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Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]

Электронная книга - «Gli antimercanti dello spazio [The Merchants' War - it]». Краткое содержание книги:

Sono passati trent’anni da quando Frederik Pohl inventò quei Mercanti dello spazio che Kingsiey Amis nelle sue Mappe dell’inferno mise al disopra dello stesso 1984 di Orwell. Fu allora che dagli uffici di Madison Avenue le grandi compagnie pubblicitarie assunsero il controllo della Terra, ma fecero lo sbaglio di mandare un’astronave sul pianeta Venere. Oggi Venere è il rifugio dei refrattari e dei ribelli, il simbolo dell’anti-pubblicità, la bandiera dei nemici della produzione e del consumo. I rapporti tra i due pianeti si fanno ogni giorno più difficili. La situazione insomma è così tesa, che Frederik Pohl ha sentito la necessità di scrivere un nuovo romanzo sullo scottante argomento. E l’ha scritto.
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— Sei milioni di dollari, esentasse e pronto cassa! — L’uomo gongolava. Era felice come se i soldi fossero suoi… Forse aveva qualche idea per farseli suoi. Mi schiarii la gola.

— Circa questa causa… — cominciai, ma Mitzi mi interruppe, indicando col dito.

— Ecco, quella è la mia — disse mentre le valigie si avvicinavano sul nastro trasportatore. Val si precipitò sulla valigia e la depositò sbuffando vicino a lei.

— Voglio dire… — cominciai. Nessuno mi stava ascoltando.

Dambois disse con aria allegra, passando un braccio grassoccio attorno alla vita di Mitzi… fin dove riuscì a farlo arrivare: — Questa è la prima. Ne mancheranno al massimo una ventina, no?

— No, è l’unica. Mi piace viaggiare con poco bagaglio — disse lei, staccandosi dal suo braccio.

Dambois la guardò con aria di rimprovero. — Sei cambiata molto — si lamentò. — Mi pare che tu sia diventata perfino più alta.

— È perché su Venere c’è meno gravità. — Era una battuta, naturalmente. La massa di Venere solo lievemente più piccola di quella terrestre. Ma non risi, perché mi stavo chiedendo come mai Mitzi si fosse presa un sacco di soldi e io neanche un centesimo… poi mi passò di mente, perché vidi quello che arrivava sul nastro trasportatore.

— Merda! — esclamai. Era la valigia su cui avevo scritto «Maneggiare con cura», il bauletto con gli angoli rinforzati e la serratura doppia. Non erano stati sufficienti a salvarlo. Sembrava che ci fosse passato sopra uno dei trattori dello spazioporto. Uno dei fianchi sembrava un soufflé afflosciato, da cui fuoriusciva un miscuglio aromatico di liquore, acqua di colonia, dentifricio e Dio sa cos’altro.

— Che pasticcio — disse Dambois. Fece schioccare la lingua con aria di impazienza un paio di volte, e si guardò l’orologio. — Volevo offrirti un passaggio — disse, — ma quella roba, nella mia macchina… mi puzzerebbe per una settimana… e poi immagino che tu abbia altre valigie…

Ero stato incastrato. — Andate pure — dissi rassegnato. — Prenderò un taxi. — Li guardai allontanarsi, chiedendomi perché diavolo non fossi entrato anch’io nella causa contro la compagnia dei tram, ma più che altro chiedendomi se dovevo andare di corsa all’ufficio bagagli per chiedere il risarcimento dei danni, oppure aspettare le altre valige.

Decisi di aspettare. Dopo che da un bel po’ l’ultima valigia era stata prelevata, e il nastro trasportatore si era fermato, mi resi conto che avevo un problema.

Quando spiegai il mio problema, il supervisore incaricato di negare qualsiasi responsabilità in qualsiasi caso, mi disse che avrebbe cercato i colli mancanti, mentre io compilavo il modulo per il risarcimento dei danni, se pensavo che ne valesse la pena… anche se a lui sembrava che il danno al bauletto fosse piuttosto vecchio.

Ebbe un sacco di tempo per cercare, perché c’era un sacco da scrivere sul modulo. Quando ebbi finito, mi fece aspettare ancora mezz’ora. Chiamai l’Agenzia dicendo che sarei arrivato m ritardo. La cosa non sembrò preoccuparli. Mi diedero l’indirizzo della casa che avevano prenotato per me, mi dissero di sistemarmi, perché tanto ero atteso solo per la mattina dopo. È bello sapere che qualcuno sente la tua mancanza. Poi arrivò il sovrintendente, con la notizia che il resto del mio bagaglio era partito o per Parigi o per Rio de Janeiro, e che ci sarebbe voluto un bel po’ prima di rivederlo.

E così, senza valigie, mi unii alla triste fila che attendeva il convoglio della metropolitana.

Mezz’ora dopo, quand’ero finalmente arrivato in fondo alla coda, mi ricordai che non avevo cambiato i soldi, e che non avevo abbastanza per pagare la corsa. Trovai una cassa automatica, composi il mio numero di codice, e una voce melliflua e senza corpo mi disse: — Sono profondamente spiacente, signore o signora, ma questa Cassa Continua Automatica Aperta Giorno e Notte è temporaneamente fuori servizio. Consultate la piantina, onde poter individuare la cassa più vicina. — Ma quando mi guardai attorno, non vidi alcuna piantina. Bentornato a casa, Tenn!

2

New York, New York. Che meravigliosa città! Tutti i miei piccoli fastidi vennero dimenticati, perfino quello che Mitzi mi avesse tagliato fuori dalla richiesta di risarcimento. Dieci anni non parevano aver cambiato gli alti edifici che sparivano nell’aria grigia. Grigia e fredda. Era tornato l’inverno; negli angoli c’erano mucchi di neve sporca, e ogni tanto un consumatore ne raccoglieva furtivamente un po’, per portarsela a casa ed evitare la tassa sull’acqua. Dopo Venere, sembrava il paradiso! Guardavo la Grande Mela a bocca aperta, come un turista di Wichita. E camminavo anche come un turista, andando a sbattere contro i pedoni frettolosi, e anche contro cose peggiori dei pedoni. La mia capacità di destreggiarmi nel traffico era sparita. Dopo tutti gli anni passati su Venere, non ero più abituato alla civiltà. Qui un pedibus a dodici pedali, lì tre taxi in competizione per un varco nel traffico; pedoni che saltavano da una parte e dall’altra per evitare i veicoli. Le strade erano intasate, i marciapiedi stracolmi, ogni edificio emetteva e ingoiava un centinaio di persone al secondo, mentre gli passavo accanto. Ah, era meraviglioso! Per me, almeno. Per la gente contro cui andavo a sbattere, inciampavo, o che costringevo a deviare, forse non tanto. Non mi importava! Mi gridavano dietro, e non ho alcun dubbio che fossero insulti, ma io galleggiavo in una fuligginosa, soffocante, fredda estasi. Slogan pubblicitari a cristalli luminosi scorrevano sui muri, i più recenti luminosi come il sole, i più vecchi sporchi e resi irriconoscibili dai graffiti. Sul marciapiede i chioschi fornivano campioni gratuiti di Fuma-Godi e Caffeissimo, e tagliandi di sconto per mille prodotti. Nell’aria nebbiosa apparivano immagini olografiche di cucine miracolose e di viaggi fantastici ed esotici della durata di tre giorni; da ogni parte si sentivano canzoncine pubblicitarie… Ero a casa. Ero felice. Certo però che era un po’ difficile farsi strada in mezzo alla folla, e quando vidi un tratto di marciapiede miracolosamente sgombro, mi ci buttai.

Chissà perché, il vecchietto che spinsi da parte per arrivare al marciapiede mi lanciò una strana occhiata. — Attento, capo! — mi gridò, indicando un segnale, ma naturalmente era coperto di graffiti. Non ero dell’umore adatto a badare a qualche divieto comunale. Andai oltre…

E WOWP una mazzata sonora mi piombò sul cranio, e FLOOP una vampata accecante di luce mi bruciò gli occhi, e caddi a terra mentre mille vocette piccole piccole urlavano come aghi nelle mie orecchie Mokie-Koke, Mokie-Koke, Mokie-Mokie-Mokie-Koke!

E continuò così, con qualche variazione, per un centinaio di anni o più. Odori fetidi mi assalivano il naso. Brividi subsonici mi scuotevano il corpo. E un paio di secoli dopo, mentre le orecchie mi ronzavano e gli occhi mi bruciavano per quella terribile esplosione di suono e di luce, mi rimisi in piedi.

— Te l’avevo detto — mi gridò il vecchietto da una distanza di sicurezza.

Non erano passati secoli. Il vecchietto era ancora lì, sempre con quell’espressione strana, per metà avida, per metà di compassione. — Te l’avevo detto. Non mi sei stato a sentire, ma io te l’avevo detto!

Indicava ancora il cartello, così mi avvicinai barcollando e riuscii a decifrare la scritta, sotto i graffiti:

ATTENZIONE!
ZONA PUBBLICITARIA
ENTRATE A VOSTRO RISCHIO

Evidentemente c’era stato qualche cambiamento, mentre ero via. L’uomo allungò cautamente una mano oltre il segnale e mi tirò per un braccio. Non era poi così vecchio, vidi. Più che altro era consumato. — Cos’è la Mokie-Koke? — chiesi.

Lui disse prontamente: — La Mokie-Koke è una miscela dissetante e vistosa delle migliori essenze di cioccolato, estratto di caffè sintetico e analoghi della cocaina. La vuoi assaggiare? — Volevo. — Hai dei soldi? — Ne avevo, il resto di quelli che mi ero procurato alla fine dalla cassa automatica. — Me ne offri una, se ti faccio vedere dove la vendono? — mi propose.

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