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La compagnia della gloria [The Company of Glory - it]

Электронная книга - «La compagnia della gloria [The Company of Glory - it]». Краткое содержание книги:

La compagnia della gloria è l’ultimo romanzo scritto da Pangborn ed è stato pubblicato in America giusto un anno prima della sua morte. È un romanzo che per alcuni versi si riallaccia al suo celebre Davy: è ambientato anch’esso a pochi decenni di distanza dalla catastrofe, e ci presenta il personaggio di Demetrio il narratore, amato dal popolo per le sue affascinanti storie dei tempi antichi, piene di oggetti miracolosi come i telefoni e gli aeroplani, i televisori e le automobili; tutte cose che ormai la società non sa più costruire. Ma Demetrio è anche temuto dai potenti, perché un uomo che narra a tutti le antiche verità può diventare pericoloso. Così, egli è costretto a fuggire con i suoi compagni: insieme si avviano verso un viaggio pieno di dolori e di gioie inattesi, che tocca i reami della fantasia, della filosofia e delle possibilità umane.
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— Ormai le ragazze si staranno alzando. — Il Professore annuì, mentre guardava volar via la musica. Sorrideva di rado, se non spirava il vento del sud; e quel giorno, il vento veniva dall’est. Per un attimo, Demetrios scoprì qualcosa di Garth nella bocca lussureggiante del Professore, e nell’inclinazione del capo, qualcosa di Solitaire nella grazia delle mani lunghe e sottili… non è strano che coloro che amiamo abbiano in comune qualche tratto del loro aspetto. — Non so mai in quale momento del giorno mi faccio un amico. — Il Professore giudicò il Tempo meritevole d’una rispettosa scrollata di spalle. — Fra poco torno da te, paisà. — Nel 47 quella parola d’origine italiana si era aggiunta ad altre espressioni affettuose dell’inglese, questo Mississippi delle lingue. Demetrios strinse la spalla del Professore ed entrò nella Casa del Sesso di Madam Estelle.

La Madam si stava godendo il tè in compagnia della graziosa Glorie e dell’olivastra Fran, servendosi distrattamente di una tozza teiera rosa che era Woolworth autentica, e condendo, il suo tè, distrattamente, con il fuoco di una bottiglia di whiskey di granturco. Come usava dirle stizzita Babette (gliel’aveva detto almeno trenta volte) doveva aver bevuto abbastanza tè di Penn da farci galleggiare l’intera flotta di Katskil… quattro battellini a una sola vela e un ketch. Era quel momento del pomeriggio in cui una foschia protettiva avvolgeva Madam Estelle, che abbandonava la casa a se stessa: il che voleva dire che era Babette a mandarla avanti. — Madam, ti dichiaro, sì, proprio a te, che questi bicipiti mi sono venuti a forza di sollevare quel maledetto bricco per farti il tè e il tè e poi ancora il tè. — Ma non era il tè che preoccupava il buon cuore di Babette.

— Prova a perdere trenta libbre, — disse dolcemente Madam Estelle, — e forse il tuo braccio sarà abbastanza magro perché io possa vedere il bicipite. — La bionda Glorie ridacchiò; le labbra di Fran si mossero, come se provassero qualche passaggio del Libro delle Posizioni. Fran era una ragazza dolce e seria; andare a letto con lei era come acquisire titoli accademici.

La robusta Babette, che era la tuttofare da dieci anni, di solito aveva la peggio in tutte le discussioni. Salutò Demetrios con affetto disinvolto (qualche volta andavano a letto assieme) e disse: — La ragazza ha finito di lavorare, uomo Demetrios. È di sopra. — Estelle sospirò, forse impegnata, nella foschia dello spirito di granturco, con gli orari di lavoro e con la fatica rugginosa e cigolante di vivere.

Un anno prima Demetrios aveva trovato Solitaire che vagava nei boschi intorno alla città. Era stata violentata da una banda di teppisti, aveva detto, e poi si era nascosta e aveva sofferto la fame per qualche giorno. Non ricordava chi fosse. Egli l’aveva portata al rifugio di Madam Estelle, come caso speciale. Poteva aiutare a tener pulita la casa, dividendo il letto soltanto con lui e con il Professore. Non doveva venire toccata dai clienti, altrimenti tutti e tre se ne sarebbero andati. — Un vecchio amico non ha bisogno di ricattarmi, — aveva detto la Madam. — Anch’io le voglio bene.

Estelle faceva conto su di lui. Chi altri avrebbe badato ai fuochi e avrebbe coltivato l’orto per un salario così modesto, e avrebbe intrattenuto gli ospiti nel Salotto con le sue storie solo per il gusto di farlo? E dove poteva trovare uno come il Professore, il cui liuto ti dava il suono delle risate infantili e dei cuori che si spezzano? Madam Estelle non era mai stata troppo avida di danaro, né malvagia. Presto aveva cominciato a provare e a dimostrare una speciale tenerezza per Solitaire… che ancora adesso non ricordava la propria identità. Probabilmente la grazia eccentrica della ragazza era ricordata nel grosso librone chiuso a chiave, il Diario, che Demetrios riconosceva come il cuore, lento ma vitale, dell’esistenza di Madam Estelle. Madam Estelle era timidamente fiera della sua capacità di leggere e di scrivere, una dote del Tempo Antico. Nessun altro vedeva mai il Diario: ella era meno vanitosa di molti autori, e aveva un sistema migliore per guadagnarsi da vivere.

Solitaire era sottile e dolce e minuta, e in un suo modo sottile, dolce e minuto, era completamente pazza.

Demetrios salì le scale e percorse il lungo corridoio, ricambiando i pigri saluti delle ragazze che si preparavano per la cena e per la nottata di lavoro, e raggiunse la grande, bella stanza in fondo alla casa, che divideva con il Professore e Solitaire. Da quella stanza poteva affacciarsi sull’orto e compiacersi della superiorità di questo nei confronti degli orti dei vicini; e poteva anche seguire quello che i vicini facevano, se ne aveva voglia… talvolta raccontava a Solitaire storie scatenate sul loro conto, completamente inventate da lui. Ella era seduta sul grande letto, e come Demetrios aveva previsto portava addosso gli stracci sporchi della giornata di lavoro; aveva i capelli raccolti in una stretta crocchia sotto un fazzolettone, e le guance macchiate. L’abbandono dell’avvilimento e della vecchiaia prematura… anche quello lo portava come un indumento. Era orribile vederla così, ma Demetrios conosceva le compensazioni di quella mascherata, di quel mimetismo protettivo che le permetteva di aggirarsi per la casa svolgendo le sue faccende come un topolino, senza che nessuno le badasse. Qualche volta attirava l’attenzione, per quell’esilità e quella grazia che non poteva nascondere, ma sapeva essere in modo molto convincente una schiava scialba.

In quel momento era perduta nella contemplazione del pianeta che continua ad esistere al di là di tutte le nostre finestre. Girò lentamente la testa bruna quando Demetrios chiuse la porta, e nei suoi occhi scuri (durante il giorno erano stati coperti dalle palpebre abbassate, per nascondere i fuochi della notte) fiorì la luce del riconoscimento; come un pesce colorato esce guizzando all’improvviso dall’oscurità d’una vasca, in un fulgore dorato.

— Solitaire aspettava Demetrios. — Egli non l’aveva mai sentita adoperare il pronome «Io», alla cui rigidità di pilastro molti di noi si appoggiano tutto il giorno e quasi tutta la notte; e non liberava mai la breve, robusta lama dell’altro prodigioso pronome che fa rima con blu. Nel rifugio della terza persona, Solitaire rimaneva chiusa per ragioni sue, e lì la potevi trovare se l’amavi come l’amavano Demetrios e il Professore. — Solitaire ha cinque cuori. — E alzò la mano aperta. — Uno per lei, uno che hanno divorato i cani e uno per Gesù e uno per il Professore e uno per Demetrios. — Comunque, non pareva una delle sue notti peggiori.

— Tutti miei. Ed è stata una bella giornata, — disse ancora Demetrios. — Bella e brutta. Mi sono fatto un amico; ma d’altra parte, un poliziotto mi ha detto che devo procurarmi una licenza per raccontare le storie.

— Licenza? Puah! — Ella non rise; faceva presto a vedere le possibilità di una bruttura. Solitaire aveva paura del buio, voleva sempre una lampada tenuta bassa o un mozzicone di candela acceso, anche quando giaceva tranquilla in letto tra Demetrios e il Professore. Una volta aveva detto che vivere era come camminare nella giungla, ma che qualche volta c’erano degli amici. — Ah, e quanto costerà, uomo Demetrios?

— Il poliziotto non ha voluto dirmelo, anche se credo che lo sapesse. — Demetrios sprofondò nel lusso della sua poltrona. Solitaire sorrise. — Un certo rituale non poteva incominciare fino a quando egli non era lì, dopo la fine di quella parte della giornata che glielo sottraeva. Ella non aveva mai approvato che se ne andasse in giro a sciorinare le sue storie davanti alla gente per un po’ di danaro, quando sarebbe potuto restare in casa, al sicuro. Una volta, in una giornata di pioggia, l’aveva sorpresa alla finestra, a benedire le nubi. Ma lei non diceva mai a Demetrios (o a chiunque altro) ciò che doveva fare. — Domani andrò in Comune e sentirò.

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