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L'Occhio del Mondo

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L'Occhio del Mondo
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Dall’altra parte, Lan e Mandarb rallentarono i movimenti, parvero strisciare, mentre il Custode fermava il cavallo e lo girava verso la Porta. Rand non aspettò oltre. Spinse verso l’apertura la testa di Bela e diede una manata sul posteriore della giumenta. Egwene ebbe appena il tempo di lanciargli un’occhiata sorpresa, prima che Bela la portasse fuori della Via.

«Fuori tutti!» ordinò Moiraine. «Svelti!»

E intanto tese il braccio e puntò il bastone contro la Guida. Qualcosa balzò dalla punta, simile a luce liquida, densa come sciroppo ardente, una lancia di bianco e di rosso e di giallo, che striò il buio, esplose, mandò bagliori corruschi simili a diamanti frantumati. Il vento urlò di atroce sofferenza, urlò di rabbia. I mille mormorii che vi si celavano, ruggirono come tuono, ruggiti di follia, voci che ridevano e ululavano promesse che facevano torcere le viscere, per quanto capite solo in parte.

Rand spronò Red e varcò l’apertura, seguendo gli altri, che forzavano tutti insieme lo schermo fumoso e lucente. Fu percorso di nuovo dal brivido gelido, la peculiare sensazione d’essere immerso lentamente in un lago gelato dall’inverno, con l’acqua gelida che gli strisciava sulle carni per incrementi infinitesimali. Come nel caso precedente, la sensazione parve durare all’infinito, mentre la sua mente correva, sfrenata, e si chiedeva se il vento potesse raggiungerli mentre erano trattenuti in quel modo.

Con la repentinità d’una bolla forata, il gelo sparì e Rand si trovò all’esterno. Per un istante il suo cavallo si mosse a velocità doppia, inciampò e rischiò di sbalzarlo di sella. Rand si aggrappò al collo dell’animale come se ne andasse della vita. Red si riprese e trottò a raggiungere gli altri, con calma, come se non fosse accaduto niente d’insolito. Faceva freddo: non il gelo della Porta, ma il freddo naturale dell’inverno che a poco a poco penetrava nelle ossa, ma era ugualmente il benvenuto.

Rand si strinse nel mantello, senza distogliere lo sguardo dalla Porta scintillante. Accanto a lui, Lan si sporse sulla sella, mano sulla spada: uomo e cavallo erano tesi, come sul punto di lanciarsi alla carica e varcare di nuovo la Porta, se Moiraine non compariva.

La Porta si trovava fra un mucchio di pietre alla base di un’altura, nascosta da arbusti, tranne dove i pezzi caduti avevano spezzato i rami spogli. Lungo i bassorilievi dei resti della Porta, gli arbusti parevano privi di vita come la pietra.

Lentamente la superficie fumosa si gonfiò come una bolla che venisse a galla in uno stagno. La schiena di Moiraine emerse dalla bolla. A poco a poco, l’Aes Sedai e la sua confusa immagine riflessa si allontanarono l’una dall’altra. Moiraine teneva ancora il bastone puntato davanti a sé e non lo spostò, mentre tirava via Aldieb; la giumenta bianca si agitava, atterrita, e roteava gli occhi. Senza distogliere lo sguardo dalla Porta, Moiraine indietreggiò.

La Porta divenne buia. Lo scintillio confuso divenne più indistinto, sprofondò dal grigio al color carbone, poi al nero intenso come il cuore delle Vie. Il vento ululò contro di loro, come da grande distanza, e le voci nascoste erano piene d’inestinguibile sete di creature viventi, d’insaziabile fame di sofferenza, di frustrazione.

Le voci parvero bisbigliare all’orecchio di Rand. Carne così buona, così bella, da lacerare, da squarciare; pelle da scorticare, da intrecciare, così bella, belle strisce di pelle intrecciata, goccioline rosse, sangue così rosso, così dolce; urla così dolci, così belle, urla che cantano, cantano la canzone, cantano le urla...

Il bisbiglio si affievolì, le tenebre diminuirono, svanirono, e la Porta fu di nuovo uno scintillio confuso in un arco di pietra scolpita.

Rand emise un lungo ansito di raccapriccio, e non fu il solo. Egwene e Nynaeve si tenevano abbracciate, ciascuna con la testa sulla spalla dell’altra. Perfino Lan parve sollevato: lo si capì da come stava in sella, dal rilassamento delle spalle mentre guardava Moiraine, dall’inclinazione della testa.

«Non poteva passare» disse Moiraine. «Lo pensavo, e me lo auguravo. Che schifo!» Gettò a terra il bastone e si pulì la mano sul mantello. Il bastone era annerito per più di metà lunghezza. «La contaminazione corrompe qualsiasi cosa, là dentro.»

«Che cos’era?» domandò Nynaeve.

Loial parve sconcertato. «Ah, Machin Shin, ovviamente. Il Vento Nero che ruba l’anima.»

«Ma che cos’è, in realtà?» ripeté Nynaeve. «Anche i Trolloc si possono guardare, toccare, se si ha stomaco. Ma quello...» Non riuscì a trattenere un brivido.

«Un residuo del Tempo della Follia, forse» rispose Moiraine. «O perfino della Guerra dell’Ombra, della Guerra di Potere. Una cosa rimasta nascosta nelle Vie per tanto di quel tempo da non poterne più uscire. Nessuno, nemmeno fra gli Ogier, sa quanto le Vie si estendano, né a quale profondità. Il vento potrebbe essere parte delle Vie stesse. Come ha detto Loial, le Vie sono vive e tutti gli esseri viventi hanno parassiti. Forse è perfino una creatura della corruzione stessa, nata dal marciume, che odia la vita e la luce.»

«Basta!» esclamò Egwene. «Non voglio più sentirne parlare. L’ho udito, mentre diceva...» S’interruppe, con un brivido.

«Dobbiamo ancora affrontare di peggio» disse piano Moiraine. Secondo Rand, si era lasciata sfuggire le parole.

L’Aes Sedai montò stancamente in sella e vi si accomodò con un sospiro di sollievo. «Questo posto è pericoloso» disse, guardando la Porta distrutta. Diede appena un’occhiata al bastone mezzo carbonizzato. «Quella cosa non può uscire, ma chiunque potrebbe servirsi della Porta. Agelmar dovrà mandare gente a murarla, appena arriveremo a Fal Dara.» Indicò il settentrione nebbioso e le torri appena visibili al di sopra delle cime d’alberi spogli.

46

Fal Dara

Il territorio intorno alla Porta era una serie di colline boscose, ma non c’era traccia di un boschetto Ogier. Gli alberi erano per la maggior parte scheletri grigi che artigliavano il cielo. Pochi sempreverdi punteggiavano le foreste e molti avevano aghi e foglie scuri e secchi. Loial si limitò a scuotere con tristezza la testa, senza fare commenti.

«Morto come le Terre Inaridite» disse Nynaeve, corrugando la fronte. Egwene si strinse nel mantello, con un brivido.

«Almeno siamo fuori» disse Perrin. E Mat aggiunse: «Fuori, dove?»

«Nello Shienar» rispose Lan. «Siamo nelle Marche di Confine.» Nel suo tono duro c’era una nota che parlava di casa, quasi.

Rand si strinse nel mantello per difendersi dal freddo. Le Marche di Confine. Quindi la Macchia era vicina. La Macchia. L’Occhio del Mondo. E lo scopo del loro viaggio.

«Siamo vicino a Fal Dara» disse Moiraine. «Solo alcune miglia.» Al di là degli alberi, a settentrione e a levante si alzavano delle torri, scure contro il cielo mattutino. Fra le alture e i boschi spesso le torri scomparivano, solo per comparire di nuovo, quando il gruppetto arrivava in cima a una collina più alta delle altre.

Rand notò alberi spaccati per il lungo, come colpiti dal fulmine.

«Il freddo» spiegò Lan. «Qui l’inverno a volte è così freddo che la linfa gela e l’albero scoppia. Certe notti li senti scoppiettare come castagnole e l’aria è così cristallina che sembra sul punto di frantumarsi anch’essa. Sono più numerosi del solito, quest’inverno.»

Rand scosse la testa. Alberi che scoppiavano? E durante gli inverni normali. Chissà com’era stato, l’ultimo inverno! Non riusciva proprio a immaginarlo.

«Chi dice che l’inverno è passato?» brontolò Mat, battendo i denti.

«Ah, ma questa è una bella primavera, pastore» rispose Lan. «Una bella primavera per essere vivi. Se ti piace il caldo, be’, farà caldo, nella Macchia.»

Sottovoce, Mat imprecò: «Sangue e ceneri. Sangue e ceneri, maledizione!» Sembrava venire dal cuore.

Adesso oltrepassavano fattorie. Era l’ora in cui si accende il fuoco per preparare il pranzo, ma dagli alti comignoli di pietra non usciva fumo. Nei campi non si vedevano persone né animali, anche se di tanto in tanto si scorgevano un aratro o un carro abbandonati, come se il proprietario dovesse tornare da un momento all’altro.

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