Da dove iniziare? Da una sentenza di morte, forse. Ma quella di chi? La mia, o di lei? E, se la mia, quale delle mie? Ho varie morti fra cui scegliere. Ma forse quest’ultima, la mia morte definitiva, è la scelta appropriata. Iniziare dalla fine.
Scrivo questi fogli mentre mi trovo, come il gatto di Schròdinger, in una scatola che gira in orbita alta intorno a un pianeta in quarantena, Armaghast. La scatola non è affatto una scatola, ma un ovoide dalle pareti lisce, solo sei metri per tre: fino al termine della mia vita, sarà tutto il mio mondo. L’interno è in pratica una cella spartana che comprende la scatola nera per riciclare l’aria e i rifiuti, la cuccetta, il sintetizzatore di cibo, uno stretto ripiano che mi fa da tavolo da pranzo e da scrittoio, e infine il water, il lavandino e la doccia, posti dietro un tramezzo di fibroplastica per ragioni di decenza che mi sfuggono: qui nessuno verrà mai a farmi visita. La riservatezza mi pare una vuota battuta umoristica.
Ho una tavoletta di scrittura e uno stilo. Terminata una pagina, ne faccio una stampa su micropergamena ottenuta dal riciclatore. Durante ogni giornata, l’unico cambiamento visibile nel mio ambiente è il lento accumulo di pagine sottili come un’ostia.
La fiala di gas venefico non è visibile. Si trova nel guscio statico-dinamico dell’ovoide ed è collegata all’apparecchio per filtrare l’aria, in modo tale che un tentativo di manomissione provocherebbe la fuoruscita di cianuro; e analogo risultato si avrebbe, se si tentasse di forzare il guscio stesso della mia cella. Nell’energia solidificata del guscio sono fusi anche il rivelatore di radiazioni, il suo timer e l’isotopo. Non so mai quando il timer casuale attiva il rivelatore. Né so mai quando lo stesso timer casuale apre la schermatura di piombo del minuscolo isotopo. Non so mai quando l’isotopo emette una particella.
Ma saprò quando il rivelatore sarà già attivo nell’istante in cui l’isotopo emette una particella. Dovrei sentire l’odore di mandorle amare, in quel secondo, o paio di secondi, prima che il gas mi uccida.
Mi auguro che non duri più d’un paio di secondi.
Tecnicamente, secondo l’antico paradosso della fisica quantistica, al momento non sono né morto né vivo. Sono nell’indeterminazione di onde di probabilità parzialmente sovrapposte, come il gatto dell’esperimento filosofico di Schrödinger. Poiché il guscio della scatola è poco più che energia solidificata pronta a esplodere alla minima intrusione, mai nessuno vi guarderà dentro per scoprire se sono morto o se sono ancora vivo. Teoricamente, nessuno è responsabile diretto della mia esecuzione, poiché le immutabili leggi della meccanica quantistica mi perdonano o mi condannano da ogni microsecondo a quello successivo. Non ci sono osservatori.
Ma io sono un osservatore! Io aspetto, con qualcosa di più del freddo distacco d’un osservatore, questo particolare collasso delle onde di probabilità. Nell’istante in cui inizierà il sibilo del cianuro, ma prima che il gas mi arrivi ai polmoni, al cuore, al cervello, io saprò in quale modo l’universo ha scelto di riordinarsi.
Almeno, lo saprò per quanto riguarda me. Cosa che, a pensarci bene, è l’unico aspetto della determinazione dell’universo al quale la maggior parte di noi è interessata.
Nel frattempo, mangio e dormo e produco rifiuti e respiro e seguo l’intero rito quotidiano di ciò che si può in definitiva dimenticare. Ecco l’ironia: in questo preciso momento, io vivo… se "vivere" è la parola esatta… solo per ricordare. E per scrivere di ciò che ricordo.
Se leggi questo scritto, quasi certamente lo leggi per la ragione sbagliata. Ma, come tanto spesso accade nella vita, la ragione per fare una cosa non ha importanza. Rimane l’azione compiuta. Alla fin fine, contano solo due fatti immutabili: io ho scritto queste pagine e tu le leggi.
Da dove iniziare? Da lei? Lei è la persona di cui tu vuoi leggere e l’unica che io desidero ricordare su tutto e su tutti. Ma forse dovrei iniziare dagli eventi che mi condussero a lei e poi qui, attraverso gran parte di questa galassia e oltre.
Inizierò dall’inizio… dalla mia prima sentenza di morte.
2
Mi chiamo Raul Endymion. Sono nato sul pianeta Hyperion, nell’anno 693 del calendario locale, o nell’a.D. 3099 secondo il conteggio pre-Egira, o ancora, come molti di noi calcolano il tempo nell’era della Pax, 247 anni dopo la Caduta.
Si disse di me, quando viaggiavo con Colei Che Insegna, che fui un pastore: ed è vero. Quasi. La mia famiglia si guadagnava da vivere con la pastorizia itinerante nelle brughiere e nelle praterie delle regioni più remote del continente Aquila, dove fui allevato; e talvolta, da bambino, badavo alle pecore. Ricordo con piacere quelle placide notti sotto il cielo stellato di Hyperion. A sedici anni (secondo il calendario locale) scappai di casa e mi arruolai nella Guardia Nazionale controllata dalla Pax. Ricordo che la maggior parte di quei tre anni fu solo una noiosa routine interrotta dalla spiacevole eccezione dei quattro mesi nei quali fui inviato nell’Artiglio di Ghiaccio per combattere gli indigeni durante la rivolta di Ursa. Congedato dalla Guardia Nazionale, lavorai come buttafuori e croupier di blackjack in uno dei peggiori casinò delle Nove Code; per due piovose stagioni pilotai una chiatta lungo il corso superiore del Kans, e poi lavorai come apprendista dell’architetto di giardini Avrol Hume in alcune tenute del Becco. Ma evidentemente per gli storiografi di Colei Che Insegna, quando si trattò di precisare la precedente occupazione del suo più stretto discepolo, il termine "pastore" suonava meglio. "Pastore" ha un simpatico suono biblico.