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Endymion [it]

Электронная книга - «Endymion [it]». Краткое содержание книги:

Anno Domini 3126. Quasi tre secoli dopo la Caduta. Pianeta Hyperion. Raul Endymion, una giovane guida, viene condannato a morte dopo un omicidio commesso per legittima difesa. E la sua morte, al contrario di quella dell'uomo da lui ucciso, sarebbe definitiva, perché il ragazzo è fra i pochi a non essersi convertito alla religione della Chiesa ufficiale, non è un cristiano rinato e non ha accettato su di sé il simbionte crucimorfo che rende possibile la Risurrezione. La sentenza, tuttavia, non viene eseguita. Martin Sileno lo ha infatti scelto per una missione destinata a cambiare il volto dell'universo: accompagnare nel futuro e proteggere la giovane Aenea, figlia di Brawne Lamia e del cibrido John Keats, che sta per riemergere dalla Sfinge nella Valle delle Tombe Del Tempo. Dal teleporter di Vettore Rinascimento al ghiaccio eterno di Sol Draconis Septem, Endymion accompagnerà così Aenea in un viaggio verso la verità e la salvezza del genere umano, chiarendo lungo il cammino molti enigmi rimasti irrisolti in Hiperion e nella Caduta di Hiperion: qual è il ruolo del TecnoNucleo all'interno della Pax? perchè le IA hanno 'rapito' la vecchia terra? qual è l'origine e la vera natura dello Shrike? chi ha creato il simbionte cruciomorfo che permette la Risurrezione e perché?
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Nemes aziona una fonte interna che attiva un campo biomorfico a 0,8 millimetri dal suo corpo. A un osservatore esterno la robusta donna con corti capelli neri e inespressivi occhi neri diventa all’improvviso una lucente scultura d’argento vivo in forma umana. Rhadamanth Nemes percorre a trenta chilometri all’ora il frastagliato ghiacciaio, si ferma davanti all’edificio, non trova ingressi e col pugno sfonda un pannello di plastacciaio. Varca lo squarcio e cammina senza difficoltà sul ghiaccio liscio fino all’imboccatura di un pozzo d’ascensore. Strappa via la botola incavata dal peso del ghiaccio. Da tempo ormai gli ascensori sono precipitati nello scantinato, ottanta e passa piani più in basso.

Rhadamanth Nemes entra nel pozzo aperto e si lascia cadere: precipita nel buio a 33,1 metri al secondo. Appena vede passare la luce, si blocca afferrandosi a una trave d’acciaio. Ha già raggiunto la velocità terminale di più di cinquecento chilometri all’ora, ma decelera a zero in meno di tre centesimi di secondo.

Dal pozzo dell’ascensore passa nella stanza: nota i mobili, le lanterne, gli scaffali di libri. Il vecchio è nella cucina. Alza la testa, quando sente i rapidi passi. — Raul? — chiama. — Aenea?

— Proprio loro — dice Rhadamanth Nemes. Conficca due dita sotto la clavicola del vecchio, lo solleva da terra. — Dov’è la bambina Aenea? — domanda a voce bassa. — Dove sono gli altri?

Per quanto possa sembrare strano, il vecchio prete non grida di dolore. Stringe i denti, con gli occhi ciechi fissa il soffitto, ma dice solo: — Non lo so.

Nemes annuisce e lascia cadere a terra il prete. Si mette a cavalcioni sul petto del vecchio, punta l’indice contro l’occhio e spara nel cervello un microfilamento di ricerca: la sonda trova la strada verso una regione precisa della corteccia cerebrale.

— Ora, Padre — dice Rhadamanth Nemes — riproviamo. Dov’è la bambina? Chi è con lei? Dove sono?

Le risposte cominciano a fluire nel microfilamento, sotto forma di raffiche codificate d’energia neurale morente.

46

I nostri giorni in compagnia di padre Glauco furono memorabili per le comodità, per il loro lento trascorrere dopo tante settimane di frettolosi spostamenti a destra e a manca, per le conversazioni. Li ricordo soprattutto, credo, per le conversazioni.

Poco prima del ritorno dei Chitchatuk venni a sapere una delle ragioni per cui A. Bettik aveva intrapreso con me quel viaggio.

— Lei ha fratelli, signor Bettik? — domandò padre Glauco, rifiutandosi di usare il prefisso, Androide.

Con mia sorpresa, A. Bettik rispose: — Sì. — Com’era possibile? Gli androidi erano progettati e biocostruiti assiemando elementi genetici, crescevano in vasche di coltura… come gli organi per i trapianti, avevo sempre pensato.

— Durante la biocostruzione — continuò A. Bettik, sollecitato dal vecchio prete — gli androidi erano per tradizione donati in gruppi di cinque unità… in genere quattro maschi e una femmina.

— Cinque gemelli — disse padre Glauco, dalla sedia a dondolo. — Quindi lei ha tre fratelli e una sorella.

— Sì — rispose l’uomo dalla pelle azzurra.

— Ma di sicuro non siete stati… — cominciai, fermandomi subito. Mi strofinai il mento. Nell’insolita casa di padre Glauco mi ero rasato (m’era parsa la cosa da fare, per tornare civile) e quasi mi sorpresi per la sensazione di pelle liscia. — Ma di sicuro non siete cresciuti insieme — mi corressi. — Voglio dire, gli androidi non erano…

— Biocostruiti già adulti? — terminò per me A. Bettik, con lo stesso lieve sorriso. — No. Il processo di crescita era accelerato… noi abbiamo raggiunto la maturità a circa otto anni standard… ma c’era un periodo d’infanzia e di fanciullezza. Era questa, una delle ragioni per cui la biocostruzione di androidi aveva costi quasi proibitivi.

— Come si chiamano i suoi fratelli e sua sorella? — domandò padre Glauco.

A. Bettik chiuse il libro che stava sfogliando. — Era tradizione dare al quintetto nomi in ordine alfabetico — rispose. — I miei fratelli si chiamano A. Anttibe, A. Corresson, A. Darria e A. Ewik.

— Chi è tua sorella? — domandò Aenea. — Darria?

— Sì.

— Com’era la vostra infanzia?

— Soprattutto istruzione, addestramento ai compiti e definizione dei parametri di servizio — rispose A. Bettik.

Aenea se ne stava distesa sul tappeto, mento fra le mani. — Andavate a scuola? Giocavate?

— Abbiamo ricevuto lezioni, nella fabbrica, ma la massa delle nostre conoscenze ci è giunta mediante trasferimento RNA. — Guardò Aenea. — E se per "giocare" intende trovare il tempo per rilassarmi con i miei fratelli, la risposta è sì.

— Cos’è accaduto ai tuoi fratelli?

A. Bettik scosse lentamente la testa. — Entrammo in servizio tutti insieme, ma poco dopo fummo separati. Fui acquistato dal Regno di Monaco-in-esilio e spedito su Asquith. Da quanto ne sapevo a quel tempo, ognuno di noi avrebbe fatto servizio in parti diverse della Rete o della Frontiera.

— E non hai mai più sentito nessuno di loro? — domandai.

— No. Dopo il trasferimento su Hyperion della colonia di Re William XXIII, fu importato un gran numero di operai androidi per la costruzione della Città dei Poeti; molti erano stati in servizio su Asquith prima di me, ma nessuno di loro aveva incontrato i miei fratelli.

— Ai tempi della Rete — dissi — era facile fare ricerche sugli altri mondi mediante teleporter e sfera dati.

— Sì, ma agli androidi era proibito per legge e per inibitori RNA viaggiare tramite teleporter e accedere direttamente alla sfera dati. E poi, poco dopo la mia creazione, fu illegale biocostruire o possedere androidi nell’ambito dell’Egemonia.

— E così sei stato impiegato nella Periferia — dissi. — Su mondi remoti, come Hyperion.

— Esattamente, signor Endymion.

— Per questo volevi fare il viaggio? Per trovare uno dei tuoi fratelli… o tua sorella?

A. Bettik sorrise. — Le probabilità d’incontrare per caso un mio fratello clone sono davvero astronomicamente basse, signor Endymion. Non solo la coincidenza sarebbe poco probabile, ma la possibilità che uno di loro sia sopravvissuto alla distruzione totale degli androidi a seguito della Caduta è molto remota. Però… — S’interruppe e allargò le braccia, quasi a chiedere scusa per una speranza così campata in aria.

Quell’ultima sera, che precedette il ritorno dei Chitchatuk, sentii per la prima volta Aenea esprimere la propria teoria sull’amore. Fu una conseguenza di alcune sue domande sui Canti di Martin Sileno.

— D’accordo — disse — appena subentrò la Pax, il poema fu incluso nell’Indice dei Libri Proibiti. Ma quei mondi non ancora inghiottiti dalla Pax al momento della pubblicazione del libro? Zio Martin ebbe la tanto desiderata acclamazione della critica?

— Ricordo che in seminario c’erano discussioni sui Canti - ridacchiò padre Glauco. — Sapevamo che il libro era all’indice, ma questo lo rendeva solo più affascinante. Rinunciammo a leggere Virgilio, ma facemmo a turno per leggere la malconcia copia di quei versi zoppicanti, i Canti.

— Erano versi zoppicanti? — domandò Aenea. — Ho sempre pensato che zio Martin fosse un grande poeta, ma solo perché era lui a dirmelo. Mia mamma diceva sempre che zio Martin era una spina nel piede.

— I poeti possono essere l’uno e l’altra — disse padre Glauco. Ridacchiò di nuovo. — A dire il vero, pare che lo siano spesso. Per quanto ricordo, nei pochi circoli letterari esistenti prima che la Chiesa li assorbisse, quasi tutti i critici bocciarono i Canti. Alcuni presero sul serio Martin Sileno… come poeta, non come cronista di ciò che avvenne realmente su Hyperion poco prima della Caduta. Ma molti misero in ridicolo la sua apoteosi dell’amore, verso la fine del secondo volume…

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