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Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]

Электронная книга - «Il regno dei lupi. La regina dei draghi. [A Clash of Kings - it]». Краткое содержание книги:

Nel secondo capitolo della saga delle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” una rossa cometa apparsa nel cielo dei Sette Regni sembra annunciare tremende sciagure. La lunga estate dell'abbondanza sta per finire, mentre quattro pretendenti, in aperta guerra gli uni contro gli altri, si contendono il Trono di Spade.
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«Fine del viaggio» il sussurro di Davos si dilatò sull’acqua scura come uno zampettare di topi nel buio. «A meno che non ci sia qualcuno dall’altra parte a sollevare la grata.»

«Abbiamo superato le mura?»

«Sì. Siamo proprio sotto la fortezza. È impossibile proseguire. La grata cala fino al fondale, e le sbarre sono talmente vicine l’una all’altra che nemmeno un bambino riuscirebbe a infilarsi.»

Nessuna risposta, solo un lieve fruscio. Poi una luce accecante dilagò nelle tenebre.

Davos sollevò l’avambraccio a proteggersi gli occhi. Sentì il respiro che si fermava in gola. Melisandre di Asshai abbassò il cappuccio e scivolò fuori dal mantello; sotto era completamente nuda, e anche grottescamente gravida. I seni rigonfi cascavano pesanti sul suo petto, e il ventre sembrava sul punto di esplodere.

«Gli dei ci aiutino…» sussurrò Davos.

La donna rossa rispose con una risata gutturale, distorta. I suoi occhi erano braci fiammeggianti. Il sudore che copriva la sua pelle pareva dotato di una demoniaca luminescenza interna. Melisandre di Asshai scintillava.

Con il respiro pesante, la donna rossa sedette sui talloni e divaricò le gambe. Il sangue le stava ruscellando lungo le cosce, nero come inchiostro. L’urlo che le sfuggì dalle labbra poteva essere di sofferenza. O anche di estasi. O di tutte e due le cose insieme. Davos vide la sommità del cranio di un essere apparire dall’orifizio nel grembo di lei. Due mani emersero da dentro Melisandre insieme a un’altra cascata di sangue nero. Poi vennero le braccia, arti neri che si contorcevano alla ricerca di un appiglio. Alla fine, l’essere fu completamente fuori del suo corpo.

Un’ombra, nient’altro che un’ombra.

Torreggiò più alta di Davos, più alta del tunnel. Un’immane entità nera sopra lo scafo. L’ombra strisciò tra le sbarre della grata, svanendo sulla superficie dell’acqua. Fu solo un istante.

Ma Davos Seaworth conosceva quell’ombra.

E conosceva l’uomo cui apparteneva.

JON

L’allarme riecheggiò nel buio delle tenebre.

Jon Snow si sollevò appoggiandosi su un gomito, mentre la sua mano afferrava d’istinto l’impugnatura di Lungo artiglio. Anche l’accampamento attorno a lui cominciò ad agitarsi. “Il corno che risveglia i dormienti” pensò.

La lunga nota grave continuò, al limite dell’udibile. Le sentinelle lungo l’anello di roccia si bloccarono sui loro passi, con il fiato che si condensava nell’aria gelida, gli sguardi rivolti verso occidente. Il suono del corno svanì. Perfino il vento parve svanire. Gli uomini uscirono da sotto le loro coperte, afferrando spade e picche, muovendosi in silenzio, rimanendo in ascolto. Un cavallo nitrì, venne subito acquietato. Per un lungo momento, fu come se l’intera foresta stregata trattenesse il respiro. I Guardiani della notte attesero il secondo richiamo del corno. Pregarono di non udirlo, temendo che lo avrebbero udito.

Silenzio.

Rimasero in attesa. Ancora silenzio. Un silenzio talmente dilatato, talmente ossessionante che alla fine gli uomini in nero seppero che non ci sarebbe stato nessun secondo richiamo. Sghignazzarono gli uni con gli altri, quasi cercando di negare con loro stessi di avere temuto quello che avevano temuto.

Jon gettò alcuni ceppi sul fuoco, si strinse il cinturone con la spada, infilò gli stivali, scosse il terriccio e la rugiada dal mantello e se lo sistemò sulle spalle. Le fiamme pulsavano accanto a lui. Sentì con piacere il calore sul suo volto mentre finiva di vestirsi. Poteva udire il lord comandante muoversi nella sua tenda.

Dopo qualche momento, Jeor Mormont sollevò il lembo dell’ingresso. C’era il corvo appollaiato sulla sua spalla, con le penne arruffate, tutt’altro che felice.

«Un solo suono?»

«Uno solo, mio lord» confermò Jon. «Confratelli che ritornano.»

«Il Monco» decise Mormont, avvicinandosi al fuoco. «E in ritardo, anche.» Il Vecchio orso era diventato sempre più pigro ogni giorno che passava. Un altro po’ di tempo e sarebbe stato pronto a entrare in letargo. «Provvedi che ci sia cibo per gli uomini e biada per i cavalli. Voglio vedere Qhorin immediatamente.»

«Sarà fatto, mio lord.»

Era da giorni che aspettavano l’arrivo degli uomini della Torre delle Ombre. Quando non li avevano visti, i confratelli insediati sul Pugno dei Primi Uomini avevano cominciato a preoccuparsi. Attorno ai focolari dell’accampamento, Jon aveva udito mugugni, e non solo quelli di Edd l’Addolorato. Ser Ottyn Wythers era favorevole a ritirarsi al Castello Nero il più presto possibile. Ser Mallador Locke proponeva di continuare verso la Torre delle Ombre, cercando di trovare le tracce di Qhorin e di scoprire che cosa gli fosse accaduto. Thoren Smallwood invece insisteva per avanzare in direzione delle montagne.

«Mance Rayder sa che dovrà dare battaglia alla confraternita» aveva detto Thoren. «Ma non penserà mai a cercarci così a nord. Se risaliamo fino al Fiumelatte, possiamo prenderlo di sorpresa e fare a pezzi lui e il suo esercito senza che nemmeno si rendano conto di che cosa gli è arrivato addosso.»

«I numeri sono contro di noi» aveva obiettato ser Ottyn. «Craster ha detto che Mance stava radunando un grande esercito. Molte migliaia di bruti. Senza Qhorin, noi siamo appena in duecento.»

«Tu manda duecento lupi contro diecimila pecore, e poi vedi quello che succede» aveva replicato Smallwood, sicuro di sé.

«Tra quelle pecore ci sono dei caproni belli grossi, Thoren» era venuto l’avvertimento di Jarman Buckwell. «Oh sì, e forse anche qualche leone. Maglia di rame, Harma Testa di cane, Alfyn Sterminacorvi…»

«Li conosco bene quanto te, Buckwell» Thoren Smallwood era stato inflessibile. «E voglio le loro teste, tutte quante. Qui stiamo parlando di bruti, non di soldati. Poche centinaia di guerrieri mescolati a una grande orda di donne, bambini e servi. Arriviamo loro addosso e li rimandiamo nelle loro tane.»

Erano andati avanti a discutere per molte ore, senza riuscire a raggiungere alcun accordo. Il Vecchio orso era troppo testardo per ritirarsi, ma non era neppure temerario al punto da lanciarsi a testa bassa su per il Fiumelatte alla ricerca dello scontro frontale. Alla fine, nulla era stato deciso se non rimanere ad aspettare per alcuni giorni gli uomini della Torre delle Ombre. Se non si fossero fatti vivi, avrebbero affrontato nuovamente il problema.

Ma adesso si erano fatti vivi, e una decisione non poteva più essere rinviata. Quanto meno di questo, Jon era contento. Se dovevano dare battaglia a Mance Rayder, che fosse al più presto.

Trovò Edd l’Addolorato presso il fuoco, intento a lamentarsi di quanto fosse difficile dormire circondati da gente che continuava a far suonare corni nella foresta. Jon gli diede qualcosa di nuovo per cui lamentarsi. Insieme andarono a svegliare Hake, il quale accolse gli ordini del lord comandante con un fiume d’imprecazioni. Ma si alzò comunque, e ben presto lui e una dozzina di altri confratelli stavano raccogliendo tuberi per una zuppa.

Sam arrivò con il fiato grosso, e incrociò Jon che riattraversava l’accampamento. Sotto il cappuccio nero, la sua faccia era pallida e rotonda come la luna piena. «Ho sentito il corno. È tornato tuo zio?»

«Solo gli uomini della Torre delle Ombre.»

Stava diventando sempre più difficile tenere viva la speranza del ritorno di Benjen Stark. La cappa che Jon aveva trovato nel sottosuolo del Pugno dei Primi Uomini avrebbe potuto appartenere a Benjen oppure a uno dei suoi uomini. Perfino il Vecchio orso si era ritrovato costretto ad ammetterlo. Ma per quale ragione la cappa fosse stata lasciata proprio là, ad avvolgere il piccolo arsenale di vetro di drago, nessuno poteva dire.

«Devo andare, Sam.»

Sull’anello perimetrale di pietre, Jon trovò le guardie che toglievano rostri dal terreno congelato in modo da aprire un varco nelle difese. Non ci volle molto perché il primo confratello della Torre delle Ombre facesse la sua comparsa dal sentiero in salita. Il gruppo era coperto di cuoio e di pellicce, acciaio e bronzo che scintillavano qua e là. Barbe folte, arruffate coprivano i loro volti asciutti, induriti. Barbe che li facevano apparire malridotti come i loro destrieri. Jon fu sorpreso nel vedere che alcuni di loro erano in due sullo stesso cavallo. Guardò meglio: c’erano parecchi feriti. “Brutti guai lungo la strada.”

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