr’occhi, mio caro, prima che la notizia trapeli, è che nel momento in cui il controllo sarà stato effettuato non ci saranno più dubbi in proposito».

«Che intendi dire? Cosa c’entro io?» Il tono di Gunnar era un misto di stupore e risentimento. Pur essendo il direttore del dipartimento di Storia, non aveva mai dovuto — o bisognava dire potuto? — avere rapporti stretti con gli studiosi dell’istituto. «Stai forse accusandomi di avervi sottratto quell’epistola?»

«Per Dio, Gunnar. È meglio che ti spieghi come stanno le cose, prima che ti metti a chiedermi se sospetto il rettore del furto!» Maria gli consegnò una lettera che giaceva sul suo tavolo. «Ricordi il carteggio antico che ricevemmo in prestito dall’Archivio di Stato di Danimarca?»

Gunnar scosse il capo. L’istituto riceveva spesso in prestito dall’estero collezioni di documenti che avevano qualche relazione con i progetti interni di ricerca. Gunnar ne riceveva sì notizia, ma non sempre, e oltretutto non era tenuto a ricordarsi di ogni collezione che arrivava in sede, a meno che non riguardasse il suo specifico campo di studio. Ma quella raccolta di documenti dell’archivio danese non lo era stata. Diede allora una rapida occhiata alla lettera, firmata da un certo Karsten Josephsen, direttore di sezione dell’Archivio di Stato e scritta in danese, dove si faceva presente che stava per scadere il termine del prestito e quindi bisognava preparare la restituzione del carteggio. Gunnar riconsegnò il foglio a Maria. «Non ne sapevo niente.»

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